Un altro maestro della Nouvelle Vague se ne va, è morto Jacques Rivette

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Regista difficile, un filosofo dell’immagine cinematografica

All’età di 87 anni se n’è andato anche Jacques Rivette, uno dei maestri della Nouvelle vague. Ha raggiunto così Eric Rohmer, François Truffaut, Claude Chabrol, tutti registi molto diversi fra loro ma accomunati dal loro inconfondibile tratto “francese”, colto, raffinato, pensoso, gentile. Resta con noi Jean Luc Godard, grande e lontano, inafferrabile già ai tempi del suo successo; e ora solo, lontano, silente.

Rivette è stato un regista difficile, non molto prolifico, del quale i “cinéphiles” più accaniti ricorderanno il mitico “Paris nous appartient” (1959), considerato il primo manifesto della Nouvelle vague, e di cui resta la formidabile immagine del protagonista che cammina sul tetto del Theatre du Chatelet e i verbosi dialoghi sullo sfondo di una trama strana, complessa, a suo modo “politica”. E ancora “La bella scontrosa” con Michel Piccoli e una incantevole Emmanuel Béart, tratto da Balzac (autore che Rivette amava molto), come pure da Balzac è “La duchessa di Langeais”.

Al contrario di Godard, Rivette è andato col tempo con il prediligere esigenze di semplicità narrativa, come si vede negli ultimi film, “Chi lo sa?” (2000, che prende spunto da una messa in scena di «Come tu mi vuoi» di Pirandello) o “Questioni di punti di vista” (2009), entrambi col nostro Sergio Castellitto.

Un regista non facile, Jacques Rivette, soprattutto un teorico del cinema, un filosofo della immagine cinematografica: come i suoi amici Truffaut, Rohmer, Godard, almeno in questa sorta di comune militanza intellettuale e rigore artistico.

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