Umberto Eco, l’erudito filosofo della parola

Cultura
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Oltre che per la sua attività letteraria, Eco è ricordato per essere uno dei filosofi più influenti degli ultimi anni. Un breve excursus attraverso i capisaldi del suo pensiero

Nel solco del pensiero filosofico contemporaneo, Umberto Eco occupa uno spazio in cui il crollo delle certezze del post moderno viene visto come occasione feconda e liberatrice; possibilità di conquista collettiva di una verità mai completamente raggiungibile che, quindi, invita a una continua partecipazione. Da questi presupposti deriva anche una sana ironia demistificatrice: un costante esercizio dell’intelligenza che, nel districarsi su un terreno inesauribile, è una fonte di piacere continuamente rinnovabile.

Allievo, come Gianni Vattimo, di Luigi Pareyson, dal suo maestro Umberto Eco eredita una spiccata attitudine verso la pratica dell’interpretazione, intesa come sguardo sulla singolarità dell’essere umano che agisce sulla conoscenza delle forme artistiche, ma anche sociali, economiche e culturali.

Questa apertura alla molteplicità, porta Eco a un approccio tipicamente progressista verso le questioni pragmatiche.
Oggetto d’indagine privilegiato è, per Umberto Eco, la parola nella sua esplosiva possibilità di significare; dal 1975 professore di Semiotica a Bologna, le sue indagini lo portano a teorizzare una filosofia del linguaggio che vede nella totale arbitrarietà il criterio di connessione tra significato di una parola (ciò a cui si riferisce) e significante (il segno che caratterizza la parola stessa). Ma questo dato di fatto più che scoraggiarci nella ricerca ci porta ad indagare i codici delle varie culture; quell’insieme di significati e significanti che illuminano la totalità e il contesto in cui nascono i linguaggi, tema portante del suo famoso romanzo Il nome della rosa.

Sulla scia di questi presupposti teorici l’analisi di Eco si focalizza sugli argomenti più disparati: dai mezzi di comunicazione di massa alle riflessioni sulla cultura dei consumi.
Celebri, in questo senso, le puntuali analisi su alcuni temi che oggi identificheremmo con il termine di “pop culture”: come ad esempio la sua Fenomenologia di Mike Bongiorno.

Nel 1983 Eco, con un saggio all’interno della raccolta Il pensiero debole curata da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, contrappone alla metafisica apodittica di Porfirio, allievo di Plotino, un’ermeneutica finalizzata alla produzione di una verità in continuo rinnovamento. E in questo principio, che tende a una radicale democratizzazione dello sguardo, risiede uno dei contributi fondamentali di Eco; la tensione verso l’analisi di qualsiasi fenomeno senza aprioristiche discriminazioni culturali. Allo stesso tempo, questa apertura è l’esatto contrario dell’imbarbarimento di cui i nostri tempi sembrano essere portatori. Eco stesso, pochi mesi fa, metteva tutti in guardia da una deriva deteriore dei nuovi mezzi di comunicazione: “Sembra che internet abbia dato diritto di parola a legioni di imbecilli”.

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