Umano, troppo umano

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L’Argentina perde la finale della Copa America Centenario ai rigori con il Cile. Messi sbaglia dagli unidici metri e a fine partita si ritira dalla nazionale, scoprendo (di nuovo) con orrore la fallibilità degli esseri umani

Lionel Messi è sul dischetto del rigore: ha di fronte il portiere della sua squadra di club, il Barcelona. E forse ci pensa. Sta per terminare la sua quarta finale in carriera con la maglia dell’Argentina: le altre le ha perse tutte. E forse ci pensa. I tempi regolamentari e i successivi supplementari con il Cile sono finiti a reti inviolate. Forse è vero che non sarà mai grande come Diego Armando Maradona. Forse pensa anche a questo.

Ma anche se non pensasse a niente, arriva davanti a Claudio Bravo e sembra aver fretta di togliersi qualsiasi pensiero dalla testa. Calcia prima di quando ci si aspetterebbe. La spara alta, sopra la traversa.

E tutti quei pensieri, che potrebbe non aver fatto, si solidificano: come quando cerchi di allontanare un’immagine ma non puoi fare a meno di richiamarla, nitida e opprimente, davanti ai tuoi occhi. Poi piangerà e a fine partita annuncerà il ritiro dalla nazionale: “È troppo doloroso, non ce la faccio più”, innescando una delle due narrazioni già pronte per raccontare non solo questa Copa América Centenario, ma anche la storia della nazionale argentina degli ultimi 23 anni e la parabola esistenziale di Leo Messi; quella del campione senza spina dorsale, opposta all’elegia della consacrazione come giocatore più forte di sempre.

Alla vigilia di questa Argentina-Cile si era parlato di rompere un sortilegio, di interrompere la maledizione che sbarra la strada all’Albiceleste dal 1993, anno dell’ultimo successo in Coppa America. Se proviamo a indagare più a fondo questo lessico che rimanda a orizzonti di magia e animismo, ci scontriamo con un brutale dato di fatto: non c’è nessun motivo valido a cui appigliarsi per cui l’Argentina avrebbe dovuto perdere quattro finali, di cui tre consecutive. Un digiuno costellato da brucianti sconfitte, come quella con la Germania ai supplementari nel mondiale del 2014; oppure quella dell’anno scorso, sempre con il Cile ai rigori: anche allora terminò 0 a 0. E quest’anno, dall’alto del primo posto del ranking FIFA, con una squadra infarcita di campioni e tatticamente organizzata, strapazzando sistematicamente gli avversari incontrati sul proprio cammino (lo stesso Cile è stato sconfitto per 2 a 1 nella partita d’esordio), lo scenario di una disfatta argentina era stato derubricato al rango di ipotesi surreale.

Eppure, alla fine di una partita che il Cile ha saputo interpretare benissimo a livello tattico, ma le cui due occasioni più lampanti sono state dell’Argentina, è stato scritto il finale meno prevedibile. E questo finale è passato attraverso i piedi del giocatore più rappresentativo: quello che, secondo il sito L’Ultimo Uomo, “compie quello che nessuno ha mai saputo fare in questo modo: partire da un pensiero sempre illuminato perché frutto del genio creativo e della spinta ad andare oltre i limiti, avere i mezzi tecnici per poterlo concretizzare e farlo alla più alta velocità mai registrata”. Oppure, riprendendo un brano dello scrittore Hernán Casciari (citato in un altro articolo dello stesso sito) “Messi è un cane. O un uomo-cane. Incapace di dire due frasi consecutive, vistosamente antisociale, incapace di quasi tutto ciò che ha a che fare con la malizia umana. Però con un talento stupefacente nel mantenere sotto il suo controllo un oggetto gonfio e sferico e portarlo fino a una rete situata alla fine di una pianura verde. Se glielo permettessero, non farebbe altro”.

Forse sta proprio qui la chiave per rileggere la storia della Pulce e il suo rapporto con la nazionale. Con la maglia dell’Argentina, Messi si scontra con un ambiente che non è costruito su misura per lui, o almeno non quanto quello del Barcellona, club che ha letteralmente edificato un ecosistema su misura della Pulce. Giocoforza, l’automatismo istintivo, animalesco o addirittura sovrumano che gli consente di primeggiare, viene depotenziato. Lascia spazio ogni tanto a squarci di umanità; al famoso pensiero che gli ronza in testa nel momento di battere il rigore: il timore che subentra come possibilità di riuscire o, soprattutto, di fallire. E si tratta della cosiddetta “possibilità nullificatrice”: il rischio che l’automatismo venga interrotto perché, di fondo, non possiamo essere né animali né macchine, al contrario di quello che l’iconografia da superuomo del marketing calcistico vuole farci credere.

Søren Kierkegaard, celebre filosofo e teologo danese dell’ottocento, fu il primo a rendere esplicita questa nostra condizione esistenziale: siamo umani perché esposti alla possibilità che qualsiasi cosa possa essere nulla. La nostra angoscia è l’angoscia di essere continuamente in bilico su una voragine, camminando sul ciglio del nulla e rischiando di caderci dentro.

Leo Messi ha (di nuovo) sperimentato che la paura di scoprirsi fallibile è paralizzante. Ed è inorridito tirandosi indietro nella speranza di ritrovare quella beata incoscienza che lo rendeva automatico e funzionale come un animale, o un robot. Ma ormai è tardi. Gli restano due anni per ripensarci e presentarsi ai Mondiali del 2018, calpestando lo stesso terreno degli altri giocatori. Quello dove si affrontano atleti che devono fare continuamente i conti con un’essenza che condividiamo tutti: essere umani. Troppo umani.

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