Tutto nelle mani di super Mario

Grexit
epa04705479 President of the ECB, Mario Draghi, arrives for his news conference in Frankfurt/Main, Germany, 15 April 2015. Draghi resumed a news conference after he was attacked by a protester. The woman chanted 'end the ECB dictatorship' and threw confetti on the ECB chief shortly after he begun his press briefing following a meeting of the bank's governing council. The demonstrator was quickly taken away by security guards and the press conference was adjourned.  EPA/BORIS ROESSLER

Nel deserto della politica spetterà al presidente dell’Eurotower lo scomodo ruolo di unica guida in Europa (lui che è un tecnico)

Stabilito che l’euro è irreversibile bisogna dimostrare subito che lo è anche l’Unione. E la faccenda si complica molto dopo il NO della Grecia al referendum di ieri. Per tre motivi. Innanzitutto finanziari: chi crederà ad una federazione di Stati in cui uno di essi può fallire, finire i soldi e andare avanti con quelli degli altri mentre chiude le banche per dieci giorni? Nessuno. E chi nel mondo potrà più credere alla pomposità dei vertici internazionali in cui vi partecipano istituzioni europee che si fanno prendere in giro per mesi dalla coppia Tsipras-Varoufakis? Anche qui la risposta è scontata.
E chi, infine, se non Mario Draghi potrà cercare di mettere un cerotto su un vaso di terracotta che assomiglia sempre più a quello di Pandora da cui usciranno nuovi populismi ? Oggi come nel giugno del 2012, quando pronunciò la famosa frase che la Bce avrebbe intrapreso ogni misura per salvare l’euro dalla speculazione, è il presidente dell’Eurotower ad avere lo scomodo ruolo di unica guida in Europa (lui che è un tecnico).
Perché proprio il Consiglio dei governatori guidato dall’ex numero uno della Banca d’Italia dovrà muoversi tra le maglie strettissime del suo statuto per garantire ancora ad un governo, che non vuole accettare accordi, la linea di liquidità d’emergenza fondamentale per la sopravvivenza delle banche elleniche. Il dramma è che questa scelta dovrà avvenire nelle prossime ore dopo una consultazione generale e un’investitura ufficiale dell’Eurogruppo, che per ora sembra spaccato tra chi vuole la Grexit e chi, come Italia e Francia, cercano vie di compromesso. Nel deserto della politica spetterà quindi ancora all’ex studente dei gesuiti la fatidica opera di mediazione.
Sarà lui, col suo carisma e la sua autorevolezza, a cercare di fare una difficile operazione di sintesi. In caso di fallimento, già tra 24 ore si apriranno le porte del baratro per la Grecia di Tsipras. Senza aiuti, senza liquidità per gli istituti, senza speranza di trovare sponde (Russia o Cina che sia), la sorte argentina di Atene sembra segnata. I mercati, caduti oggi in modo quasi scontato, faranno spallucce e tireranno avanti, ma per i 5 milioni e passa di greci che hanno votato domenica, da tirare, senza l’ossigeno della Bce, ci sarà solo la cinghia. A questo punto serve a poco guardarsi indietro.  Se siamo arrivati al giorno zero per l’Europa è per gli errori del passato.
Di tutti. Dei tedeschi, che hanno perso troppo tempo nel 2010 prima di dare il via agli aiuti (ne servivano solo 40 di miliardi ora il debito ellenico è a quota 350 miliardi ed è impensabile a detta dello stesso FMI che lo ripaghino), delle istituzioni comunitarie, del tutto assenti nei momenti clou, e ovviamente di Atene, che ha pensato di suggere dalla mammella dei vari fondi salva stati e della Bce all’infinito senza fare riforme vere e combattere l’evasione. La Repubblica ellenica che esce dal voto resta comunque una mela spaccata a metà: chi ha un lavoro, dei risparmi, anche una pensione, avrebbe preferito restare nella moneta unica e forte. Chi non ha nulla o è disoccupato, ed è la maggioranza nel paese, ha votato No per fierezza e disperazione insieme. Oggi festeggia ma di fatto non ha futuro. Glielo può restituire solo Draghi se ne avrà la forza e il mandato politico.

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