Tutto in comune fino a quando l’utopia sfocia in malinconia

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Condividere beni e ideali, oneri e onori: ne “La Comune” di Vinterberg rivive la cultura hippy e solidale. Ma il sogno diventa incubo per un banale paio di corna. Bel film che fa simpatia

Come eravamo quando eravamo “comunisti”: non nel senso leninista del termine, o non solo, ma in un’altra accezione del termine che continua, ammettiamolo, ad essere bellissimo. Mettere “in comune” le cose, gli ideali, la vita, le lotte non era esclusivamente un concetto marxista: aveva anche un risvolto privato e sentimentale, legato alla cultura hippy che dall’America degli anni ’60 era tracimata nella vecchia Europa. Per uscir di metafora: La comune, diretto dal danese Thomas Vinterberg, parla… di una comune, ovvero di un gruppo di amici che decide di andare a vivere insieme in una grande casa e di coinvolgere nell’esperienza altri compagni di strada. Unico vincolo: condividere tutto, parlare dei problemi collettivi nel corso di periodiche assemblee, gestire in modo comunista le risorse, i sogni, gli affetti. Facile a dirsi, bellissimo in teoria: difficilissimo a farsi, con il sogno sempre pronto a trasformarsi in incubo.

Vinterberg è nato a Copenhagen nel 1969. Cinematograficamente “nasce” al festival di Cannes del 1998, con Festen, anche se aveva già diretto un altro film. Fu, quello, l’anno del Dogma95: Lars von Trier, guru e teorico di quella scuola, presentò Idioti, il suo “allievo” Vinterberg era anch’egli in concorso con Festen. Passata la festa dogmatica, e gabbati numerosissimi santi (leggere: critici e giornalisti infinocchiati da quei danesi giocherelloni), si può affermare quanto segue. 1) Festen era l’unico film-Dogma davvero bello, mentre Idioti era terrificante. 2) Vinterberg non era affatto un “allievo” di von Trier, ma un regista di spiccata personalità che ha fortunatamente diretto film molto diversi fra loro, e talvolta ottimi: basti pensare alla graziosa commedia Riunione di famiglia e al notevolissimo Il sospetto. 3) A differenza di von Trier, personaggio indecifrabile dal carattere quanto meno irsuto, Vinterberg è un simpaticone che ama la vita; e questo tratto gli deriva, in buona parte, dal suo passato.

Come avete letto, è nato nel ’69: negli anni ‘70 era un bimbo… e proprio da bimbo ha vissuto in una comune fino all’adolescenza. I suoi genitori (papà Soren è un critico cinematografico, dimostrazione vivente che la nostra categoria non combina solo danni) erano spiriti hippy e libertari, e d’altronde nella Danimarca di quel tempo tali ideologie erano diffuse: basti pensare a Christiania, il quartiere di Copenhagen che dal 1971 fu un esempio pilota di società auto-gestita.

La comune non parla di Christiania, ma di un esperimento molto più circoscritto. Erik e Anna sono una coppia adulta, socialmente inserita: lui è professore di architettura all’università, lei è una popolare annunciatrice televisiva. Ma quando ereditano una villa in città sono presi da una voglia matta: perché non vivere lì assieme agli amici più cari, e ad altri militanti che vogliano – previo esame d’ammissione – condividere onori ed oneri? L’esperienza parte e, come sempre in questi casi, all’inizio tutto è bellissimo. Poi Erik perde la testa per una studentessa: caso di corna quanto mai “borghesi”, che però l’uomo commette l’errore di portare dentro la comune. Dove ovviamente tutti i bei discorsi sul sesso libero e sulla coppia aperta crollano davanti all’avvenenza della giovane Emma e alla (comprensibile) gelosia di Anna. Le utopie sfociano nella malinconia, nel ricordo di un passato che forse non è mai esistito.

A Berlino, dove il film è molto piaciuto (la protagonista Trine Dyrholm, attrice stupenda, ha ricevuto il premio per la migliore interpretazione), Vinterberg ha spiegato di provare nostalgia non per la vita comunitaria in sé, anche se tutti siamo magari inconsciamente nostalgici della nostra infanzia: ma dei valori che erano alla base di quelle esperienze, valori di solidarietà e, come si diceva, di condivisione. Come dargli torto? Ha anche ribadito, nell’occasione, di provare vergogna come danese per la legge razzista sull’immigrazione che il suo paese stava approvando proprio in quei giorni. La comune è un bel film, ma è soprattutto un film che fa simpatia.

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