Tutti i pericoli della democrazia in Turchia dopo il golpe fallito

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Perché è importante continuare a dialogare con la Turchia

Quel che colpisce visivamente di più nella Turchia post-golpe è il Parlamento. Quando, nel corso della missione che, come delegazione del PD, abbiamo effettuato con Marietta Tidei in Turchia il 6, 7 e 8 settembre, siamo andate a vedere la Grande assemblea turca vi abbiamo trovato dei lavori freneticamente in corso per riparare in tempo per la riapertura dopo il periodo estivo l’ala danneggiata dai bombardamenti dei golpisti nella notte del 15 luglio. Uno dei cortili interni infatti è stato danneggiato da una bomba, e un piano è stato sventrato da un missile sparato da un elicottero: vicino all’ufficio del primo ministro si vede infatti uno squarcio che ha piegato il cemento armato e che corrisponde al foro di entrata di un missile. Una immagine forte, soprattutto se si pensa che la Turchia è un paese della Nato, membro del Consiglio d’Europa dal 1949, un paese del quale l’occasionale interlocutore turco non perde l’occasione di ricordarti che “è la quinta economia europea”. I golpisti quella notte volevano colpire i parlamentari, accorsi in aula, senza distinzione di gruppo politico, a testimoniare con la loro presenza unitaria l’importanza di difendere le istituzioni democratiche. In effetti, in quelle convulse ore, più di ogni altra cosa sono state le dichiarazioni dei leader di tutti e quattro i partiti politici, incluso anche il partito HDP, legato ai curdi ma espressione di un più ampio ventaglio di posizioni di opposizione, che vive una fase di opposizione determinata contro Erdogan, a testimoniare che la democrazia turca stava correndo un pericolo gravissimo.

A distanza di quasi due mesi da quegli eventi, però, appare chiaro che oggi la Turchia corre un pericolo altrettanto serio, ovvero il rischio che il post-golpe sia usato in modo arbitrario per sopprimere il dissenso o peggio che si colga l’occasione per regolare conti politici lasciati in sospeso. I numeri, e la fulmineità della repressione, fanno infatti pensare che Erdogan stia cogliendo l’occasione per sistemare delle partite aperte con gli oppositori: da un lato la confraternita di Fetullah Gülen, ritenuta responsabile del tentato colpo di stato da tutti gli interlocutori con cui abbiamo parlato, sia della politica che della società civile libera; dall’altro soprattutto con tutte le forze, dai media indipendenti agli accademici, che possono in qualche modo mettere in discussione la crescente affermazione dell’autorità di Erdogan nel senso di una repubblica presidenziale di fatto.

Nel corso degli incontri con Selin Sayek Böke, la portavoce del partito repubblicano CHP, e nell’ampio colloquio, durato due ore, con Selahattin Demirtas, il carismatico leader dell’HDP, abbiamo registrato una tangibile preoccupazione per il crescente smantellamento dello stato di diritto e soprattutto per le conseguenze sulla libertà di critica da parte degli esponenti dell’opposizione in seguito alla soppressione dell’immunità parlamentare. Alle sedi del partito nazionalista MHP e del CHP abbiamo inoltre visto delegazioni di persone, allontanate dal proprio incarico durante le ondate di repressione, che cercavano protezione chiedendo un procedimento giuridico rapido e giusto. Su tutto torreggia la questione curda: l’esistenza di un forte partito che raccoglie un solido consenso tra l’elettorato curdo è stato il principale ostacolo alle mire di revisione costituzionale in senso presidenzialista di Erdogan. Per questo, la repressione si sta rivolgendo anche contro i politici curdi, nonostante questi siano stati durissimi nel condannare il tentato golpe e nel cercare spiragli per entrare nel percorso di unità nazionale inaugurato dopo il golpe, da cui però sono stati artatamente esclusi.

In questa delicata fase post-15 luglio tutte le contraddizioni si stanno facendo più acute. L’opposizione fatica a trovare una unità indispensabile per controbilanciare l’attivismo dell’AKP (il partito di Erodgan). La questione curda, che sembrava sulla via di una soluzione nel febbraio del 2015, è invece diventata una ragione per isolare l’HDP, ritenuto troppo ambiguo nella condanna del terrorismo curdo e troppo dipendente dal PKK. Le dinamiche regionali bussano con prepotenza: come ci è stato detto “la questione turca curda non è più solo un affare della Turchia”, aggiungendo fattori di instabilità esogeni. Il cambio verso una politica estera più conciliante e meno di potenza, seguito al ridimensionamento del ruolo dell’ex ministro degli Esteri e primo ministro Ahmet Davutoglu, rischia di essere rimesso in discussione dalle tensioni crescenti con l’Europa, ritenuta poco solidale immediatamente dopo il golpe. Forse solo la visita dell’Altro Rappresentante Federica Mogherini il 9 settembre ha iniziato ad dipanare quella che è una relazione messa a dura prova da crescenti sospetti.

In questo quadro, è importante continuare a dialogare con la Turchia: da un lato perché una presenza e i legami con l’Occidente sono una garanzia per tutte quelle forze vive della democrazia turca che oggi temono per la propria indipendenza e libertà; dall’altro perché solo nel dialogo si può provare ad evitare un peggioramento preoccupante dello stato della democrazia turca. I lavori di sistemazione del Parlamento assumono quindi un valore più che simbolico, quasi metaforico: i danni del 15 luglio devono essere sistemati, perché le istituzioni democratiche tornino a funzionare a pieno regime.

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