Turchia, l’Europa è sempre più incerta sulle prossime mosse

Lo Stato dell'Unione
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L’Unione europea si trova oggi indubbiamente in maggiore difficoltà, di fronte al rafforzamento inesorabile di Erdogan e dell’asse con Putin. E da Berlino, ancora una volta, passeranno le scelte decisive per un nuovo orientamento nel destino tra Turchia ed Europa

Visto dall’Europa, l’esito del referendum costituzionale in Turchia colpisce con particolare forza per la divisione simmetrica, quasi paradossale, che vede il rapporto con l’Europa al centro di ogni analisi. Non si tratta solo della consueta separazione tra la Turchia anatolica e quella mediterranea che, storicamente, polarizza la composizione sociale e politica del Paese e che anche questo referendum ha ribadito. A colpire con nettezza è il chiasmo tra il voto largamente contrario a Erdogan nelle fasce giovanili e urbane della Turchia e la forte prevalenza del SI tra i Turchi residenti all’estero, tra cui massicciamente i turchi che vivono nei grandi Paesi europei.

Le scene di giubilo di queste ore in alcuni quartieri di Colonia, Bruxelles o Rotterdam sono un colpo doppiamente duro per i tanti militanti democratici che sono in piazza ad esprimere il dissenso per la svolta autoritaria in Turchia e a sollevare ragionevoli dubbi sullo svolgimento del referendum.  La vittoria del SI all’estero arriva proprio in quei paesi in cui la presenza di tanti cittadini turchi (spesso perfino in possesso di doppio passaporto) è stata utilizzata con molta intelligenza politica da Erdogan come strumento di pressione nelle varie fasi del negoziato con Bruxelles. Nell’ultimo decennio, infatti, proprio sulla condizione dei turchi in Germania, Belgio, Olanda, sono state proiettate in modo strumentale tante delle frustrazioni di una Turchia che, dal 2005, gode formalmente dello status di Paese candidato e che gradualmente, prima per le incertezze europee e poi per il mutamento politico e geostrategico turco, si è molto allontanata dall’Europa.

L’Unione europea si trova oggi indubbiamente in maggiore difficoltà, di fronte al rafforzamento inesorabile di Erdogan e dell’asse con Putin. La Turchia che abbiamo di fronte, ormai da tempo, non è più la stessa con cui Bruxelles negoziò formalmente l’apertura della procedura di adesione. Lo stesso sistema di potere di Erdogan è molto cambiato, d’altronde, a partire dall’anima del proprio partito, che si presentava all’Europa come forza moderata-conservatrice di ispirazione religiosa (e che si sentiva a proprio agio alla fine degli anni ’90 nel chiedere di essere associata al PPE) e che invece ha avuto una virata in senso neo-ottomano funzionale al nuovo assetto geo-politico in cui la Turchia voleva giocare da protagonista. L’Europa, in tutti questi anni di involuzione e mutamento interno alla Turchia, è rimasta paralizzata tra una necessità strategica cruciale di mantenere la partnership con la Turchia e la crescente presa di distanze con il governo di Ankara. Anche nel campo più critico con la Turchia, d’altra parte, l’Europa è stata attraversata da tendenze ben diverse, una delle quali ideologicamente ostile, come quella dell’ex presidente francese Sarkozy o di buona parte di CDU-CSU in Germania, e un’altra invece molto più assertiva sui diritti umani e preoccupata per l’involuzione democratica nel paese.

Lo stravolgimento geo-politico e, pochi anni dopo, la conseguente crisi dei rifugiati ha fatto passare in secondo piano ogni giudizio di merito sullo stato attuale della democrazia nel paese e sulle reali intenzioni di partenariato secondo Ankara.  “Wir schaffen das – ce la facciamo”, ovvero il motto con cui un anno e mezzo fa Angela Merkel voleva incoraggiare i propri concittadini ad avere fiducia nella capacità di gestione della crisi sui rifugiati non è fallito solo perché proprio nel discusso accordo con la Turchia i paesi sotto maggiore pressione migratoria hanno saputo trovare un sostegno decisivo. Se la parte più progressista della società turca tende la mano all’Europa e agli europei, il rischio è che l’Unione europea, cioè le istituzioni di governo, ancora una volta non affronti in modo definitivo le contraddizioni mai risolte con Ankara: le elezioni tedesche di settembre e lo stallo nel groviglio diplomatico della crisi sui rifugiati e sull’azione estera comune in Medio Oriente condizionano in modo dirimente l’avvio di una politica più coraggiosa e assertiva di Bruxelles nei confronti di Erdogan.

La sede UE ad Ankara è in assoluto la più importante, per staff numerico e per peso politico, tra tutti le rappresentanze dell’Europa nel mondo. E’ il momento per l’UE di comprendere che il rapporto con Ankara non riguarda più meramente un aspetto (per quando cruciale) della propria politica estera o di vicinato, ma è anzi un aspetto identitario e di natura interna che non può più essere rimandato.  Nel commentare l’esito del referendum, il candidato cancelliere della SPD Martin Schulz ha affermato prontamente: “Erdogan non è la Turchia”. Con una presa di distanza così netta c’è da scommettere che la situazione turca e le evoluzioni che ne seguiranno caratterizzeranno in modo netto il dibattito elettorale tedesco delle prossime settimane. E che da Berlino, ancora una volta, passeranno le scelte decisive per un nuovo orientamento nel destino tra Turchia ed Europa.

 

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