Ttip, i nodi da sciogliere. L’Italia: non rinunceremo mai a sicurezza alimentare

Commercio
A moment of the rally of protest against the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), the free trade agreement between the European Union and the United States, Rome, 07 May 2016. ANSA/ ETTORE FERRARI

Un’arma a disposizione delle multinazionali di mezzo mondo per gozzovigliare in Europa oppure lo strumento finale per rilanciare crescita e occupazione?

Un’arma a disposizione delle multinazionali di mezzo mondo per gozzovigliare in Europa, come viene descritto dai manifestanti che da nord a sud del continente si oppongono alla sua ratifica, oppure lo strumento finale per rilanciare crescita e occupazione? Il trattato transatlantico su commercio e investimenti – Ttip – in discussione tra Unione europea e Stati Uniti, se fosse approvato, rivoluzionerebbe i rapporti tra le due sponde dell’Oceano.

Una mega-area di libero scambio
I negoziati, iniziati nel 2013, mirano ad abolire dazi per 3,6 miliardi di euro ed eliminare la duplicazione dei controlli e degli adempimenti amministrativi. Nascerebbe così una mega-area di libero scambio che riguarderebbe il 40% del commercio mondiale con benefici di 120 miliardi per l’Europa e 95 miliardi per gli Stati Uniti, secondo i promotori. Secondo i detrattori, al contrario, il Ttip metterebbe a rischio 600 mila posti di lavoro.

Le imprese potrebbero denunciare gli Stati nazionali
Il punto più controverso del trattato riguarda la procedura di protezione degli investimenti, con la quale le imprese potrebbero citare in giudizio gli stati per l’adozione di norme che li danneggiano. L’ipotesi iniziale era di affidare le causa a collegi arbitrari privati (gli Isds) ma, dopo la bocciatura dell’Europarlamento, Bruxelles ha proposto di istituire una Corte per gli investimenti. Il timore degli oppositori è che le multinazionali possano opporsi a ogni legge contro i loro interessi tenendo in scacco i governi (sull’esempio dei produttori di sigarette che hanno fatto causa a Uruguay e Australia per le norme anti-fumo). Inoltre i contestatori sono contrari alla possibilità per le multinazionali (e altri stakeholder come i sindacati) di intervenire nell’organismo di cooperazione normativa che fisserebbe le priorità per le autorità di regolamentazione.

Pressioni americane per alleggerire la sicurezza alimentare?
Dai documenti svelati alcuni giorni fa da Greenpeace sono emerse le pressioni americane perché l’Europa alleggerisca le tutele di sicurezza e ambientali. Su questo fronte i negoziatori europei resistono e assicurano nessuno standard – sociale, sanitario o ambientale – verrà abbassato e sarà mantenuto il principio di precauzione secondo il quale deve essere provata la non nocività dei prodotti prima di venderli.

Paura per il Made in Italy
Un altro nervo scoperto, sul fronte alimentare,  è la tutela delle indicazioni geografiche dei prodotti (dal Prosciutto di Parma al Chianti) richiesta dall’Ue, che ha presentato una lista di circa 200 specialità da proteggere dalla contraffazione. Gli Stati Uniti si oppongono. –

Veti a stelle e strisce
Altri No statunitensi riguardano l’apertura del mercato degli appalti pubblici, oggi regolato Oltreoceano dal Buy American Act, e di quello dell’energia, dove è in atto la corsa allo shale gas, così come la richiesta europea di norme comuni per la finanza.

I nodi ancora da risolvere rendono necessaria “notevole flessibilità da entrambe le parti”, secondo l’ultimo report Ue, per arrivare alla firma entro il 2016, come auspicato dal presidente Usa Barack Obama. Ma sulla strada di un accordo in tempi brevi si è messo il presidente francese Francois Hollande che dicendo che, al punto in cui sono i negoziati, “la Francia dice no”. Se l’intesa non fosse raggiunta prima delle elezioni di Washington a novembre rischierebbe di saltare, con una nuova amministrazione Usa contraria, o di slittare verso il 2020 dopo le elezioni francesi, tedesche e italiane.

Anche il governo italiano, stando alle parole del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, chiarisce che non ci sarà un accordo a tutti i costi: “Abbiamo sempre detto che un accordo commerciale tra Stati Uniti e Europa può essere un’opportunità e lo può essere, in particolare, per alcune esperienze, penso a quelle agroalimentari italiane”. A giudizio del ministro, però, “deve essere chiaro che sul versante della sicurezza alimentare l’Italia, come l’Europa, non intende abbassare il livello di garanzia che negli anni ha sviluppato: questo è chiaro e lo è, a maggior ragione, con una discussione come quella che si sta facendo”. A chi gli chiedeva se avesse timori per un inserimento nell’accordo commerciale transatlantico di colture transgeniche come quelle degli Ogm, Martina ha replicato che “non si tratta di discutere degli standard di sicurezza alimentari europei, su questo non discutiamo. Quando si tratta di fare un accordo – ha argomentato ancora – ciascuna delle parti fa delle proposte, questo è assolutamente normale, poi si sviluppa un confronto che può portare a dei punti di unità oppure a dei punti di disaccordo. Non c’è alcun dubbio – ha concluso – che sui dossier agricoli le posizioni di Europa e Stati Uniti sono ancora molto lontane”.

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