Il rock stende Trump

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A partire dall’8 ottobre una mega accolita di musicisti ha messo su il progetto “30 days, 30 songs”, con l’intento di pubblicare on line una canzone al giorno contro Trump

Tutti contro Trump. Una compilation di all-star lo seppellirà. Di canzoni, beninteso, visto che qua, nel mondo “lefty” americano siamo tutti pacifisti. Però ci siamo, e cantiamo la nostra. Strani tempi. Tempi in cui funziona più unirsi contro, che a favore di qualcuno. Anche con la musica va così. Se per le precedenti elezioni la quasi totalità del rock e del pop a stelle e strisce si era unita in un coro pro Obama, stavolta evidentemente Hillary non è riuscita a catturare lo stesso entusiasmo.

È poco rock and roll, in effetti, piuttosto freddina, moderatamente empatica. E allora tutti contro lo sbruffone, il misogino, il razzista, questo sì che unisce senza esitazioni. A partire dall’8 ottobre una mega accolita di musicisti ha messo su il progetto “30 days, 30 songs”, con l’intento di pubblicare on line una canzone al giorno contro Trump fino all’Election Day e orientare gli indecisi verso la scelta democratica.

L’idea di quello che è stato chiamato “musicians for a Trump-free America” (musicisti per un’America libera da Trump) è stata dello scrittore e sceneggiatore Dave Eggers, quello di L’opera struggente di un formidabile genio, che recatosi l’estate scorsa a un rally pro-Trump a Sacramento, ha ascoltato col solito disappunto che la musica suonata per l’occasione era quella di band come gli Who, Bruce Springsteen, Elton John, tutti convinti anti repubblicani. Un vecchio adagio: i repubblicani sono sempre a corto di musicisti a meno che non si buttino sul country più reazionario e poco altro, e costretti a pescare tra i democratici, mettono in conto di beccarsi diffide a destra e manca (contro l’uso delle proprie canzoni alle sue convention si sono già espressi i Rolling Stones, i Rem e svariati altri).

Eggers e un suo amico promoter musicale indie rock avevano già lavorato assieme su un progetto simile: “90 giorni, 90 ragioni”, ancora per sensibilizzare l’elettorato giovane in quel caso, era il 2012, a votare nuovamente Obama e hanno sentito di nuovo il richiamo. Un modo convincente, tecnologico, veloce e accattivante per smuovere un bacino distratto e molto concentrato sul virtuale: «Da Woody Guthrie ai Public Enemy, sappiamo che la musica può cambiare le menti, e in particolare adesso, abbiamo bisogno di motivare le persone contro il bigottismo, il sessismo, l’odio e l’ignoranza», ha detto Eggers.

Di canzoni per un’America de-Trumpizzata ne sono già state pubblicate sei, comprese quelle di musicisti non americani come gli scozzesi Franz Ferdinand col pezzo Demagogue(«è un demagogo / è fatalmente famoso / gioca con le mie paure»), ma anche Jim James dei My Morning Jackets, Aimee Man («Credo che Trump non voglia veramente quel posto, ma che voglia sperimentare l’eccitazione di correre per quel posto e vincerlo») e molti altri non ancora svelati.

Tutti brani originali, diretti, politici, indirizzati con inedita rabbia al più detestato candidato alle presidenziali degli ultimi decenni. Arriverà anche quella dei Rem, che faranno un’eccezione alla regola, visto che sono da tempo sciolti. Ma si sa, la paura di vedere Mr Ciuffo ribelle alla Casa Bianca è tanta. Tra gli spauracchi prodotti dal candidato repubblicano anche quello di una nuova guerra fredda (non che l’annuncio delle nostre truppe in Lettonia sia molto rassicurante in effetti) evocata nella canzone del songwriter del Missouri Bhi Bhiman From Russia with Love, che a margine ha dichiarato: «Adora il suono della sua voce, ma il suo fiato puzza di cacca di cane. E la cosa più importante è che Trump è amico del Cremlino».

Una paura molto diffusa quella della millantata amicizia tra il candidato repubblicano e Putin, che un vecchio marpione del cantautorato americano come Randy Newman ha trasformato inuno sfottò.Randynonc’entra nullacolprogetto“30 Days 30 Songs”ma per suo conto ha pubblicato due giorni fa una nuova canzone dopo otto anni di silenzio, un brano esilarante proprio su quel Putin che, secondo Newman, ha il vizio di farsi fotografare virilmente a torso nudo sul trattore: «Può guidare un trattore gigante / attraverso le pianure transiberiane / Può accendere un reattore nucleare / Con la parte sinistra del suo cervello / E quando si toglie la maglietta / fa impazzire le donne». Putin è già ascoltabile su Spotify, mentre non vedrà mai la luce un’altra canzone annunciata dal nostro, proprio su Trump. Sarebbe stata troppo volgare, ha commentato Newman, rivelandone solo il titolo: My Dick’s bigger than your Dick . Fine anche in America del politically correct. In questo, sì, Trump ha vinto. Ma chi di “attributi” ferisce, forse, di attributi perisce.

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