Trump presidente: l’America, il populismo e le donne

Usa2016
(AP Photo/Richard Drew)

HeForShe, lui per lei, la campagna degli uomini contro le diseguaglianze di genere lanciata dalle Nazioni Unite, è solo l’inizio di un lungo percorso

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Hillary Rodham Clinton, nonostante la sua tenacia, la competenza nell’affrontare le questioni nel merito, la visione di un paese inclusivo verso le differenze e contrario alle diseguaglianze, non è riuscita a conquistare la Casa Bianca, nonostante abbia superato Donald Trump nel voto popolare. Nel suo discorso, dopo la sconfitta, la candidata democratica ha dedicato un pensiero particolare alle donne e alle bambine: “Il soffitto di cristallo non si è rotto, ma un giorno succederà”.

Chi ottiene il consenso delle elettrici e degli elettori in una delle più grandi democrazie del mondo merita le nostre congratulazioni e gli auguri di buon lavoro. Nel suo discorso della vittoria, Trump ha dichiarato di voler essere “il presidente di tutti” e ha chiamato il paese intero all’unità, dopo una campagna elettorale a tratti lacerante. Ma non possiamo tacere sul fatto che non sia questo il risultato che le donne nel mondo avrebbero sperato: a guidare una superpotenza economica e militare, un presidente che non ha fatto mistero nel corso della campagna elettorale delle sue posizioni misogine, nonché ostili alle minoranze e di disprezzo per i diritti civili. Né conforta il programma del neo-presidente, che nella corsa elettorale ha negato il suo supporto alle battaglie per eliminare il gender pay gap, e per i diritti riproduttivi.

Senza contare che per i Democratici è una sconfitta pesante, perché oltre a perdere la Casa Bianca, non riprendono il Senato. E c’è in gioco la nomina di un giudice alla Corte Suprema, che tornerà così a maggioranza conservatrice.

Le prime reazioni, al di qua dell’oceano, sono state di sorpresa, di “forte shock”, come ha dichiarato la ministra della Difesa tedesca Ursula von der Leyen. Non è facile spiegare quello che nessuno sembra aver saputo prevedere, né le statistiche, né il sistema dei media. Resta il fatto che nessun candidato del passato è mai riuscito a sopravvivere a tanti scandali e passi falsi. Incluso quello che è stato chiamato “Pussygate”, in cui il miliardario americano esprimeva un atteggiamento sessista e predatorio verso le donne.

Dai dati oggi disponibili emerge come il candidato repubblicano abbia vinto guadagnando consensi tra molti gruppi sociali, rispetto alle elezioni del 2012. A suo favore hanno votato in maggioranza elettori maschi, bianchi, della classe media, di età superiore ai 45 anni, con un livello di istruzione medio-basso, residenti nelle piccole città e nelle aree rurali, conservatori e cristiani. La “maggioranza silenziosa” che i sondaggi non vedono, ma che vota, e decide le sorti di un paese. Le contee del Midwest industriale, dove i bianchi privi di un’educazione universitaria sono la parte prevalente della popolazione, la vittoria di Trump è stata schiacciante, mentre Clinton ha conquistato le grandi aree metropolitane. Tuttavia, in molte delle categorie che nel 2012 avevano sostenuto Obama e che anche in questa tornata hanno favorito Clinton, come le minoranze razziali, i giovani sotto i trent’anni e le fasce di reddito più basse, c’è stata una generale perdita di voti per i Democratici e un guadagno per i Repubblicani.

È interessante notare che una parte degli afro-americani abbia votato per Trump nonostante le sue dichiarazioni caustiche sulle comunità nere. Una percentuale intorno al 30% degli ispanici ha fatto lo stesso, con un incremento rispetto al risultato che aveva ottenuto Romney nel 2012, nonostante tra i punti principali della campagna elettorale candidato repubblicano ci sia la costruzione di un muro al confine con il Messico e la deportazione dei migranti irregolari. E infine, nonostante il voto delle donne sia andato in maggioranza a Hillary Clinton, con un piccolo guadagno anche rispetto al risultato di Obama, tuttavia il 42% dei voti femminili, stando sempre agli exit poll, sarebbe andato a Trump, nonostante il 70% delle votanti si dichiari infastidita dal modo in cui Trump tratta le donne: non è bastato, questo, a provocare uno spostamento massiccio di preferenze verso la donna che avrebbe potuto rompere il soffitto di cristallo.

La spinta anti-establishment, che fa la forza dei populismi in America come in Europa, sembra aver contato massicciamente nella scelta del nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma dobbiamo chiederci se, accanto alla diffidenza nei confronti di Hillary Clinton, una parte della spiegazione per il successo di Trump non stia nella resistenza di un pezzo significativo di paese, in particolare degli uomini bianchi della classe media (ma non solo), verso la prospettiva di una donna alla Casa Bianca e i cambiamenti nelle relazioni di potere tra i generi che la sua elezione avrebbe simboleggiato.

A urne chiuse, tra le tante riflessioni che suscita questa notte americana, specialmente in noi dell’area democratica, c’è anche la necessità di riflettere su questa componente di ostilità verso i cambiamenti profondi che investono le relazioni di genere. HeForShe, lui per lei, la campagna degli uomini contro le diseguaglianze di genere lanciata dalle Nazioni Unite, è solo l’inizio di un lungo percorso, costellato di ostacoli che dobbiamo riuscire a individuare e superare.

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