Trump, ovvero il fallimento del modello multiculturalista americano

Usa2016
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Alla base del voto c’è il malumore di una popolazione che reagisce contro un establishment e la sua concezione di multiculturalismo, il cui unico tratto inclusivo sembra essere l’uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi di mercato

Una delle grandi chiavi interpretative di queste elezioni presidenziali è il tema del multiculturalismo. Come, cioè, la politica americana (e non solo quella) abbia tralasciato il costante e delicato lavoro di costruzione di un concetto di multiculturalismo che non fosse la semplice uguaglianza del cittadino di fronte al mercato, in veste di individuo/numero in preda a un meccanismo spesso sentito come vessatorio.

Con una leggera generalizzazione, possiamo affermare che i cittadini occidentali abbiano percepito come uno dei più rilevanti tratti inclusivi degli ultimi anni di storia quella che è una generica condizione di parità di fronte a un meccanismo opaco, che esclude sistematicamente la partecipazione del “popolo” alle vicende economiche, il più delle volte demandate al funzionamento (incomprensibile alla massa) di ciò che viene chiamato mondo finanziario.

In questo contesto il populismo ha avuto terreno fertile; e oltre all’esplosione di caratteristiche ad esso congenite, come la rabbia verso le élite, la semplificazione della realtà, l’anelito a una classe politica autoritaria che assicuri il ritorno all’ordine (e possa far sognare una grandeur ormai perduta), oltre a queste istanze deteriori, si è sviluppata una forma di urgente rivendicazione delle proprie radici: la necessità di un’identità nazionale che spesso viene nebulosamente idealizzata, proiettata conflittualmente verso l’esterno, contro un ipotetico “altro” dal quale difendersi e contro il quale scagliare il proprio senso di impotenza.

È in questo scenario che hanno potuto attecchire tutte le estremizzazioni di Donald Trump, tutti gli “ismi’ che alimentano il suo elettorato: il razzismo che consente di additare l’immigrato come fonte dei problemi, addirittura il sessismo, che nonostante la sua carica retriva è un ulteriore elemento di semplificazione, capace di individuare con precisione la classe dell’uomo vessatore e quella della donna da vessare (rivelatore, in questo senso, come le donne americane al voto non abbiano voltato le spalle a Trump). E in questo contesto il concetto stesso di multiculturalismo, come una materia radioattiva maneggiata senza destrezza, rivela il suo potenziale tossico, finendo per diventare la cartina di tornasole dell’impossibile coesistenza di princìpi inconciliabili.

Se si accettano queste premesse, è facile capire come l’appeal di Hillary Clinton per una cospicua fetta di elettori americani fosse paragonabile a quello di un esattore di Equitalia per gli italiani.

Il voto di protesta ha premiato chi rappresentava una forza anti-establishment; e poco importa se sparigliando le carte ci si è consegnati a un futuro incerto: il dato di fatto è che quando oggi al cittadino occidentale è data la possibilità di scegliere se premere o meno il tasto RESET, come unica alternativa di cambiamento (senza, peraltro, lasciar intravedere alcuna prospettiva di costruzione), questi sarà ben lieto di farlo.

Qualunque sia il percorso che ci ha portato fin qui, è plausibile ricercarne le radici nella generalizzata impostazione neoliberista affermatasi in Occidente. L’esaltazione della capacità di autoregolamentazione del mercato (a volte addirittura in chiave strumentale appannaggio di alcuni gruppi di potere elitari) senza gli adeguati contrappesi che contemplano un approccio politico, culturale e sociale alla difficile sfida di una sempre maggiore integrazione tra le culture in epoca di globalizzazione, ha finito per stressare le masse, che hanno reagito (spesso alla cieca) a quelli che identificano come sprezzanti vertici oligarchici.

Che Trump sia la soluzione, o quantomeno il punto di rottura, di questo sistema e non il suo camuffamento più riuscito e subdolo è ciò che ci auguriamo oggi con malcelata sfiducia.

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