Trump o Clinton, quali scenari per l’economia mondiale?

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I potenziali impatti delle politiche dei due candidati sui mercati finanziari e sull’economia mondiale

La scelta del nuovo inquilino della Casa Bianca, come ogni Election day, avrà  rilevanti conseguenze sull’economia mondiale e sui i mercati finanziari. Una prima piccola testimonianza arriva dai vivaci movimenti delle borse di queste ore: investitori ed economisti si interrogano sull’impatto che potrà avere la presidenza Trump o Clinton sulla prima economia al mondo.

Nonostante siano in molti a ritenere che in generale il Partito repubblicano sia più favorevole al mercato e alle imprese rispetto al Partito democratico, gli investitori questa volta sembrano considerare la vittoria di Hillary Clinton più favorevole per le sorti degli States, per due principali questioni.

La prima è legata a un fattore di stabilità politica: se c’è una cosa che non piace a Wall Street è proprio un presidente con un carattere incontrollabile, imprevedibile e fortemente orientato al protezionismo come Donald Trump. In secondo luogo, perché la politica economica della Clinton rappresenta la continuazione delle scelte vincenti di Obama, quelle scelte che hanno portato gli Stati Uniti fuori dalla crisi facendo scendere la disoccupazione dal 11% al 5%. Non a caso, è bastata la decisione dell’Fbi di non perseguire penalmente il candidato democratico per spingere verso l’alto i listini globali.

A Wall Street convince il tono moderato di Clinton e preoccupano il temperamento di Trump e la sua tendenza a ricorrere al populismo per attrarre voti. Wall Street sa bene anche che l’esempio della Brexit nel Regno Unito è un pessimo precedente in questo senso. “Con le politiche populiste si può avere una reale possibilità di tornare a tassi di inflazione senza crescita. È uno scenario difficile da ignorare”, ha sostenuto l’amministratore delegato della società di ricerche Msci, Remy Briand.

Alcuni indicatori mostrano che, in caso di vittoria del magnate repubblicano, si avrebbe un declino tra il 10% e il 15% nell’indice S&P 500, il preferito di molti investitori. A Trump si rimprovera soprattutto, come sostiene il magnate britannico Richard Branson, di non essere una persona “a cui piace ascoltare gli altri”.

Mentre il direttore della banca privata Bmo, Jack Ablin ha sottolineato come ai mercati piaccia molto “avere i democratici nello Studio Ovale. È quasi un fattore di due contro uno”. D’altra parte, i dati storici indicano che il mercato azionario Usa ha registrato sempre risultati migliori durante le presidenze democratiche.

Rendimenti annualizzati di S&P 500 durante le presidenze USA 1929-2016 

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Fonte: Fidelity International, settembre 2016

Uno studio condotto dall’Università di Princeton sugli ultimi 16 mandati presidenziali ha evidenziato che non solo i mercati, ma anche l’economia Usa è cresciuta in misura notevolmente maggiore nel corso delle presidenze democratiche e che il tempo trascorso in recessione è stato minore durante tali periodi.

Tuttavia la stessa indagine dell’Università di Princeton ha sottolineato che l’esito delle presidenziali ha avuto un impatto limitato sull’economia e che l’elemento chiave è da ricercarsi nella congiuntura storica, con i leader democratici del passato che hanno avuto la fortuna di assumere la presidenza in periodi caratterizzati da condizioni economiche mondiali migliori.

Il programma economico del tycoon
Alcune delle politiche di Donald Trump sono in linea con le idee tradizionali del Partito Repubblicano come il capitalismo liberale, l’interventismo minimo e il conservatorismo delle politiche sociali. Non in materia di commercio però: Trump è contrario a una maggiore liberalizzazione degli scambi e ostile agli accordi commerciali già in essere (come il TTIP e il TPP), mentre favorisce dazi doganali e restrizioni agli scambi, opponendosi all’uso dei cambi valutari come strumento di politica. Le minacce di pesanti dazi sui prodotti cinesi rappresentano un fattore di rischio per ogni settore o società Usa che dipenda da quelle importazioni. D’altra parte, i dazi doganali contro Pechino potrebbero favorire i comparti produttivi nazionali che hanno subito la concorrenza cinese, come il settore dell’acciaio.

Nel suo libro “Crippled America“, pubblicato a fine 2015, Trump parla di un “piano di ricostruzione da mille miliardi di dollari” e più recentemente ha dichiarato di voler spendere il doppio della sua rivale in infrastrutture. Trump propone una significativa riforma del sistema fiscale, con la riduzione degli scaglioni di imposta sul reddito da sette a tre e il drastico abbassamento dell’aliquota massima sulle società dal 35% al 15%. Le proposte fiscali di Trump sono ambiziose e concettualmente all’avanguardia e l’eventuale riduzione dell’aliquota sulle società al 15% sosterrebbe il contesto societario complessivo negli Usa. Questi tagli fiscali potrebbero dare slancio alla crescita economica, ma la conseguente perdita di entrate nelle casse pubbliche potrebbe incrementare il deficit.

Inoltre, Trump è scettico sui cambiamenti climatici e contrario alle normative ambientali, da lui giudicate eccessivamente gravose per le imprese. Infine nell’ambito delle spese militari entrambi i candidati hanno parlato di un loro aumento, ma in base alle loro dichiarazioni e al profilo complessivo si prevede Trump possa essere più aggressivo rispetto alla Clinton in questo senso, puntualizzando che l’attuale quota del 3% del Pil Usa destinata alla spesa militare è troppo bassa e che intende riportarla attorno al 6% come in passato. Ciò favorirebbe dunque i produttori di attrezzature militari e armi.

Le politiche della candidata democratica
Il programma politico di Hillary Clinton è molto più in linea con la tradizione del suo partito. Ciò significa porre l’accento sulla riduzione delle disparità sociali ricorrendo a normative e interventi statali. Le politiche della candidata sono inoltre ritenute in linea con quelle dell’attuale presidente democratico Barack Obama.

Come per Trump, le infrastrutture rappresentano un obiettivo politico fondamentale anche per Hillary Clinton, nonché l’ambito di maggiore intesa tra i due candidati. Tuttavia, stando alle dichiarazioni possiamo presupporre che i piani di spesa infrastrutturale della candidata democratica (per un totale di 275 miliardi di dollari in 5 anni) siano meno ambiziosi in termini di portata e finanziati ampiamente da aumenti selettivi delle imposte e con una maggiore enfasi sulle reti di trasporto pubblico. Goldman Sachs stima che i piani della candidata democratica implichino un impulso del 17% all’edilizia pubblica totale ogni anno e del 3,6% all’attività edilizia complessiva.

La campagna della candidata democratica ha puntato molto sulla lotta agli aumenti dei prezzi “ingiustificati” e “predatori” da parte dei produttori di farmaci.
Entrambi i candidati si sono espressi a favore di un aumento della retribuzione minima dagli attuali 7,25 dollari all’ora. Clinton sostiene un notevole incremento del salario minimo federale a 12 dollari all’ora, lasciando spazio ad aumenti superiori a livello locale.

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In ogni caso, chiunque vinca sa bene che i tempi post-elettorali non saranno idilliaci per l’economia. La storia dimostra infatti che le crisi più gravi per l’economia a stelle e strisce, come quelle del 1929, 1973 o 1981, si sono verificate in periodi post-elettorali. E il nuovo periodo che si apre coincide con un momento in cui gli Stati Uniti non raggiungono i livelli di crescita desiderati, con un’inflazione minore del previsto e l’incertezza sempre latente sul futuro dei tassi di interesse.

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