Il crollo di Trump e i tanti nodi che stanno venendo al pettine

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epa05363111 US Republican presidential candidate Donald Trump waves as he exits the stage after speaking at a campaign event at St Anselm College in Manchester, New Hampshire, USA, 13 June 2016. According to reports, Trump addressed the Orlando mass shooting tragedy during his speech.  EPA/HERB SWANSON

Lui si riserva di decidere se riconoscere la sua sconfitta, quasi un avviso di guerra civile. O forse l’ennesima buffonata

Caro direttore, eccoci a parlare dell’ultimo dibattito presidenziale. A mio parere, il migliore dei tre. E comunque, l’ultimo. Hillary Clinton (che per i sondaggi «al volo» ha vinto, per la terza volta) non si troverà più accanto l’omaccione che ha promesso di metterla in galera, che si è augurato che qualcuno la uccida, che l’ha accusata di essere responsabile dell’assassinio dell’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengazi; che ha sostenuto che è complice di suo marito in camarille sessuali e da lì ha contratto la sifilide, che ha un cancro ai polmoni, che è epilettica…Fine, grazie a Dio.

Tra 19 giorni si vota, Hillary Clinton sarà il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Si discute di «quanto» vincerà. Se di misura, con «largo margine», o addirittura «a valanga». Siccome Trump sta precipitando nei consensi e ha un’acuta mancanza di quattrini (essenziali nella fase finale della campagna), i democratici stanno coltivando la speranza del colpaccio: riprendersi la maggioranza del Senato e della Camera. In questo caso, per il partito democratico non solo sarebbe un filotto di 12 anni consecutivi alla Casa Bianca, ma anche la possibilità di prendersi il legislativo, di dare una svolta duratura agli orientamenti della Corte Suprema e di riconquistare, con l’aiuto della demografia e del voto ispanico, il famoso ed elettoralmente decisivo Texas.

Il Texas manca all’appello da quando il texano Lyndon Johnson (il più generoso presidente americano) lo tradì firmando la legge che dava ai neri i diritti civili, nel famoso 1965. Lui, per altro, lo aveva previsto (Firmando, disse, a voce alta: «E con questa firma, noi democratici ci giochiamo il Texas per due generazioni».) Aveva ragione, però le due generazioni sono pressocché passate e già in queste elezioni il Texas ha dato qualche segno di cambiamento, e da tempo le grandi città – Houston, Austin… – votano democratico.

Il crollo di Trump si sta dimostrando anche un’occasione in Arizona, in Georgia, in Missouri e in tutti gli stati che l’8 novembre eleggono senatori, deputati e governatori. La riconquista della Camera, invece, resta un sogno difficilmente realizzabile. Ma qui una limatura della maggioranza repubblicana, unita a un Senato democratico potrebbe permettere a Hillary Clinton di governare in condizioni migliori da quelle, terribili, in cui si è trovato Barack Obama.

Con il crollo di Trump, improvvisamente molti nodi vengono al pettine. Come sapete, il candidato repubblicano mercoledì sera ha addirittura detto che «deciderà, a seconda dei risultati, se accettare il verdetto delle urne». Cosa voleva dire? A tutti è sembrato un «pronunciamiento», una specie di avviso di guerra civile. Ma forse era solo l’ennesima buffonata di Donald Trump. Che però rimanda a un altro problema. Che cosa farà Donald Trump dopo la sconfitta? Un nuovo partito? Sarà la star di un nuovo network televisivo sostenitore della «alt right», la destra alternativa fascistizzante? O semplicemente, da vero businessman con il pelo sullo stomaco, saluterà tutti e se ne andrà in vacanza per un lungo periodo? Non si sa.

L’uomo, come si è visto nei dibattiti, è instabile, umorale, e non particolarmente intelligente. Quello che sembra certo, è che il partito repubblicano, da una parte farà molto volentieri a meno di lui, ma dall’altra si troverà a camminare sulle macerie di quello che il partito stesso ha creato. Trump «l’outsider» che ha irriso l’establishment repubblicano, era infatti una creatura di quell’establishment. Così come lo era il movimento dei «tea party» (un’assurdità evangelico fascista), come era il movimento «neo-con» (un’altra assurdità, questa volta figlia di brutte ideologie del Novecento), così come è stata la strategia di ostruzionismo parlamentare ad oltranza ad Obama, così come è stata l’opposizione, anche questa assurda all’Obamacare e l’aver flirtato con tutto il sottosuolo razzista contro Obama, di cui proprio Trump è stato uno dei leader.

Provatevi a mettervi nei panni di un dirigente del partito repubblicano: come fareste a spiegare che avete affidato le sorti del partito a un palazzinaro bancarottiere noto soltanto per aver finanziato una campagna razzista contro il presidente Obama? Difficile, per un partito che fu di Lincoln, di Eisenhower e persino di Reagan, personaggio politico molto sovrastimato, ma che confrontato a Trump appare oggi quasi nobile (e comunque molto più simpatico). Difficile ancora di più dopo una campagna elettorale servita solo ad alienare al partito i voti di milioni di donne, di neri e di ispanici.

Conclusioni? Ovviamente non so trarne. Però osservo che, contrariamente allo spirito dei tempi, l’America va a sinistra, non a destra. Osservo che certi valori –quelli cosiddetti di democrazia – hanno pur sempre un fascino, almeno nel nuovo mondo, e che il vecchio detto «no taxation without representation» è straordinariamente moderno, così come l’aggettivo «inclusivo», che in pratica vuol dire che è nel tuo interesse aiutare i poveri a non essere più tali. E poi, che dire? Avere un partito forte, che litiga, ma che poi milita, finanzia, discute, orienta, è una cosa che serve. Lo si è visto in tutte le primarie democratiche.

Se Bernie Sanders fosse stato Bertinotti, gli americani si sarebbero beccati Trump, come noi ci siamo beccati Berlusconi per vent’anni. E invece lì è scattato qualcosa, che da noi non è scattato: la sensazione del pericolo. L’America, come è noto, non ha mai vissuto il fascismo, ma spesso ci è andata vicino. Negli anni Trenta, la democrazia di Roosevelt non era l’unica opzione disponibile: i grandi industriali, i grandi giornali, le persone più in vista tifavano Hitler, perché era un tipo che aveva saputo mettere in ordine il suo Paese, dopo una grande crisi economica. Prima di Pearl Harbor, se si fosse votato, avrebbero probabilmente vinto. Negli anni Cinquanta ci fu l’ondata del maccartismo. Che tutti i nostri lettori ricordano, perché è una pietra miliare dell’antiamericanismo di sinistra. Adesso c’è stato Trump. Che ha perso, come Lindbergh, come Mc Carthy. Interessante, no?

(PS. Caro Sergio: Avendo passato tutta la vita a dolermi delle magagne e delle stupidaggini della sinistra, permettimi di osservare ora soddisfatto il tracollo del partito repubblicano americano, rappresentante del capitalismo più ottuso e sponsor dell’ineguaglianza sociale. E invece, spendere una buona parola per quel relitto del Novecento che è il partito democratico americano: incasinato, corrotto, ma – come dire? Democratico. Il partito democratico italiano, si chiama così, in onore a quello americano, o sbaglio? Perché non studiate un po’ come fanno laggiù a vincere le elezioni? Chissà: magari dando un po’di spazio a donne ed immigrati. Che dici? Dibattito?)

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