Truculento e compiaciuto: Tarantino rischia di annoiare

Cinema
The_Hateful_Eight

Dialoghi ridondanti e ripetitivi e litri di salsa di pomodoro appesantiscono “The Hateful Eight”. Lodevoli l’odio per il razzismo, la musica di Morricone e la ballata cantata da Jennifer Jason Leigh

Recensione difficile, quella di The Hateful Eight (alla lettera “otto pieni di odio”, intraducibile). Il film è molto atteso, per varie ragioni. È diretto da Quentin Tarantino, uno dei registi più amati e modaioli del nostro tempo. Ha provocato polemiche prima ancora di nascere, quando la sceneggiatura venne rubata e messa online. È un western nell’anno del ritorno del western, il 2015 che ha visto Revenant sbancare le candidature agli Oscar… e The Hateful Eight ne ha avute pochissime, solo Jennifer Jason Leigh (attrice non protagonista), Robert Richardson (fotografia) ed Ennio Morricone hanno passato le forche caudine dell’Academy.

Ed è, per chi scrive, una cocente delusione. Non andiamo pazzi per Tarantino. Solo Jackie Brown, Bastardi senza gloria e a tratti Pulp Fiction ci sono sembrati film di qualche spessore, capaci di andare oltre il mero gioco cinefilo. Però un western è sempre un western, e nel precedente Django Unchained Tarantino aveva giocato sapientemente con i codici del genere, mescolando gli omaggi allo spaghetti-western con una riflessione non banale sulla schiavitù e sul razzismo. Anche il nuovo film inizia con una citazione: quando un uomo appiedato ferma una diligenza e chiede di salire, la memoria va a Ombre rosse, anche se là siamo nel deserto dell’Arizona e qui fra i monti innevati del Wyoming. Ma nominare nello stesso capoverso questo film e il capolavoro di Ford ci sembra qualcosa di simile a una bestemmia. John Wayne veniva accolto sulla diligenza nel giro di trenta secondi, mentre prima che Kurt Russell prenda a bordo Samuel L. Jackson passano dieci-quindici minuti di chiacchiere insulse.

E siamo al primo difetto del film: Tarantino è un grande scrittore di dialoghi ma qui si guarda allo specchio, si ascolta, si dà al manierismo. E quando il citazionismo dai classici diventa autocitazionismo di se stessi, è un grosso guaio. Lungi dall’essere un remake di Ombre rosse come qualcuno ha imprudentemente scritto, The Hateful Eight è piuttosto una scopiazzatura delle Iene (a sua volta copiato da City on Fire di Ringo Lam, “cult” del poliziesco hongkonghese) ambientata in un vecchio West sommerso dalla neve. Anche qui i personaggi sono tutti, dicasi tutti, delinquenti e/o cacciatori di taglie assetati di sangue e privi di qualsiasi umanità. Gli unici esseri umani vengono sterminati prima che il film inizi, e vedremo il loro macello in un lungo flash-back. Il gusto sadico con cui Tarantino mette in scena l’omicidio delle tre donne che gestiscono la stazione di posta è disturbante e ad alto sospetto di inconsapevole misoginia: anche perché le uccisioni – dilatate, compiaciute, “spiritose” – sono perpetrate da personaggi che in precedenza il film ci ha spinto a guardare quasi con simpatia.

The Hateful Eight è sicuramente il film più feroce, truculento e compiaciuto di Tarantino. Al confronto dell’avvelenamento da caffè che provoca litri di vomito sanguinolento a vari personaggi, il taglio dell’orecchio di Le iene sembra un buffetto sulla guancia. Il sentimento del vostro voyeur di fiducia, davanti al film, era di fastidio: perché mai dovremmo passare tre ore della nostra vita in quel saloon, assieme ad assassini che s’ammazzano prima di chiacchiere e poi di revolverate? Gran parte delle nostre reazioni, però, sono squisitamente soggettive: noia mortale, fastidio per i dialoghi ridondanti e ripetitivi, disgusto fisico per i litri di salsa di pomodoro, disgusto morale per tutto ciò che i personaggi fanno. Fateci una robusta tara: conosciamo gente, anche rispettabile, che si è divertita. Tre cose, per altro, dobbiamo ammettere. Anche in questo film Tarantino ribadisce un odio per il razzismo che è comunque lodevole; la colonna sonora di Morricone, per niente “leoniana”, è bellissima anche se diversi temi vengono da La cosa di John Carpenter, quindi si tratta di un auto-riciclaggio in fondo assai “tarantiniano”; la ballata Jim Jones At Botany Bay, che Jennifer Jason Leigh canta dal vero, è bella e perfettamente in tema.

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