Treni vecchi, lenti e meno sicuri. L’odissea dei binari regionali

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Dossier Legambiente racconta il Paese escluso dall’Alta Velocità. Dove mancano investimenti e aumentano i tagli ma i biglietti aumentano

L’immagine dell’Italia a due velocità, nel 2016, è la fotografia più calzante del sistema ferroviario. Velocità, puntualità, investimenti, e soprattutto sicurezza sui binari vengono declinati in modi diversi. Da un lato, c’è il sistema di Rfi (Rete Ferrovie dello Stato) che gestisce tecnologicamente all’avanguardia circa 16.700 chilometri di rotaie, sotto il controllo dell’Ansf (Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie).

All’altro capo del mondo ferroviario, c’è l’arcipelago delle “ex concesse”: circa 3.700 chilometri di rotaie che lo Stato nel tempo ha affidato a operatori privati che stipulano contratti di servizio con Regioni e Province. Un mondo disomogeneo di 34 società facenti capo a una ventina di gruppi, con standard qualitativi inevitabilmente diversi dal Nord al Sud. Soprattutto, un cosmo soggetto – per ora – a un controllore diverso: l’Ustif (Ufficio speciale trasporti impianti fissi) del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture.

La differenza tra le diverse forme di controllo è cruciale: un Frecciarossa dispone del congegno di blocco automatico del convoglio in caso di criticità, un treno regionale si affida – come mezzo secolo fa – alla paletta verde del capostazione e al fonografo per le comunicazioni.

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