Tremate, tremate: la strega è tornata

Cinema
Una foto di scena di 'Blair Witch' 2016. Roma, 1 agosto 2016. ANSA/ IMDB.COM +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

A 17 anni da “The Blair Witch Project”, arriva in Italia il secondo capitolo del film che spaventò il mondo. Regia di Adam Wingard

La paura prende forma e diventa una categoria potente. Tra lupi mannari, squali, mummie, uomini invisibili, bambole assassine, maschere di cera, creature mostruose, scienziati pazzi, assistenti gobbi, zombi, uomini leopardo, ombre sui muri, entità extraterrestri, invasioni aliene, piante paurose e insetti malefici crea un mondo di fuga, ma al tempo stesso ignoto, e quindi spaventoso. L’horror, un genere che viaggia nei secoli. Ci accompagna dalle origini del cinema a oggi. E così è tornata anche la strega di Blair.

A 17 anni da The Blair Witch Project arriva in Italia, da mercoledì 21 settembre con Eagle Pictures, Blair Witch, diretto da Adam Wingard (You’re Next) e interpretato da James Allen McCune, Callie Hernandez, Brandon Scott, Valorie Curry, Corbin Reide e Wes Robinson. Un nuovo capitolo si appresta a raccontare cosa accade nella spaventosa foresta di Black Hills, nel Maryland.

La storia è la stessa. Un gruppo di studenti universitari si avventura nella foresta per cercare di svelare il mistero legato alla sparizione della sorella di James Donahue, Heather, avvenuta 17 anni prima e che in molti pensano sia collegata alla leggenda della Strega di Blair. Il gruppo è inizialmente ottimista, soprattutto quando alcuni abitanti del posto si offrono di guidarli nella foresta. Nel corso di una notte infinita, però, i ragazzi iniziano a sentire intorno a loro una presenza sinistra e lentamente si rendono conto che la leggenda è molto più reale e inquietante di quanto potessero immaginare.

Nel 1999 The Blair Witch Project portò una ventata d’aria fresca nel mondo dell’horror. A metà strada fra film e documentario, spaventò il mondo con la tecnica del found footage (video ritrovato), oggi una delle tecniche più utilizzate nel genere che a seconda delle esigenze creative può caratterizzare l’intero film (Rec, The Visit, Cloverfield) o una parte (come Non aprite quella porta, Cannibal Holocaust, Il quarto tipo). Un video realizzato spesso da amatori e in cui vengono mostrate le avventure da loro vissute. Il respiro ansimante, le impronte di mani sulle pareti della capanna e la spaventosa figura girata di spalle, il film ripercorre le tracce del “progenitore”. Anche nell’incredulità iniziale del gruppo, i racconti intorno al fuoco e la comparsa delle prime bambole vodoo. L’unica vera differenza è nel numero e nella qualità delle camere. Basato ancora una volta su suggestioni visive caotiche e su un sonoro chiassoso, è in un certo senso un passo indietro in termini di genere, eppure tornare indietro gli dà un aspetto vintage.

Man in the dark

Un’altra uscita horror è Man in the Dark, nuova opera di Fede Alvarez, dopo lo splatterissimo remake targato 2013 di La casa. E al centro della narrazione, stavolta, sarà un’altra casa, dove alcuni ladri s’introducono per approfittare del suo unico abitante, un vecchio cieco apparentemente indifeso. Chiaramente, il signore in questione si rivelerà però più pericoloso e pazzo del previsto. Prodotto da Sam Raimi, il film vede un cast composto da Dylan Minnette, Jane Levy, Stephen Lang, Daniel Zovatto, Sergej Onopko, Jane May Graves e Jon Donahue. L’uscita italiana è fissata all’8 settembre.

Non è facile dire se Man in the Dark sia un thriller o un horror, e questa si può dire sia già una grande novità. In questo caso è lo stile a fare il genere. Non c’è ombra di soprannaturale, non ci sono veri momenti splatter, e oltre metà film si risolve in un inseguimento, è cioè uno spazio tipico del cinema horror. Come è tipica la costruzione della tensione: è molto più ciò che veniamo a sapere che turba, rispetto a quello che vediamo.

La trovata migliore è nell’uso che si fa della cecità, che una volta tanto è davvero un limite. Come raccontano gli autori una vera sfida è stata quella di mettere i personaggi in una situazione nella quale spesso non possono né parlare né fare alcun tipo di rumore, narrare una storia con pochi dialoghi. Nel film c’è un messaggio sottile ma molto diretto: l’inferno può essere sulla terra se non si affrontano le proprie responsabilità e le proprie colpe. In un certo senso il tema centrale è la giustizia. La domanda è: “esiste una giustizia divina oppure siamo noi che portiamo la nostra giustizia nel mondo?”. E se siamo noi, le cose si complicano perché ogni personaggio ha la sua giustizia personale.

L’horror moderno

Ma a questo punto, anche dopo le uscite a luglio di It Follows e La notte del giudizio – Election Year e ad agosto con Lights Out, viene subito da fare una riflessione sull’horror moderno che sta sempre più riflettendo i tempi effimeri in cui viviamo. Si ripescano le paure primordiali e si attinge dalle problematiche delle moderne società occidentali: ciniche e fintamente democratiche.

In It Follows, le persone sono inseguite da un mistero senza nome. Da una figura che rappresenta l’angoscia che ognuno di noi si porta dentro, nel profondo, a cui non abbiamo ancora dato un nome. Una paura lenta e implacabile. Come se già si avesse coscienza di far parte di una generazione che ha un destino inesorabile, una generazione che verrà sconfitta comunque.

In Lights Out si gioca con una delle paure ancestrali per eccellenza: la paura del buio, mentre Equals di Drake Doremus, con Nicholas Hoult e Kristen Stewart è ambientato in una società dispotica del futuro, dove gli esseri umani vengono educati a non avere emozioni. I film horror da sempre assimila le paure diffuse per renderle sullo schermo senza filtri, o quasi, così da divenire lo specchio più credibile dello sviluppo della società. E già nelle pellicole degli albori che si possono trovare le prime immagini di eventi soprannaturali e arcani, come in alcuni cortometraggi muti creati da pionieri quali Georges Melies, per non scomodare Murnau con Nosferatu il vampiro e Robert Wiene con Il gabinetto del dottor Caligari.

Un po’ di storia

In seguito i film hollywoodiani ripresero i vecchi temi come Il gobbo di Notre Dame e The Monster entrambe con la prima star dei film di sangue e grida, Lon Chaney, il cui ruolo più importante fu ne Il fantasma dell’opera. È con i radicali cambiamenti nella tecnologia degli anni Cinquanta, che gli horror cambiarono e passarono dalla linea gotica a quella di fantascienza, poi l’occulto, fino ai killer psicopatici, horror metafisico e apocalittico e il cosiddetto horror autoriflessivo come Nightmare e Candyman. Negli anni Novanta il cinema del terrore si modifica nuovamente. Ciò che avviene può essere definito come il rendere quotidiano l’orrore che nei decenni precedenti era considerato distante. Oggi da una parte vi è l’umanizzazione di personaggi negativi anche classici, dall’altra si ha la generalizzazione del male, il mostro è un uomo, ma stavolta non si è più sicuri di chi sia, chiunque è imputabile e di chiunque si può dubitare; è la società malata che crea e che nasconde il mostro. L’horror mette in crisi le norme, i valori assoluti, i divieti. Quando funziona coinvolge i pensieri che cercano nuove strade, anche pericolose. Esorcizza le paure legate agli orrori del proprio tempo quando mantiene i legami stretti con la fantasia, quando conduce ad altri mondi, diversi, originali, con paesaggi nuovi. Se no si rischia un divertissement sanguinolento e banalmente ansiolitico, un’evasione alla noia e alla monotonia senza spessore.

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