Tre indizi che fanno una prova

Dal giornale
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Gli indizi sulla ripresa economica del Paese ormai non lasciano dubbi

Se come avvisa Agatha Christie tre indizi fanno una prova, allora appare chiaro che l’Italia sta davvero rialzando la testa. E che, nonostante il cauto pessimismo (della ragione) esercitato anche dal leader di Confindustria Giorgio Squinzi, si può guardare al futuro con un certo ottimismo (non solo dettato dalla volontà).

Anche perché oramai gli indizi sono assai più di tre. Prima la Confcommercio che ci spiega che gli italiani hanno ri-cominciato a comprare e consumare, poi l’Inps che fa vedere come in questi primi sette mesi del 2015 siano cresciuti i posti di lavoro e in particolare quelli stabili, l’Istat che certifica come a luglio la produzione industriale sia in chiara ascesa così come l’export, mentre Federalberghi conta che quest’estate siano cresciuti gli italiani che hanno potuto andare in vacanza.

Prima. Nell’ordine: nel secondo trimestre 2015 il Pil è cresciuto dello 0,7% rispetto allo stesso periodo di un anno fa, a luglio i consumi sono saliti del 2,1%, gli italiani in vacanza sono stati l’8,6% in più dell’anno scorso, gli occupati (sia per l’Istat che per l’Inps) sono aumentati di oltre 230mila unità (con più di 1 milione di contratti a tempo indeterminato secondo i dati dell’istituto di previdenza), la produzione industriale ha fatto registrare un più 2,7% fra luglio 2015 e luglio 2014 con un export che da gennaio a giugno sale del 5% rispetto allo stesso periodo del 2014. È cioè oramai con una certe continuità che i segnali positivi si stanno susseguendo il che dovrebbe far pensare anche agli osservatori più cauti che si tratti di elementi strutturali e non semplicemente prodotti da qualche favorevole congiuntura. E che quindi alcune scelte del governo (a cominciare dagli 80 euro, ma non solo) i propri frutti li stanno producendo. Il Pil ad esempio è salito sia nel primo (0,4%) sia nel secondo (0,3%) trimestre 2015. Significa che l’obiettivo di arrivare a fine anno a un Pil al più 0,7% (come s’era prefissato il governo) è più che vicino. «Erano cinque anni – annota il professore Marco Fortis, docente di Economia alla Cattolica di Milano – che la crescita congiunturale del Pil italiano non restava per due trimestri consecutivi vicina al tasso medio dell’Eurozona». Concretamente questo vuol dire che le famiglie stanno consumando di più (i dati sono positivi da 5 trimestri consecutivi) e che le imprese hanno ripreso a investire e ad assumere. Certo hanno pesato i fattori esterni come il quantitative easing di Draghi, l’euro debole, il petrolio meno caro. Ma vanno conteggiati anche gli effetti interni delle politiche del governo, a cominciare dai famosi 80 euro. «I fattori esterni stanno certamente aiutando la ripresa – spiega Fortis – ma sono arrivati fra fine 2014 e inizio 2015 e quindi quando il Paese era pronto ad accoglierli. Sono stati come una pioggia benefica su un terreno che era già stato arato e seminato da vari provvedimenti e riforme del governo».

Effetto 80 euro

Così gli 80 euro da giugno 2014 hanno prima bloccato la crescente erosione della domanda interna aiutando i consumi privati e poi hanno fatto riprendere la spesa delle famiglie soprattutto nelle auto e nelle vendite al dettaglio. Mentre il bonus sulle ristrutturazioni ha tamponato l’emorragia nell’edilizia e quello sui mobili ha salvato (dati FederlegnoArredo) circa 10mila posti di lavoro. Quanto poi alla nuova legge Sabatini (finanziamenti bancari o in leasing agevolati e garantiti per le piccole e medie imprese) ha indubbiamente aiutato gli investimenti in macchinari di parecchie aziende. In questo caso i consumi di macchine per industria è cresciuto del 10% in generale e del 34% per quelle utensili e la robotica.

Forse può apparire semplicistico dire che la gente ha più soldi in tasca e compra di più e quindi le aziende producendo di più aumentano gli investimenti e i posti di lavoro, ma osservando le sequenze numeriche fornite da vari istituti pare proprio che questo circuito virtuoso sia ripartito da metà dell’anno scorso.

Da quando il governo ha tagliato le tasse a parecchi lavoratori (con gli 80 euro) e a parecchie imprese (via il costo del lavoro dall’Irap) aumentando la pressione fiscale sul versante della rendita. Stefano Gagliarducci e Luigi Guiso, su lavoce.info, ad esempio hanno calcolato che l’effetto 80 euro sul Pil c’è stato ed è stato riguardevole. «Sulla base delle nostre stime, – scrivono – il bonus erogato nel 2014 è di circa 5,2 miliardi, in linea con lo stanziamento del governo di 6,7 miliardi.

Nell’ipotesi che le erogazioni del 2015 abbiano seguito quelle del 2014, dovrebbero essere intorno ai 9 miliardi (non lontano dallo stanziamento di 10 miliardi previsto dal governo). Poiché i consumi totali delle famiglie nel 2014 sono stati di 974 miliardi di euro, il bonus ha contribuito ad accrescere i consumi nel 2014 dello 0,54 per cento; per il 2015 il contributo stimato alla crescita dei consumi è vicino al punto percentuale (0,93%). Assumendo un moltiplicatore dei consumi tra 1,2 e 1,4, il bonus avrebbe contribuito a sostenere la crescita del Pil all’incirca dello 0,4% nel 2014 e di circa lo 0,8% nel 2015».

In particolare i due economisti notano che Il bonus ha avuto un forte effetto sui consumi delle famiglie con i redditi più bassi che hanno consumato più degli 80 euro avuti dal governo. Probabilmente perché questo “assegno” mensile ha permesso di accedere al credito a «famiglie che consumavano al di sotto del loro livello desiderato, perché escluse dal mercato del credito». Conclusione? «Le nostre stime suggeriscono che il bonus Renzi ha aiutato a sostenere la domanda interna in un momento di particolare debolezza dell’economia Italiana», scrivono i due economisti non allontanandosi del resto alle stime fatte dalla stessa Banca d’Italia. Insomma forse è un caso ma i consumi delle famiglie sono stati negativi fino alla primavera 2014 e poi hanno cominciato a segnare dati positivi facendo registrare a luglio di quest’anno un più 2,1% cioè l’incremento mensile più alto da 5 anni a questa parte.

Più produzione, più posti

Forse è tutto merito del destino, ma anche la produzione industriale, come dice l’Istat, sta crescendo e in tutti i settori produttivi. «Aumentano – scrivono i ricercatori dell’Istituto di statistica – l’energia (+7,1%), i beni di consumo (+1,0%), i beni intermedi (+0,6%) e i beni strumentali (+0,3%)». In particolare è da segnalare il più 20% registrato dalla produzione di mezzi di trasporto rispetto al luglio 2014, un settore in cui emerge il balzo (quasi 45% in più) della fabbricazione di automobili. In cui va ricercata una delle ragioni della buona salute dell’export nazionale visto che la crescita delle esportazioni (da Lombardia, Basilicata, Piemonte e Emilia-Romagna) di auto e (soprattutto dal Lazio) di prodotti farmaceutici e simili determina per almeno un terzo il più 5% dell’export italiano nei primi sei mesi del 2015. Sono tutti numeri che poi hanno ripercussioni sui livelli occupazionali.

Già l’Istat aveva calcolato quasi 250mila occupati in più a giugno con segnali positivi di incremento in tutte le macro aree dell’Italia: Nord, centro e sud. Giovedì l’Inps ha fatto vedere come ci sia un saldo positivo fra assunzioni e cessazioni di rapporti di lavoro di oltre 700mila unità.

Quasi 3 milioni e 300mila nuovi contratti contro quasi 2milioni e 600mila cessazioni. E come oltre 1 milione di questi nuovi contratti siano a tempo indeterminato. Una crescita di oltre il 35% rispetto a un anno fa. Un effetto del Jobs act che ha oggettivamente spinto alla trasformazione di rapporti di lavoro precario in contratti stabili, e anche degli incentivi (sgravi contributivi) alle assunzioni.

Sotto questa luce ad esempio va vista anche la contemporanea diminuzione delle nuove partite Iva (quasi meno 7% rispetto a un anno fa), un modo con cui spesso si mascherano rapporti di lavoro subordinato. In più però dai dati Inps emerge che questi posti di lavoro non sono soltanto frutto degli aiuti statali. Incidono per circa la metà dei nuovi contratti.

Vuol dire che nell’altro 50% dei casi si tratta di una crescita dell’occupazione non incentivata e quindi figlia di una crescita oggettiva della produzione. Si tratta di persone, famiglie per cui, al di là dei freddi numeri, la ripresa non è più un miraggio.

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