Tre giorni al Primavera Sound, viaggio al centro della musica

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Dai Radiohead a Brian Wilsono: il reportage da Barcellona dove si è svolto il festival che ha raggiunto un equilibrio difficile da immaginare. All’interno l’intervista alla cantante Matilde Davoli

BARCELLONA. E’ stata una esplosione ordinata, l’intero cosmo musicale dell’Europa (e non solo), un quadro di Pollock fatto di note e suoni potenti sparsi per tutta Barcelona, dal Parc del Forum fino al centro città. L’edizione 2016 del Primavera Sound è finita da poche ore, ma le vibrazioni si sentono ancora e si sentiranno per molto tempo, fra chi in questi tre giorni si è costruito ricordi bellissimi e chi già pregusta la prossima edizione. Perché un festival così rimane dentro e anche sulla pelle, avendo raggiunto un equilibrio (pur con ancora alcuni difetti) difficile da immaginare e studiare a tavolino.

Prima di tutto, la musica. Attorno al Primavera Sound c’è molto: una città letteralmente invasa da giovani e meno giovani tutti con i braccialetti ai polsi e ciondolati durante il giorno in cerca di cibo e birra prima delle maratone di concerti, tutti i palchi brandizzati alla perfezione (H&M, Heineken, Adidas, Ray-ban) e merchandising di ogni tipo. Eppure nonostante la cornice così ingombrante è il dipinto a farla da padron assoluto, è la musica nella sua affermazione più potente. Premessa doverosa certo, le scelte dolorose. La line-up del Primavera è così ricca che le sovrapposizioni fra le esibizioni ci sono e vanno risolte in nome di dubbi estetici e quasi esistenziali. Ognuno ha il suo programma, il personale percorso da rincorrere dentro al Forum. Mercoledì sera, come antipasto di una grande abbuffata, ci sono stati  i GOAT sempre colorati e potenti su un palco Primavera già carico e su di giri. Poi è stata la volta dei Suede, invecchiati molto bene dal punto di vista dell’energia, ma un po’ in difficoltà nella tenuta delle corde vocali del sempre Britpop Brett Anderson. A tenere compagnia a tutti fino a notte fonda poi White Fence e Suuns alla Sala Apolo (fila interminabile per entrare, molti hanno “ripiegato” su Jessy Lanza al Barts, godendosi un discreto show). E’ dal giovedì però che si inizia a fare sul serio con Erol Alkan e Todd Terje che fanno ballare tutta la caldissima spiaggia ovattata dall’odore di crema solare e drink del pomeriggio. Al tramonto sui palchi principali arrivano gli Algiers, sorprendenti, prima dei malinconici Daughter e degli Air, una certezza di qualità artistica di livello altissimo. I bravissimi Floating Points sul palco più suggestivo, quello fronte mare, spianano la strada ai Tame Impala (al netto di un problema tecnico, eccezionali) e soprattutto agli LCD Soundsystem. Ecco la miglior esibizione di tutti e tre giorni, per potenza, livello musicale, pulizia del suono e coinvolgimento emotivo di uno straordinario James Murphy. La notte sembra esplodere fuori dalla chitarra di Al Doyle e accompagna molti verso l’alba insieme all’ottimo ritmo di Neon Indian.

Ecco Thom. Il venerdì è il giorno dei Radiohead, attesissimi è molto chiacchierati. Prima però tutti da gustare i Beirut con il sole calante, il loro suono inconfondibile e un pubblico ristretto, ma molto partecipe. Zach Condon è timido come sempre, lascia parlare le canzoni dell’ultimo album e qualche suo grande classico. Le trombe e l’Ukulule accompagnano la folla de Forum all’attesissimo appuntamento con Thom Yorke e compagni: due ore per loro, esibizione più lunga di tutto il festival, pubblico in religioso silenzio e in estasi per l’ultimo encore dedicato a Creep. I Radiohead sono come sempre musicisti abilissimi e possono permettersi quasi qualunque cosa  grazie alla loro aura mistica e semi-divina: è stato un buon concerto, ma forse é mancato qualcosa. Esibizione comunque da custodire per sempre dentro i propri ricordi, peccato per i volumi un po’ bassi. Menzione finale della notte di venerdì per gli Animal Collective: noiosissimi e monotoni, delusione notevole.

Celestiale PJ. Il sabato è stata la vera e propria affermazione di una trinità laica della musica. Il padre, Brian Wilson: la storia seduta al piano che tiene appeso alla sua voce (un po’ stanca a dire la verità) un Forum intero. Tutto Pet sound infarcito anche da alcuni grandi successi dei Beach Boys. Ritorno indietro di 50 anni e tutti a ballare bassi sulle gambe per un momento indimenticabile. La figlia, PJ Harvey: che voce, energia, che splendida esibizione. Una potenza ed un controllo vocale del genere non si non si erano ancora sentite al forum. La band sul palco inoltre, potente e precisa, portava con se una buona dose di orgoglio italiano: Enrico Gabrielli, leader dei Calibro 35 e Alessandro Stefana, chitarrista sui palchi con Mike Patton e Capossela. Il concerto procede spedito e con un ritmo travolgente con il picco di The gloriose land, vera e propria chicca della serata. Infine lo Spirito Santo, i Sigur Ros: qualcosa di alto e altro dalla musica, una dimensione artistica parallela per un’esibizione eterea è quasi sfuggente per quanto leggera, ma allo stesso tempo piena di cose. Tutti, anche i più confusionari italiani e spagnoli, ascoltavano rapiti senza fiatare. Ultima perla sui palchi principali in concomitanza con il gettonatissimo Moderat, quel pazzo scatenato d Ty Segall prima mascherato e poi giù dal palco lasciando cantare per buoni 10 minuti un fortunato spettatore. È così si é spento l’ultimo giorno al Forum, con ancora e ancora musica fino all’alba e una splendida luce rossa a spuntare dietro il mare. Nostalgia mitigata almeno in parte dall’ultima tornata di concerti alla Sala Apolo domenica notte, appuntamento per gli ultimi irriducibili. Fra nove giorni l’organizzazione mette in vendita i tagliandi per il prossimo anno: una questione di qualità, non certo una formalità.


 

BARCELLONA. Matilde Davoli é molto serena, sorseggia un succo di frutta e si gira una sigaretta fra le mani con estrema calma: fra poco ore salirà sui palchi del Primavera Sound, senza dubbio nella sua edizione più chiacchierata e scintillante per line-up e presenza di pubblico. Matilde arriva a questo appuntamento dopo il suo primo album da solista  I’m calling you from my dreams e, anche se niente nella musica della 34enne ingegnere del suono pugliese é improvvisato, le circostanze che l’hanno portata qui sono decisamente incredibili.

Matilde, come sei arrivata sul palco del Primavera?
«La scorsa estate ho suonato il mio nuovo album a Contronatura Festival di Lecce e per caso ad assistere all’esibizione c’era un ragazzo spagnolo che é rimasto colpito dalla mia musica. Siamo diventati amici e dopo qualche mail che ci siamo scambiati mi ha detto di avere un amico fra gli organizzatori del Primavera a cui avrebbe fatto sentire i miei pezzi».

È così ti sei ritrovata in mezzo a nomi come Radiohead e Brian Wilson.
«La line-up ufficiale in realtà era già chiusa, così mi hanno chiesto se volessi suonare sui palchi del Primavera Pro e anche in qualche esibizione proprio al Parc del Forum. Devo dire che é stata una grande soddisfazione, un traguardo anche inaspettato».

Tu sei pugliese, ma vivi da qualche anno a Londra quanto c’è della tua terra in I’m calling you from my dreams?
«Se parliamo di influenze dal punto di vista dei suoni e della tradizione allora nulla, ma tutto quanto di cerebrale ed emotivo si cela dietro questo disco viene dalla mia terra. È il lavoro di chi vive lontano da dove è cresciuto, ed è dedicato a tutte le persone importanti che sono lontano da me».

In Italia c’é una schiera di super artisti che vive (alla grande) della propria musica poi tutto un mondo di sommerso che arranca in bilico fra la propria dimensione artistica e la necessità di arrivare a fine mese. Tu dove ti collochi?
«Io sono un ingegnere del suono: vivo e lavoro dentro uno studio di registrazione e questo mi aiuta sia dal punto di vista artistico che da quello materiale. Ogni cosa però ha i suoi lati positivi e negativi, io per esempio nella fase di registrazione di questo disco ho avuto un momento in cui non riuscivo più sentire le mie cose e avrei voluto che qualcuno ci lavorasse al mio posto. Ho lasciato passare del tempo e sono tornata sui miei passi dopo qualche mese. Fare musica ha dei costi, non è sempre facile sostenerli. Per quel che riguarda la mia collocazione direi che un solco grosso si scava fra chi canta in inglese e chi canta in italiano».

E tu come mai hai scelto l’inglese?
«Me lo chiedono in tanti e la risposta è molto semplice: con l’inglese posso arrivare a molte più persone e questa mi sembra la risposta più esauriente e completa possibile. Si rimane p nell’anonimato almeno in Italia, ma si comunica di più».

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