Torture, abusi e desaparecidos: i numeri da incubo dell’Egitto di al-Sisi

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Le organizzazioni umanitarie concordano: “In Egitto un drammatico deterioramento dei diritti umani”

“Ho pensato che tutto il male del mondo si fosse riversato su di lui”. Con queste parole Paola Regeni, madre di Giulio, ha aperto gli occhi degli italiani sulle violazioni dei diritti umani in Egitto.

Torture, abusi, uccisioni e centinaia di nuovi “desaparecidos”: sono questi i termini più usati dalle organizzazioni per la difesa dei diritti civili parlando delle forze di sicurezza egiziane, accusate di reprimere sistematicamente ogni forma di opposizione al governo di Abdel Fattah al Sisi.

Amnesty International e Human Rights Watch concordano sul fatto che dopo la destituzione del presidente Mohamed Morsi, nell’estate del 2013, l’Egitto “ha vissuto un drammatico deterioramento sul fronte dei diritti umani”.

Hrw, nel suo report annuale del 2016 pubblicato il 27 gennaio scorso, parla chiaro: “Le autorità continuano a limitare la libertà d’espressione aprendo indagini sulle Ong, arrestando persone sospettate di essere gay o transgender, o perseguitando giudiziariamente coloro accusati di diffamare la religione”.

Situazione drammatica in cui si inseriscono anche i casi delle persone “misteriosamente” scomparse. Secondo il gruppo indipendente Horreya al Gaddaan (Libertà per i bravi) oltre 163 giovani egiziani sono scomparsi tra aprile e giugno del 2015, e solo 64 di loro sono tornati a casa. Quelli che ci sono riusciti raccontano di centri di detenzione segreti e di torture. Secondo gli ultimi dati forniti dall’organizzazione egiziana “El Nadim”, che il Governo egiziano ha minacciato di chiudere, dall’inizio di quest’anno i casi accertati di tortura sono stati 88 e in 8 casi hanno provocato la morte della vittima.

Sempre secondo Amnesty, tra i metodi di tortura usati, alcuni erano tristemente noti anche durante il governo Mubarak: scariche elettriche, stupro, sospensione del detenuto con le mani ammanettate e “lo spiedo” (mani e piedi del detenuto vengono legate a una sbarra di ferro tenuta sospesa tra due sedie, fino a quando gli arti s’intorpidiscono; a quel punto, vengono usate le scariche elettriche).

Per lo più sono persone arrestate perché contrarie al governo o sostenitori dei Fratelli musulmani: secondo Amnesty e Hrw circa 12.000 persone sono state arrestate nel 2015 con l’accusa di terrorismo, che si vanno ad aggiungere alle oltre 22.000 finite in carcere tra l’estate del 2013 e il luglio del 2014.

Secondo informazioni raccolta da Amnesty International, dal gennaio 2014 i tribunali egiziani hanno chiesto la pena di morte per 1.247 imputati e l’hanno confermata in 247 casi.

In alcuni casi, i detenuti politici vengono tenuti in carcere senza accusa né processo. Nel 2015 almeno 700 persone sono state messe in detenzione preventiva per più di due anni senza essere stati condannati da un tribunale. Caso emblematico lo studente Mahmud Mohamed Ahmed Hussein che è rimasto in carcere per più di 700 giorni dopo il suo arresto nel mese di gennaio. L’accusa era quella di aver indossato una maglietta con lo slogan “paese senza tortura”.

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