Tornano i Coen e Hollywood torna a guardarsi allo specchio

Cinema
George Clooney in una foto di scena del film 'Ave Cesare!' (Hail Caesar!) dei fratelli Coen, film d'apertura al prossimo Festival di Berlino, Roma 20 dicembre 2015 ANSA/ UFFICIO STAMPA +++ EDITORIAL USE ONLY - NO SALES - NO ARCHIVE +++

Attesissimo e con un cast stellare, l’ultimo film della geniale coppia aprirà il festival di Berlino. Il titolo è “Ave Cesare”, ma l’antica Roma è un espediente per raccontare gli Studios dei ‘50

Un titolo come Ave Cesare fa pensare a un peplum, uno di quei filmoni storicomitologici che il cinema italiano produceva a iosa qualche decennio fa. Invece il nuovo film dei fratelli Coen che giovedì inaugurerà il festival di Berlino – intitolato, in originale, Hail Caesar! – non si svolge nell’antica Roma, bensì nella Hollywood degli anni ’50. È un film sul quale ci sentiamo di scommettere: sarà bellissimo, forse un capolavoro. Joel e Ethan Coen, i fratelli più geniali del cinema mondiale, sono perfettamente a loro agio in quel periodo: ci avevano già ambientato Barton Fink, Palma d’oro a Cannes nel 1991. In quel caso Hollywood era l’approdo di uno scrittore di teatro newyorkese, legato a una compagnia che alludeva al Group Theatre di Clifford Odets, che andava in California a scrivere per il cinema pensando di usare la settima arte come “veicolo” per le sue idee progressiste; e naturalmente si scontrava con un’industria che pensava solo al profitto e usava gli scrittori – pur pagandoli a peso d’oro – come polli d’allevamento. È quel che successe realmente a gente del calibro di Fitzgerald, Faulkner, Chandler.

Stavolta, leggendo la trama di Ave Cesare siamo ancora più “dentro” la macchina hollywoodiana. Josh Brolin interpreta un “fixer”, uno di quei tuttofare privi di scrupoli che risolvevano tutti i problemi ai quali gli Studios potevano trovarsi di fronte: un attore ubriacone, uno spacciatore invadente, una gravidanza indesiderata, un ricatto… e George Clooney è il divo che a un certo punto sparisce, ficcando il “fixer” in un guaio molto più complicato del solito. Già i nomi di Brolin e Clooney fanno venire l’acquolina in bocca, ma scorrendo il cast c’è da perdere la testa: i Coen hanno coinvolto Scarlett Johansson, Frances McDormand, Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Channing Tatum, Jonah Hill, Christopher Lambert e una marea di caratteristi, la crema della Hollywood di oggi per raccontare la Hollywood di ieri. Analizzando con attenzione l’elenco di “personaggi & interpreti”, si scopre la presenza di sei caratteri indicati come “communist writer” (“scrittore comunista”) numero 1, 2, 3, 4, 5 e 6. Nel film, ambientato negli anni ’50, si parla anche di maccartismo e caccia alle streghe, allora in gran spolvero.

Del resto la fobia dei comunisti era lo sfondo ideologico anche di Barton Fink. Sarà un caso, ma giovedì 11 febbraio, giorno in cui Berlino apre i battenti, uscirà in Italia L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, altro film che ricostruisce con dovizia di particolari la Hollywood di quel tempo. Qui, a differenza che in Ave Cesare, i nomi sono veri: Dalton Trumbo era uno dei Dieci di Hollywood, registi e sceneggiatori che divennero il simbolo della resistenza all’ondata di anticomunismo che sconvolse Hollywood e l’America tutta dal 1947 in poi. Fu interrogato dalla commissione McCarthy, si rifiutò di rispondere alle loro domande, passò 11 mesi in prigione e un intero decennio – gli anni ’50, appunto – a scrivere sceneggiature sotto falso nome. Fu riportato alla luce da Kirk Douglas, che coraggiosamente gli fece firmare il copione di Spartacus (la storia è mirabilmente raccontata nel libro Io sono Spartaco, scritto da Douglas di suo pugno, edito dal Saggiatore). È bello che Hollywood non perda la memoria e abbia il coraggio di denunciare anche le proprie follie. Del resto, i film in cui il cinema americano ha raccontato se stesso sono numerosi: uno dei più belli è Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, che si ispira a Fitzgerald per raccontare la parabola di un produttore che allude a Irving Thalberg; il più divertente è sicuramente Hollywood Party, geniale satira del mondo del cinema i cui meriti vanno equamente divisi tra il regista Blake Edwards e l’attore Peter Sellers. Ma non vanno dimenticati film molto diversi fra loro come Chi ha incastrato Roger Rabbit di Zemeckis, Il disprezzo di Godard, Disastro a Hollywood di Levinson, I protagonisti di Altman, Cantando sotto la pioggia di Donen & Kelly, il premio Oscar “made in France” The Artist, gli innumerevoli remake di È nata una stella e persino un altro Oscar recentissimo, Argo, dove l’industria hollywoodiana si trasferisce con successo in Iran… Una gloriosa tradizione nella quale i Coen si trovano benissimo, e che a Berlino, da giovedì, verrà rinverdita.

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