Torino, città conservatrice e moderna: vince chi la interpreta meglio

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Architect looking at blueprints in a building site

Cinque anni fa l’ultimo segretario dei Ds aveva vinto al primo turno superando il 56% dei consensi

Tra le grandi città che domenica si recheranno alle urne, Torino è quella con il maggior numero di aspiranti sindaci (sono in tutto 17, tra cui due neocomunisti e due neofascisti) e di liste (34), per un totale di oltre 8000 candidati (comprese naturalmente le circoscrizioni): ma la scelta sarà fra due nomi soltanto, il sindaco uscente Piero Fassino (Pd) e la consigliera comunale Chiara Appendino (M5s). Tutti gli altri – inclusi i tre candidati del centrodestra, a Torino più lacerato che in ogni altra città – resteranno con ogni probabilità al di sotto del 10%.

Cinque anni fa l’ultimo segretario dei Ds aveva vinto al primo turno superando il 56% dei consensi: domenica, secondo tutti i pronostici, sarà costretto al ballottaggio. Sebbene abbia finora guidato una giunta di cui faceva parte anche Sel, infatti, Fassino dovrà scontrarsi a sinistra con Giorgio Airaudo, già braccio destro di Landini alla Fiom e oggi deputato di Sinistra italiana.

La rottura, probabilmente decisiva nell’impedire a Fassino l’elezione al primo turno, ha provocato tensioni e spaccature dentro Sel, che in parte s’è schierata con il sindaco uscente, e si è infine trasformata in scontro ideologico: Airaudo insiste molto, nella sua campagna, sulla necessità di costruire un’alternativa politica a Renzi, di cui Torino sarebbe il laboratorio.

Al contrario, tutta la campagna di Fassino si è concentrata sulla città, sul bilancio (tutto sommato positivo, anche a detta di molti osservatori neutrali) delle cose fatte, sui progetti da completare, sulle nuove iniziative da prendere per rafforzare la nuova vocazione turistico-culturale e tecnologica della città. Di politica, e di Renzi, Fassino non ha praticamente mai parlato, né tantomeno di referendum (Zagrebelsky, che lo appoggia, ha ringraziato spostando a dopo il ballottaggio la presentazione del Comitato torinese per il No): ed è probabilmente qui, nel profilo di amministratore profondamente radicato nella città, che si misura il maggior punto di forza di Fassino.

Torino è una città moderata e conservatrice, concreta e pragmatica, e il sindaco riesce a interpretarla meglio di chiunque altro: le ragioni del suo consenso non stanno, come sostengono per esempio Airaudo e Appendino, nell’appoggio dei “poteri forti”, ma prima di tutto nella capacità di rappresentare un’idea di città trasversale ai ceti sociali e persino alle appartenenze politiche, perché radicata nella storia della città.

Del resto, Torino ha subito un cambiamento sconvolgente: tra gli anni Ottanta e i Novanta ha perso 300 mila abitanti e si è ritrovata con 10 milioni di metri quadri abbandonati dalla crisi industriale. Alla fabbrica fordista, motore immobile della comunità, s’è sostituita una città che investe 100 milioni l’anno in cultura (i turisti sono ormai 4,5 milioni l’anno: dal 2004 a oggi l’incremento è stato del 71% contro una media nazionale dell’11%), e che ha fatto dell’università e dei suoi 100 mila studenti il centro gravitazionale del futuro.

Non tutto, naturalmente, funziona come dovrebbe: molti giovani (e meno giovani) sono costretti a fare i pendolari con Milano, più di una periferia è degradata, l’integrazione con una folta comunità straniera non è sempre agevole. E, soprattutto, si avverte una certa stanchezza, un misto di delusione e di rancore per il destino della città che è il rovescio esatto della sua silenziosa tenacia, e una certa insoddisfazione per quel “sistema Torino” che governa ininterrottamente la città dagli anni Settanta, salvo una breve parentesi di due anni all’inizio degli anni Novanta.

È su questa insoddisfazione – un sentimento in cui confluiscono posizioni e situazioni anche molto diverse fra loro – che punta Chiara Appendino, la trentenne bocconiana che con ogni probabilità sfiderà Fassino al ballottaggio. Il padre Domenico è stato per trent’anni dirigente ed è ora vicepresidente esecutivo di Prima Industrie, macchinari laser, il cui presidente è Gianfranco Carbonato, alla guida di Confindustria Piemonte; il marito è un piccolo imprenditore. Lontana le mille miglia dalla volgarità urlata che abita il partito di Grillo, Appendino è il volto rassicurante del M5s. Avrà con ogni probabilità un buon risultato, ma molto difficilmente riuscirà a raccogliere al secondo turno i consensi necessari per vincere: Torino, ancorché insoddisfatta, non pare disponibile alla rottura con la tradizione.

Sarà forse anche per questo che il centrodestra, sempre sconfitto in città, quest’anno non ha mai seriamente provato a conquistare la poltrona di sindaco. E in nessun luogo come a Torino si presenta così diviso: da una parte Osvaldo Napoli, ex Dc, due volte deputato di Forza Italia, dal 2004 sindaco di un piccolo comune della provincia; dall’altra c’è Alberto Morano, candidato all’ultimo momento da Salvini, dopo la rottura romana, e appoggiato anche da Fratelli d’Italia; infine c’è il candidato di Area popolare, Roberto Rosso, anch’egli democristiano in gioventù e poi forzista delle origini, nonché candidato sindaco nel 2001 sconfitto da Sergio Chiamparino.

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