I “duri” in campo contro Pisapia. Con la manina del lider Maximo

Sinistra
Giuliano Pisapia in occasione dell' organizzato da Radio Popolare, Milano, 9 giugno 2017. 
ANSA / MATTEO BAZZI

In campo l’anima avversa alla leadership dell’ex sindaco di Milano

La nuova coppia della sinistra italiana – Tomaso Montanari e Anna Falcone – ha promosso un’assemblea per chiamare a raccolta la parte più radicale della galassia a sinistra del Pd, quella, diciamo così, irriducibile ad ogni ipotesi di accordo con il partito di Renzi.

Al Brancaccio di Roma oggi Montanari ha tenuto un discorso che è piaciuto tantissimo a chi era presente. Un manifesto antirenziano in piena regola ma anche un altolà a chi pensa di collaborare con il Pd.

Di Montanari  – uomo molto intelligente, colto, affabulatore (mirabili le sue trasmissioni su Rai5 su Caravaggio) – offrì tempo fa un bel ritratto Marianna Rizzini sul Foglio, sostenendo che il presidente di Libertà e Giustizia (il cenacolo di Zagrebelsky-ndr) ha tutto “per piacere alla meglio gioventù del Pigneto (quartiere off di Roma e base dell’ avanguardia ‘anti’ che legge e cita gli articoli firmati dallo scrittore e giornalista Christian Raimo su Internazionale) e ce n’è abbastanza anche per tramutarsi in idolo della pancia indignata del web, tanto più che il Montanari prof. non governativo è ora anche molto ricercato come consulente culturale presso le nuove giunte grilline o di sinistra-sinistra”.

Politicamente l’indicazione di Montanari e Falcone è chiara: ripartire dal No al referendum del 4 dicembre (i due furono alfieri di quella battaglia): “Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio: un progetto politico che aspiri a dare rappresentanza agli italiani e soluzioni innovative alla crisi in atto, un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione“, hanno scritto.

E’ dunque una iniziativa che punta a distinguere quest’area da quella di Giuliano Pisapia, che sarà a Piazza Santi Apostoli il 1 luglio con una sua manifestazione. Il discrimine “plastico” – al di là di differenze di analisi – sta esattamente nel No al referendum istituzionale: non a caso Pisapia (e gli viene semrpe rimproverato) il 4 dicembre votò Sì.

Ma è evidente che il referendum a questo punto è poco più di un simbolo. Lo scontro vero è sul rapporto con Renzi.

Montanari e Falcone d’altronde sono chiari sul punto: “La leadership di Giuliano Pisapia (il sindaco dell’Expo e un uomo del Sì al referendum costituzionale) è il sigillo di questa ennesima versione del centrismo. E infatti Pisapia continua a predicare la possibilità/necessità di un’intesa col Pd renziano: che per la sinistra-sinistra invece “è indistinguibile da qualunque centro-destra liberista europeo”.

Ergo: il No al referendum significa anche un No alla leadership di Pisapia (se non addirittura al suo diritto di cittadinanza nell’area della sinistra a sinistra del Pd).

L’ex sindaco di Milano infatti è sospettato di “intelligenza col nemico”, fautore – come abbia visto nelle parole di Montanari e Falcone – di una “ennesima versione del centrismo”.

Sembra evidente che Pisapia non condivida (almeno non del tutto) questa analisi che sovrappone il Pd alla destra, con l’obbligata conclusione della primaria necessità di abbattere il leader riformista, giacché l’avvocato milanese ricorda sempre positivamente la collaborazione unitaria del Pd alla sua giunta milanese e non esclude chiude (anzi, lavora per questo) che Renzi sposti a sinistra la sua barra.

Sono due linee diverse, anzi confliggenti. Man mano che passano i giorni in quest’area le posizioni si vanno radicalizzando. E si assiste ad una crescente insofferenza, per esempio, di Sinistra Italiana verso Pisapia e una differenziazione in Mdp, dove la posizione di Massimo D’Alema pone come pregiudiziale la testa di Renzi mentre Pier Luigi Bersani appare pronto ad accettare la leadership di Pisapia.

Su Huffington post, Montanari si era espresso molto criticamente verso Mdp: “E’ diffusa la sensazione di una certa confusione tra mezzi e fini. Come se la principale preoccupazione dei pezzi di sinistra che provano ad unirsi fosse quella di garantire un futuro materiale ai loro apparati. Quasi che l’obiettivo primario sia cercare di andare in Parlamento: e non cercare di capire a cosa servirebbe andarci”.

Per questo il dilemma resta: o D’Alema o Pisapia.

D’Alema – non è un mistero – coltiva da tempo un rapporto speciale con Montanari con il quale si trova d’accordo con una valutazione di fondo: “Renzi non fa più parte della foto di famiglia del riformismo europeo”. Lo spinse per entrare nella giunta Raggi, lo convoca spesso nella prestigiosa sede della fondazione ItalianiEuropei, vede nello storico dell’arte un possibile leader. E anche Anna Falcone si è molto messa in mostra nella campagna anti-referendum, evidenziando, anche lei, una ottima preparazione: un ticket nuovo, affabile, radicale.

L’ex leader dei Ds dunque ha tutto l’interesse a una forte scesa in campo di un motivato gruppo anti-Pisapia. C’è la sua linea dietro l’iniziativa di domenica.

I due intellettuali, che peraltro giurano di non essere candidati a nulla (ma, si sa, esiste una forza delle cose…), dunque il 18 cominceranno a contarsi. Potrebbe uscirne l’ennesima versione di una sinistra minoritaria e identitaria, refrattaria alla prospettiva di governo, esaltata dai (relativi) successi di Mélenchon e Corbyn (dopo la delusione storica di Tsipras): e soprattutto pronta a combattere “derive centriste”. Quella di Renzi? No, quella di Pisapia.


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