Toghe e politica, arriva il ddl Magistrati

Politica e Giustizia
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Nuove regole per l’ingresso e l’uscita dei magistrati in politica

Dalla toga alla politica il passo può essere breve ma spesso poi i piedi si lasciano in due staffe in barba a uno dei principi fondamentali di uno Stato di diritto: la separazione dei poteri.

La pensava così uno statista come Aldo Moro: “E’ necessaria una limitazione per quanto riguarda l’appartenenza ai partiti politici. È un sacrificio che ritorna ad incremento della dignità dei magistrati e a maggior garanzia della loro funzione. I magistrati debbono essere non soltanto superiori ad ogni parzialità, ma anche ad ogni sospetto di parzialità” . 

E se chiedono a Piercamillo Davigo, presidente in scadenza ad aprile dell’Anm, cosa pensa delle toghe che si danno alla politica, risponde così: “Io sono dell’opinione che i magistrati non debbano fare politica mai. Se uno per tanti anni opera in base al criterio di competenza e al riparo dalle guarentigie difficilmente potrà essere un buon politico. Poi certo ci sono i geni universali come Leonardo da Vinci che eccellono in ogni campo…”

Di geni non sappiamo ma di magistrati che fanno politica seduti in Parlamento oggi ce ne sono nove, più uno che fa il governatore della Puglia dopo essere stato sindaco di Bari e prima procuratore nella stessa città: è fissata per il 3 aprile l’udienza di Michele Emiliano davanti alla sezione disciplinare del Csm, chiamata a decidere se sanzionare l’ex magistrato iscritto al Pd, in violazione della legge 109 del 2006.

E poi c’è il caso Minzolini che brucia ancora: l’ex direttore del Tg1 condannato con sentenza definitiva per peculato aveva denunciato il ruolo anomalo di un giudice del collegio al suo processo di appello, un magistrato ex sottosegretario del governo Prodi, rientrato in servizio al termine del suo percorso politico.

Di regole c’è bisogno e sono gli stessi magistrati prestati alla politica che le chiedono: le porte girevoli che separano i due principali poteri dello Stato devono essere dunque dotate di tornelli. La toga non è una veste qualunque e per mantenersi lontani “da ogni sospetto di parzialità”, come diceva Moro, ci vogliono i giusti paletti.

Codici di comportamento che oggi approdano in aula alla Camera con una legge che arriva dopo tre anni di stop e che stabilisce i limiti e i passaggi in entrata e in uscita dei magistrati in politica. Nuovi criteri per la candidabilità, l’eleggibilità e il ricollocamento dei magistrati che abbiano ricoperto incarichi politici. Con alcune novità rispetto al testo licenziato dal Senato il 13 marzo 2014: la platea delle cariche elettive è stata ampliata, dagli Enti locali al Parlamento europeo, e però è stato alzato da 6 mesi a 5 anni il periodo nel quale il magistrato non deve aver prestato servizio nel territorio di riferimento della circoscrizione elettorale per potersi candidare.

Due i punti principali della legge: l’aspettativa e il ricollocamento, ovvero l’ingresso e l’esito. L’aspettativa è obbligatoria per l’intero svolgimento del mandato politico o per l’incarico amministrativo o governativo e i magistrati in aspettativa non possono cumulare le indennità: possono però scegliere il trattamento pensionistico più conveniente. Il periodo di aspettativa resta valido ai fini del computo dell’età pensionabile e dell’anzianità di servizio.

La domanda più delicata è però un’altra: esaurita la parentesi politica si riprende a indossare la toga? La legge prevede che i magistrati- politici possano essere ricollocati presso la Cassazione o l’avvocatura dello Stato o in un distretto di appello diverso da quello della circoscrizione di elezione. E’ in ogni caso previsto il divieto per tre anni di incarichi direttivi.

Non un taglio netto tra le due carriere, dunque, ma un  testo “equilibrato, non punitivo, che introduce giusti paletti” spiega il relatore della legge, Walter Verini.

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