Time in Jazz, la Gallura si apre al mondo

Musica
paolo-fresu

Le chiese di campagna, i boschi o le torri saracene sparse sulla costa, qui “gli artisti suonano meglio, non ci sono né palchi né sedie, la musica è senza steccati”, spiega l’ideatore Paolo Fresu

“Si possono fare cose egregie anche nei posti più lontani del mondo”. Ebbene, la Gallura nel nord Sardegna non è proprio tanto lontano, ma le musiche che Paolo Fresu riesce a mettere insieme ogni anno nel suo Time In Jazz arrivano da ogni parte del pianeta. Si mescolano con la natura, tra le chiese campestri, in un bosco di querce da sughero e accanto a una mandria di vacche: il risultato è ogni volta sorprendente. “Per questo motivo sono sempre concerti indimenticabili e unici” ci dice il trombettista jazz che da ventinove anni mette in piedi uno dei festival più anomali della scena musicale internazionale.

Dall’8 al 16 agosto paesi e campagne intorno a Berchidda ospitano artisti che arrivano da mezzo mondo per “condividere” un clima di festa che ogni anno si ricrea e inventa contaminazioni musicali sempre nuove. Un festival che “non cerca i numeri” e non ospita necessariamente le star dei circuiti estivi. Segue invece un tema che quest’anno è “occhi”, la musica da vedere, con un cartellone scritto come una partitura. Berchidda è un paese di tremila anime scarse che a cavallo di ferragosto diventa punto di riferimento per un pubblico tanto eterogeneo da rendere impossibile ogni classificazione: giovani e anziani, jazzofili, classic o rockettari, calvi o dreads rasta, alternativi radical o turisti in gita dalla Costa Smeralda.

time-in-jazz

Condividere musica e luoghi, è questa la festa, “il mio paese che si apre al mondo”, racconta Paolo Fresu che a Berchidda è nato anche musicalmente avendo imparato nella banda locale. Banda che ogni anno sale sul palco “perché senza, non ci sarei io e non esisterebbe questo festival” spiega riconoscente. Tanti concerti gratuiti, al mattino e al pomeriggio poi alla sera, sul palco della piazza centrale, due set al giorno. Il “botteghino” quasi in secondo piano, mentre nessuna rinuncia alla qualità della proposta musicale.

Si capisce dal programma di questi giorni che piazza sul palco un gigante del sassofono come Charles Lloyd, il polistrumentista francese Michel Portal o ancora il pianista svedese Jan Lundgren. Produzioni originali e progetti speciali come la Norma di Bellini riscritta in chiave jazz e arrangiata da Paolo Silvestri con la tromba solista dello stesso Fresu e le orchestre jazz della Sardegna e del Mediterraneo di Catania. E ancora fisarmonica e clarinetto con la coppia Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi, il “piano solo” del trentenne Justin Kauflin, rivelazione della scena internazionale. Rita Marcotulli e Stefano Battaglia per restare tra gli artisti nostrani e ancora l’eclettico percussionista Mino Cinelu e i ritmi ipnotici tribali del rock-blues sahariano di Bombino. Molteplici spunti che capovolgono l’idea di un jazz monocromatico, per presentarne una versione “sfavillante e policroma”, per “Occhi” che a Berchidda vedono una musica diversa.

A fare l’altra grande differenza e di Time in Jazz così atipico, sono i luoghi di un festival itinerante. Chiese di campagna, i boschi o le torri saracene sparse sulla costa, qui “gli artisti suonano meglio, non ci sono né palchi né sedie, la musica è senza steccati”, spiega con orgoglio Il trombettista sardo. Oltre la “dimensione condivisa”, l’anima della manifestazione si mostra in queste occasioni che rendono unico ogni concerto. Nessun limite, saltano pure i concetti di musica colta e popolare che si fondono l’una con l’altra? “E’ così, ne sono sempre più convinto” risponde ancora Fresu. “Portiamo la musica nei luoghi della gente e questo non significa certo snaturarla ma educare il pubblico alla qualità dell’ascolto. La qualità del silenzio nei luoghi dove magari sta passando un gregge di pecore o le cicale cantano. E’ il silenzio vivo, davanti al silenzio asettico dei teatri e il luogo diventa più forte della musica stessa”.

Vedi anche

Altri articoli