The Who, inni rock per tutte le generazioni

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Due date in Italia affollate dal pubblico adorante. Una scaletta di classici per Daltrey e Townshend che sfidano il tempo e il loro stesso mito

Diecimila senza fiato. Le mani alzate al cielo, qualcuno con il Parka indosso come se per una notte Casalecchio di Reno, Bologna, fosse Brighton. E migliaia di magliette con il cerchio blu, bianco e rosso, un bersaglio sul cuore, un logo, il tatuaggio dei Mod. Unipol Arena, prima data degli Who in Italia dopo tanto, troppo tempo. Ieri sera l’ultima tappa di Pete Townshend e Roger Daltrey al Forum di Assago. Poi “51!”, il tour che celebra oltre mezzo secolo di vita e suoni, se ne andrà a spasso tra la California e il Messico per concludersi il 12 aprile del 2017 a Birmingham.

Gli Who, dunque. Un culto oltre il gruppo che indomito continua a calcare i palchi di mezzo mondo. Perché, come ha detto Eddie Vedder dei Pearl Jam «dal vivo restano probabilmente la più grande band di rock’n’roll» . Così è per chi li ama come se Tommy o Quadrophenia o Who’s Next fossero usciti ieri. Come se fosse ancora qui Keith Moon, batterista stellare, il guitto pazzo che faceva camminare piatti e tamburi per quanto picchiava, il colosso del drumming moderno, il mai sostituito per davvero, morto a 32 anni nel 1978 per overdose di clometiazolo. Come se John Entwistle, il bassista di ghiaccio fosse tra noi per l’assolo di 5:15. Lui, il metronomo impassibile, l’uomo che aveva il ritmo nella dita stroncato da un infarto nel 2002 a Las Vegas. E invece di quel gruppo scatenato, che ha venduto oltre 100 milioni di dischi, sono rimasti Pete alla chitarra e Roger alla voce, uniti da una tenerezza, da una complicità fraterna che si rinnova ad ogni show. Quasi si proteggessero quei due, l’ex ragazzo con i boccoli biondi e il petto nudo, e quello spilungone che spaccava strumenti. Un genio musicale Townshend capace di comporre la prima opera rock, flirtare con le sinfonie e poi produrre canzoni irresistibili, quel mix selvaggio di riff e ritornelli, quell’attitudine punk, iconoclasta, che poi ha fatto la fortuna (e la discografia) di un numero infinito di gruppi venuti dopo.

Nonostante l’organizzazione pessima della Live Nation (caldo feroce, impianto di aria condizionata non pervenuto, biglietti laterali e scomodissimi venduti alla bellezza di 100 euro), gli Who hanno celebrato questi 51 anni in compagnia del pubblico con ventuno pezzi strepitosi. Grandi classici, in sequenza, come perle di una collana da indossare per una festa. Undici album condensati in due ore e mezza. Brani epici: da Can’t Explain a The Seeker, da Who are you a The Kids are alright fino all’amorevole Behind Blue Eyes. Una canzone dietro l’altra a raccontare una storia, quella degli Who, incastrando epoche, periodi, momenti, generi, suoni. Canzoni da cantare in coro, da ballare a dispetto dell’afa insopportabile. Canzoni come inni di almeno cinque generazioni adoranti. Daltrey ha 72 anni, Townshend ne ha compiuti 70. Ma non si tirano indietro mai, si concedono totalmente. Roger tiene ancora le note, lancia il microfono in aria per Better You Bet, interpreta una versione da applausi di My Generation e laddove non arriva con le note più alte c’è la folla e la band a supportarlo come in Bargain o la struggentissima, l’infinitamente bella Love Reign O’r Me.

Pete salta, mulina il braccio come ai vecchi tempi, fa la scivolata, canta I’m One con la sua voce importante, ancora forte e tesa, fa venire i brividi nonostante non si respiri, cambia chitarre, conversa con il pubblico: «Sappiate che queste canzoni sono state scritte prima che molti di voi fossero nati». Ed è vero: nelle prime file soprattutto giovanissimi e ragazzine con gli occhi grandi, lucidi. Che spettacolo gli Who, che divertimento Join Together, che band con Roger e Pete: da Simon Townshend (il magnifico fratellino) a Pino Palladino al basso a Zack Strakey alla batteria, figlio di Ringo Starr, impressionante bravura, colpo su colpo, una macchina da guerra, precisa, potentissima. E che colpo al cuore veder scorrere come in un film The Rock con i frame dell’Inghilterra affamata dalla guerra, e poi di nuovo in piedi. L’Inghilterra della Regina e dei Pistols, dei Clash, quella della Union Jack che sventola sulle macerie prima, molto prima della Brexit. E come nel tour di Quadrophoneia sugli schermi che gli Who si ritrovano. Loro quattro, sempre e per sempre. Pete, Roger, Keith e John per un finale che è una festa con Pinball Wizard, See Me Feel Me, Baba O’Riley Won’t Get Fooled Again. Pete e Roger ringraziano commossi, vinti da tanto affetto. Sorpresi da un amore che in questa notte di fuoco è come «un sorso di fresca fresca pioggia».

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