The Lobster, una metamorfosi riuscita solo a metà

Cinema
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Luci e ombre di un film che indaga l’amore in un mondo surreale, con un Colin Farrell volutamente sovrappeso e una meravigliosa Rachel Weisz

Il cinema di Yorgos Lanthimos, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico greco classe 1973, proietta gli esseri umani in una realtà dove gli ordini simbolici sono totalmente sovvertiti.
Con questo escamotage fa interagire le forme di vita in un contesto altro, mantenendone intatte tutte le prerogative e mettendo sotto una nuova luce le normali reazioni simboliche tra gli individui.
Lo sguardo del regista rimane essenzialmente naturalistico, e se in Dogtooth del 2009 e il successivo Alps del 2011 il tutto si armonizza con l’impianto realistico della narrazione, con The Lobster avviene una rivoluzione.
Mentre nei due film sopraccitati il contesto distopico è solo una sacca distorta della realtà, come ad esempio il mondo isolato dei tre ragazzi segregati in casa di Dogtooth, ora è la realtà stessa a trasfigurare interamente in un mondo surreale: uno scarto che di fatto sancisce il passaggio da film realistici, per quanto estremamente visionari, a una pellicola grottesca. E questo movimento sposta tutti gli equilibri del cinema di Lanthimos.

Incentrato sulla storia di David, un Colin Farrell ingrassato di decine di chili, che viene abbandonato dalla moglie e finisce in un albergo con lo scopo di essere ricollocato sentimentalmente, nel mondo di the Lobster chi rimane single viene trasformato in un animale.
David scappa dall’hotel e si imbosca insieme a un gruppo organizzato che vuole vivere in maniera solitaria; tra questi individui vige la regola di non accoppiarsi, pena varie menomazioni fisiche, e alla fine David si innamora, corrisposto, di un’altra fuggiasca, una Rachel Weisz straordinariamente bella (per la quale il tempo sembra essersi fermato 20anni fa). I due proveranno a eludere la sorveglianza del capo di questo gruppo, una perfida e determinata Léa Seydoux, per tornare insieme in città e coronare il loro sogno d’amore.

Come accennavamo prima, la messa in scena di un mondo surreale contribuisce a distribuire il fuoco della narrazione non solo sulle reazioni dei personaggi in una situazione limite, ma anche sul significato di questa realtà trasfigurata.
L’hotel in cui finisce David è l’esteriorizzazione, sotto una forma istituzionale, della condizione psicologica di chi si trova da solo e sente la pressione, esercitata attraverso forme parossistiche dalla società, di dover trovare l’anima gemella.
Il tema dell’amore viene indagato nella sua paradossalità, in relazione alla sua impossibilità costitutiva: quindi se l’individuo che si trova costretto ad innamorarsi (nell’albergo) non potrà mai farlo, riuscirà invece a trovare l’amore solo in una condizione di divieto, quando questo è severamente proibito, e quindi, paradossalmente, incentivato. La caccia all’uomo che si instaura nei confronti degli scoppiati è una cruda allegoria dell’imposizione di una gerarchia sociale, che vede soccombere chi sceglie o si trova costretto ad invecchiare da solo.
E’ inoltre molto poetica la rappresentazione delle condizioni fondamentali dell’innamoramento: totalmente gratuite e pretestuose e allo stesso tempo vissute come necessarie e universali; per esempio David può trovare la sua anima gemella perché con lei condivide una semplice miopia, e questo tratto così marginale diventa la principale condizione di possibilità della sua storia.

Il film però fatica a trovare il suo codice narrativo, come se la sovrapposizione tra lo sguardo naturalistico sugli esseri umani e la simultanea messa in scena di un contesto surreale (gravido di significati), determinasse un sovraccarico simbolico, e alla fine producesse una frammentazione della pellicola difficilmente ricomponibile. Anche la cifra stilistica del regista sembra qui e lí spersonalizzarsi: in alcuni tratti per esempio sembra di assistere a un film di Von Trier, in altri si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un impianto non troppo originale.
Certamente, come auspicava Lanthimos in un’intervista, The Lobster suscita nello spettatore delle domande, ma allo stesso tempo non riesce a metterle in prospettiva rispetto ad un orizzonte di senso unitario.
L’impressione è che il talento del regista, per noi indiscusso, sia stato annacquato dalla logistica farraginosa di un primo film con star internazionali e, per sua stessa ammissione, poco provato con gli attori prima delle riprese.
Nonostante questo, affiorano ogni tanto lo sguardo personale e la progettualità dell’autore, contribuendo a rendere questo lavoro un’opera che, pur nei suoi difetti, manitene alcuni elementi di assoluto interesse.

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