“The confessions of Thomas Quick”, il serial killer che ha ucciso la giustizia Svedese

Cinema
BOVA

Il docufilm presentato in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2015 racconta l’assurda vicenda di Sture Bergwall, alias Thomas Quick, potenziale serial killer da record tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta

Docufiction del regista inglese Brian Hill, “The confessions of Thomas Quick” racconta la storia dello svedese Sture Ragnar Bergwall, seguendo da vicino tutte le tappe della sua vita, dalla nascita fino ai giorni nostri.

Elemento problematico e disfunzionale sin da bambino, Sture soffre la mancanza di attenzioni da parte della madre, alle prese con altri sei figli, e l’indole depressa del padre, afflitto da un’ apatia invalidante. Il quadro si complica quando, appena adolescente, acquisisce consapevolezza della propria omosessualità, che la Svezia degli anni sessanta tratta ancora come una patologia; il ragazzo non riesce più a gestire il carico emotivo ed inizia un’ inesorabile discesa nell’abuso di sostanze psicotrope. A questo si aggiunge il suicidio del suo primo ed unico vero compagno sentimentale, un uomo più grande di lui, con il quale riesce a intravedere la possibilità di una vita normale. Dopo quest’ulteriore colpo Sture perde definitivamente ogni riferimento e la sua storia scivola lungo un crinale di reati e delinquenza: molesta un bambino nell’ospedale in cui lavora come infermiere, accoltella un uomo adescato in un locale, e alla fine tiene ostaggio una donna e il suo bambino in un tentativo di rapina.

Riconosciutane la condizione di disturbo mentale Sture viene internato in un istituto psichiatrico, il Säter, dove rimane per diciassette anni e confessa più di trenta omicidi, per otto dei quali viene condannato dalla giustizia Svedese. Fin qui il documentario, procedendo con un incedere televisivo, nella sovrapposizione di filmati di repertorio, dichiarazioni dei protagonisti (Sture compreso), ricostruzioni della vicenda da parte di attori, delinea la figura di un serial killer tanto squilibrato, quanto serafico durante i processi. Un uomo che dalla rimozione dei suoi crimini riesce a ricavare una condizione di calma apparente, nella quale si fa fatica a scorgere qualsiasi traccia di umanità.

Inoltre, come per consolidare l’empietà dei fatti messi in scena, c’è un costante tentativo, da parte del regista, di caricare di tensione la narrazione; vengono sottolineati gli snodi cruciali con una musica tetra, montate ad hoc interviste dei fratelli che lo dipingono come una persona malvagia e Sture viene seguito lungo i luoghi in cui ricostruisce personalmente i delitti. Il culmine di questa piramide di negatività viene raggiunto nel racconto della macabra vicenda che ha contribuito a deviare la psiche del mostro: un trauma infantile dai connotati splatter e satanici che sembra mutuato da un film horror. Poi all’improvviso il film subisce un drastico ribaltamento di prospettiva, tanto repentino quanto poco organico all’impianto generale del racconto.

Sture si è inventato tutto: da carnefice diventa vittima; per superare la solitudine che ha patito durante tutta la sua esistenza comincia a mentire agli psichiatri, constatando che le sue bugie lo rendono poco a poco un caso di studio privilegiato, e gli assicurano, all’interno del Säter, quelle attenzioni che gli sono venute a mancare nel corso della vita. Viene ripetuto un processo in cui si riconosce la totale estraneità ai fatti dell’imputato, le cui confessioni sono l’unica prova di colpevolezza. Riabilitando l’Hannibal Lecter locale viene sancito uno dei più incredibili abbagli nella storia giuridica moderna, che ci fa riflette su quel margine, che può tramutarsi in voragine, che separa la verità processuale dall’oggettività; ma non solo.

Nonostante la realizzazione non proprio impeccabile, questo film illumina una storia di per sé poderosa, che da sola riesce a sollevare un tema di fondamentale importanza: quello della produzione di verità all’interno di un contesto chiuso. Il team di psichiatri ed operatori del Säter , scandagliando il presunto rimosso di Sture, si trovano di volta in volta nella condizione di suggerirgli, con l’intento di facilitarlo, le risposte alle domande che gli fanno. Agevolandolo quindi nella creazione di un racconto plausibile, che certifica i suoi omicidi. L’assenza di qualsiasi tipo di confronto esterno porta all’acquisizione di una verità condivisa all’interno dell’istituto psichiatrico, ma totalmente priva di riscontro; in una sorta di illusione generalizzata del personale ospedaliero, che risponde a determinati meccanismi gerarchici, ad una organizzazione compatta, orientata verso la stessa direzione, ad una fede cieca verso i presupposti teorici e i metodi di lavoro della psichiatra a capo del programma di riabilitazione di Sture. Un modello, in piccolo, di quello che è accaduto col nazismo, e di quello che accade in contesti gerarchici, isolati, animati da atteggiamenti, prese di posizione e dogmi che, in quanto tali, non sono falsificabili, e spesso inducono gli esseri umani alle scelte più catastrofiche.

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