That’s economy, stupid! Perché Putin fa un passo indietro dalla Siria

Scenari
epa05149563 Russian President Vladimir Putin grimaces as he listens to Bahraini King Hamad bin Isa Al Khalifa (not pictured) during their meeting in the Bocharov Ruchei residence in the Black Sea resort of Sochi, Russia, 08 February 2016. His Majesty King Hamad bin Isa Al Khalifa is on a working visit to Russia.  EPA/ALEXANDER ZEMLIANICHENKO/POOL

Riportata la Russia al centro della politica internazionale, ora il presidente deve pensare agli affari interni

Era difficile prevedere l’annessione della Crimea, così come il sostegno ai ribelli del Donbass. Ma Vladimir Putin ha dimostrato, durante la crisi ucraina, che ogni pronostico può essere tranquillamente ribaltato. Dunque, alla luce di questo, sorprende solo relativamente la notizia da prima pagina di ieri: il disimpegno russo dalla Siria. Non sarà totale, comunque. Una presenza “minima” verrà mantenuta (di modo che sia sempre possibile rischierarsi).

Che valore ha questo disimpegno? Guardando al calendario, non si può non notare la coincidenza tra l’annuncio dato dal Cremlino e la ripresa dei negoziati di pace di Ginevra mediati dalle Nazioni Unite (sul campo regge ancora la tregua definita lo scorso mese), anch’essa notizia di ieri. Secondo il New York Times Mosca pretende da Assad una posizione negoziale aperta e responsabile, lasciandogli capire, con l’annuncio del ritiro parziale, di non essere disposta a sostenerlo oltre ogni ragionevole limite.

Anche perché, è sempre il New York Times a rilevarlo, un impegno protratto in Siria potrebbe logorare i rapporti con i Paesi sunniti della regione (Mosca è allineata con l’Iran nel difendere Damasco), in un momento in cui tra l’altro il Cremlino ha bisogno del loro denaro. Russia Beyond the Headlines riporta che in virtù di un recente accordo, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi investiranno in Russia, rispettivamente, dieci e sette miliardi di dollari attraverso i loro fondi sovrani.

Sono risorse importanti, che giungono mentre l’economia russa è in seria difficoltà a causa dell’effetto incrociato delle sanzioni occidentali (gli investimenti degli arabi servono a compensare il calo di quelli occidentali), del crollo dei prezzi del petrolio e di un rallentamento iniziato già dal 2012-2013. Il Paese resterà in recessione anche quest’anno, anche se non verrà raggiunto il picco negativo del 2015 (-3,8%). L’inflazione è alta. Il rublo è svalutatissimo.

Possibile che Putin abbia fatto un passo indietro, ieri, pesando sulla bilancia il costo dell’intervento in Siria e quello della crisi economica che la Russia vive? Difficile. Se il presidente russo si fosse attenuto soltanto a questo, non avrebbe dovuto nemmeno prendersi la Crimea e sostenere i ribelli dell’est ucraino, perché è stato questo a scatenare le sanzioni occidentali.

Putin, fondamentalmente, ha visto nell’Ucraina e nella Siria le occasioni perfette per rimettere la Russia al centro della scena mondiale: obiettivo inseguito da anni. La crisi siriana lo ha concretizzato. Mosca ha cambiato il verso del conflitto; ha spiazzato gli Stati Uniti; ora cerca di premere su Assad allo scopo di mettere il proprio timbro sul negoziato (senza rinunciare alla tutela dei suoi interessi strategici in Siria), sperando – magari – che tutto questo porti novità anche sul fronte ucraino e della guerra commerciale con gli europei, al primo legata.

Tuttavia il ritorno alla statura di potenza mondiale non può durare a lungo se il sistema economico del Paese non verrà profondamente cambiato, a sentire l’analista Fyodor Lukyanov. Ecco dunque che l’economia c’entra.

Se nel breve Putin ha messo davanti a tutto la ricerca di prestigio, i muscoli e i fattori emotivi, facendoli fruttare tanto all’estero quanto in patria (il tasso di gradimento del presidente resta granitico), il lungo periodo è un’incognita. La dipendenza dall’energia, da forza che è stata, si sta trasformando in una potenziale condanna. Putin deve trovare alternative di sviluppo valide che consentano al Paese di ripararsi dagli shock del mercato energetico e a lui di mantenere livelli accettabili di stato sociale (dunque di consenso).

Una tale rivoluzione, però, non si fa in una notte e non si fa senza soldi. La Russia ha bisogno di tempo e risorse Missione che oggi sembrano non esserci. Intanto, tra la popolazione cresce il malcontento. I russi vedono nello stato dell’economia una preoccupazione sempre più forte. C’è stata ultimamente anche qualche inedita protesta, come quella dei camionisti. Qualcuno, come sempre, pensa che dalla frustrazione economica all’insurrezione politica il passo possa persino essere corto. È lecito nutrire qualche dubbio su questa stima. Ma è certo che Putin è tenuto a risolvere il dilemma: non si può essere potenzia mondiale con un’economia che non scatta; non si può avere consenso infinito se la sola leva da manovrare resta quella dell’orgoglio nazionale.

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