Terremoto politico dentro Sel. L’epicentro è nella Capitale

Amministrative
Il candidato a sindaco di Roma e leader di Sinistra Italiana Stefano Fassina durante la convention 'La prossima Roma', Roma, 28 novembre 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

La candidatura a sindaco di Fassina è sostenuta dal gruppo dirigente nazionale ma contestata da diversi big romani: «Scelta fatta nel chiuso di una stanza»

A voler essere ottimisti si potrebbe dire con il Presidente Mao (e la citazione ci sta, visto che parliamo del mondo di Sel e dintorni) che «Grande è il disordine sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente»; oppure, con un po’ di sarcasmo si potrebbe ricorrere al Principe Antonio De Curtis, in arte Totò: «Dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare?».

Prendere le cose con un po’ di lievità non guasta mai, anche se la situazione non è affatto eccellente e la direzione alquanto confusa. Il paradosso è che la fuoriuscita dal Pd di Stefano Fassina e Pippo Civati con i loro rispettivi seguiti, che negli auspici avrebbe dovuto preludere alla costruzione di una Cosa Rossa più larga, in realtà ha complicato le cose e scatenato una dura battaglia politica dentro Sel che in questo momento ha a Roma, e proprio attorno alla candidatura a sindaco di Stefano Fassina, il punto di maggior virulenza.

Ma in ballo non c’è solo Roma: a partire dalla lettera-appello dei tre sindaci “arancioni”, Pisapia, Zedda e Doria, lo scontro politico investe anche Milano, Napoli, Bologna, Torino. In ballo non ci sono soltanto le elezioni amministrative, ma l’identità stessa, il futuro, la collocazione della sinistra “radicale”: in alleanza-competizione con il Pd nel campo largo del centrosinistra o nello spazio dell’antagonismo inevitabilmente attratto dal campo del Movimento 5 Stelle?

Un nome che divide
Partiamo da Roma che in questo momento è l’epicentro del terremoto che scuote Sel e che ha anche inevitabili ripercussioni sul Pd. È chiaro che la situazione romana è condizionata dalla fine traumatica della sindacatura di Ignazio Marino sfiduciato dai consiglieri del Pd. Che ci si veda dietro la longa manus di Renzi, come pensano Ignazio Marino e tutta Sel (almeno in questo unita) o una lunga serie di errori commessi dall’ex-sindaco, come pensa il Pd di Matteo Orfini, fatto sta che ricostruire a Roma un centrosinistra competitivo è un’impresa titanica.

La candidatura di Stefano Fassina, a sinistra, è appoggiata da Sel Nazionale e dal coordinatore romano Paolo Cento, ma è contestata da due big del partito romano: il vicepresidente della giunta regionale, Massimiliano Smeriglio e l’ex-capogruppo in consiglio comunale, Gianluca Peciola, favorevoli alla partecipazione a primarie di coalizione, come a Milano. Ecco Paolo Cento: «Il Pd ha scelto di rompere la logica di coalizione quando ha scelto l’Italicum e pare bizzarro che ora la invochi nelle città. Comunque siccome nei comuni si vota con il doppio turno noi proponiamo al Pd un patto di reciproco sostegno per chi dovesse arrivare al ballotaggio. E poi, francamente, mi pare alquanto bizzarro che si chieda conto a noi della candidatura di Stefano Fassina: chi è il candidato del Pd, con quali idee? Certo dentro Sel discutiamo e sono benvenute tutte le iniziative».

Chi ha ucciso il centrosinistra
Il giudizio di Stefano Fassina è tranchant: «Il centrosinistra l’ha ucciso il Pd. Prima quando, a fine luglio, ha cacciato Sel dalla giunta; poi, quando ha negato a Roma i finanziamenti per il Gubileo; infine, quando ha cacciato Ignazio Marino andando dal notaio, senza alcuna consultazione di quella base che ora invocano: perché non le hanno fatte allora le primarie? E poi sul programma siamo alternativi. Noi vogliamo un referendum sulle Olimpiadi e destinare quelle risorse alle principali emergenze sociali della città; vogliamo bloccare la speculazione sullo stadio della Roma a Tor Di Valle, che serve solo a un imprenditore a sanare i suoi debiti; non vogliamo la privatizzazione del patrimonio pubblico: di tutto questo cosa pensa il Pd?». Domando a Fassina cosa farebbe se Sel o una sua parte importante non dovesse più appoggiarlo: «È un’ipotesi che non prendo neppure in considerazione: la mia candidatura è stata preparata insieme a Sel, ho l’appoggio del gruppo dirigente nazionale e di quello romano e nei prossimi giorni incontrerò gli amministratori romani di Sel».

Gianluca Peciola fa una premessa: «Roma non deve diventare la colonia di Renzi, per questo non possiamo abbandonare una battaglia dentro il centrosinistra, lasciandogli campo libero» e aggiunge: «L’obiettivo è evitare che Roma possa finire a dover scegliere tra la morsa del populismo della destra della Meloni e del M5S. Per questo credo che, senza aver nulla da obiettare alla candidatura di Fassina, occorra un passaggio che coinvolga le tante forze che si riconoscono nella sinistra romana. Sono loro a dover scegliere, non qualcuno al chiuso della stanze dei partiti nazionali».

Chance pari a zero
Le chance di Fassina sono pari a zero, confidano diverse fonti interne a Sel: «Per Fassina finirà male, perché è stato imposto da una logica nazionale. Per carità, la sua candidatura è stata un gesto di generosità, ma si è visto sul campo che non funziona. Non conosce Roma e nessuno dei nostri consiglieri municipali lo appoggia. Nei prossimi giorni ci saranno diverse assemblee nelle quali la bocciatura sarà palese. Alla resa dei conti sarà il candidato di Rifondazione Comunista e dei fuoriusciti dal Pd che, immemori di aver accettato ogni compromesso finché stavano dentro, oggi sono i fautori della contrapposizione a ogni costo. E poi, qualcuno finge di dimenticare il convitato di pietra, ovvero Ignazio Marino. Cosa succederebbe se l’ex-sindaco decidesse di candidarsi alle primarie? Una parte forse maggioritaria di Sel sceglierebbe lui, non Fassina».

Le primarie di Milano e Napoli
Ma non c’è solo Roma. A Milano, per ora, la posizione di partecipazione alle primarie tiene. Ma cosa accadrà se le primarie le vincerà – cosa assai probabile – Giuseppe Sala? Sel è pronta a riconoscere la disciplina di coalizione? Oppure, in nome dello scontro nazionale con il Pd di Renzi, abbandonerà una coalizione che, a Milano più che altrove, porta profondamente il segno della parte migliore della sua storia, rappresentata dal riformismo civico di Pisapia che ha saputo tenere insieme sfide così diverse come la solidarietà verso i più deboli e l’accelerazione verso il futuro dell’Expo?

A Napoli, molti dei quadri dirigenti di Sel si sono formati nell’era di Antonio Bassolino e oggi subiscono la fascinazione del ritorno in campo del vecchio leader e storcono il naso all’idea di dover appoggiare Luigi De Magistris che non votarono nel 2011, accusandolo di populismo e contro il quale hanno lottato alle politiche del 2013, quando Giggino fu uno dei promotori della Rivoluzione Civile di Ingroia.

La rottura di Torino e Bologna
A Torino e Bologna la scelta di rompere con il Pd è stata già compiuta in base a un ragionamento (perfettamente legittimo ma del tutto autorefenziale) di politica nazionale, e risponde più a una sfida identitaria che a un dissenso nel governo della città dal momento che, a parte i pretesti che si possono sempre trovare, in entrambi i casi, fino a ieri Sel stava nelle giunte e ha votato tutti i provvedimenti dei sindaci che essi stessi appoggiavano. Ora, domando e credo se lo domandino anche tanti cittadini elettori di Sel in quelle città: ma se fino a ieri questi erano buoni sindaci con cui governare, com’è che oggi sono impresentabili, simboli di ogni male? E perché, allora, io devo votare per te che stavi con quei sindaci e non con chi, come il M5S, li ha sempre combattuti?

Forse riusciranno a far perdere il Pd, ma certo si condanneranno all’irrilevanza politica o diventare satelliti (neppure benvoluti) del grillismo.

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