Tasse, pensioni, bonus: cosa c’è davvero in cantiere per il 2017

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (d) con il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan, durante le comunicazioni in aula al Senato in vista del Consiglio Ue del 17 e 18 marzo. Roma 16 marzo 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Smentita l’ipotesi di innalzare da 80 a 100 euro il contributo per i lavoratori dipendenti

A palazzo Chigi e al ministero dell’Economia il lavoro in vista della legge di stabilità per il 2017 procede già a pieno ritmo. Con un occhio all’Europa, da dove vengono segnali incoraggianti: ieri la Commissione ha varato un documento nel quale si lasciano aperti ampi margini per mantenere le spese relative alla lotta al terrorismo al di fuori del computo del rapporto deficit/Pil; al contempo, i contatti tra Roma e Bruxelles sono già avviati per ottenere anche per il 2017 una flessibilità che lo stesso Padoan ritiene “assolutamente compatibile con il quadro Ue”. Contemporaneamente, si cerca di individuare quei margini di riduzione della spesa per puntare alla “riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese” che, come confermato dal sottosegretario Nannicini, rimane la priorità dell’esecutivo.

I pilastri su cui si lavora sono essenzialmente due. Il primo è quello pensionistico, il secondo – appunto – quello fiscale. Non è allo studio, invece, un innalzamento del bonus per i lavoratori dipendenti da 80 a 100 euro. L’ipotesi, avanzata oggi dal Messaggero, è stata smentita ufficialmente da palazzo Chigi. Rimane in campo, invece, l’estensione del bonus alle pensioni minime, per la quale si stanno verificando le coperture.

Per quanto riguarda il sistema previdenziale, il tema principale è quello della flessibilità in uscita. Ieri Nannicini ha ricevuto a palazzo Chigi il presidente dell’Inps Tito Boeri proprio per lavorare su questo capitolo. Il sottosegretario ha già avuto modo di spiegare che si sta cercando di individuare un mix di interventi per dare soluzioni a esigenze diverse. Un rafforzamento del secondo pilastro, quello complementare, offre una soluzione più a lunga scadenza: rendere obbligatorio il versamento del Tfr su questo fondo per i neo assunti (o quanto meno di una sua quota) è un’ipotesi probabile. Per chi invece ha un’aspettativa di pensione più alta, la possibilità è quella di un’uscita con una penalizzazione di almeno il 3-4% per ogni anno anticipato. Terza soluzione, rivolta a chi perde il lavoro a pochi anni dalla pensione, è quella di un prestito (intorno agli 800 euro al mese) che accompagni verso l’età pensionabile, quando poi la cifra anticipata sarà restituita a rate, trattenendola dall’assegno previdenziale. Per questa possibilità, si valuta un coinvolgimento delle banche.

Il costo complessivo si aggira tra i 5 e i 7 miliardi, da trovare soprattutto intervenendo sulla spesa pubblica.

Infine, le tasse. “Il governo valuterà la possibilità di agire sull’Irpef in base agli spazi finanziari disponibili, nel rispetto dei saldi di finanza pubblica”. Le parole di Pier Carlo Padoan lasciano in sospeso la possibilità di anticipare il taglio delle aliquote (almeno di quella attualmente al 38%, per i redditi tra i 28mila e i 55mila euro) al 2017, rispetto al 2018 previsto dal cronoprogramma che lo stesso governo si era imposto. Sarebbe questa la mossa più forte di stimolo all’economia che l’esecutivo potrebbe inserire nella prossima legge di stabilità.

Le ipotesi sono ancora tutte da valutare, ma quanto anticipato in questi giorni rende chiara la direzione verso la quale Renzi intende muoversi.

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