Tagli alla politica? Il Parlamento risparmia già 360 milioni

M5S
Un momento delle dichiarazioni di voto finali del disegno di legge sulle Riforme Costituzionali alla Camera dei Deputati, Roma, 12 Aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Lunedì in aula il ddl Lombardi che prevede riduzioni per 61 milioni sugli stipendi dei parlamentari. Ma costi e spese sono già stati tagliati

Quando si parla di soldi, serve mettere i conti in ordine. Per uscire dalla propaganda e tornare ai fatti. Così se Beppe Grillo lunedì intende «occupare» la tribuna ospiti della Camera con una schiera di attivisti 5 Stelle per dare il benvenuto al disegno di legge Lombardi che prevede il taglio di 61 milioni degli emolumenti dei deputati, è opportuno ricordare che Senato e Camera hanno già provveduto a ridurre le spese per 152 milioni (il Senato, dal 2013 al 2016 compreso) e per 209 milioni la Camera (nello stesso periodo).

Tagli che hanno riguardato tutte le voci di bilancio, indennità dei parlamentari, stipendi del personale, acquisto di beni e servizi, affitto di immobili, fondi di rappresentanza, il contributo a favore dei Gruppi parlamentari. È tutto pubblico, sui siti di Camera e Senato. Omaggio, doveroso, alla trasparenza.

E allora, nel giorno in cui Roberta Lombardi, prima firmataria, ammette in u n’intervista che «in effetti, sì, è vero, fare politica costa»; nella settimana in cui viene fuori che il quasi leader Luigi Di Maio ha speso più di cento milioni di euro in tre anni «solo per la voce iniziative sul territorio»; suona già strumentale la cagnara che sarà montata dal pubblico 5 Stelle lunedì quando l’aula invierà nuovamente il ddl in Commissione Affari Costituzionali per quell’esame approfondito e necessario di tutti gli emendamenti che non c’è stato finora.

«C’erano ancora molti iscritti a parlare e non potevamo fare altro che mandare il testo in aula visto che era stato calendarizzato per il 24» spiega il presidente Andrea Mazziotti (Sc) . Il ddl Lombardi sembra essere il tentativo del Capo politico dei 5 Stelle di riappropriarsi di un tema – il taglio dei costi della politica – che nella lunga campagna referendaria è però uno degli argomenti principe del Fronte del Sì. «61 milioni di tagli sugli stipendi degli eletti e 26 sui costi: si risparmia più così che con il taglio del Senato e la fine del bicameralismo, 56 milioni in tutto» è il ritornello M5S. Utile, allora, andare a spulciare i bilanci di entrambe le Camere.

Palazzo Madama, con la regia del presidente Piero Grasso, ha speso 152 milioni in meno per il funzionamento dell’assemblea. Di questi 65,5 milioni sono state restituiti alle casse pubbliche e 86,4 milioni non sono più stati elargiti dallo Stato. Le indennità parlamentari dei senatori e le competenze accessorie sono state ridotte di 31 milioni (nei tre anni, dal 2014 al 2016) e le retribuzioni dei dipendenti sino scese di 36,7 milioni. Nel bilancio 2016 il costo del Senato (circa 490 milioni) incide per lo 0,060% sul totale della spesa statale.

Stessa tendenza alla Camera dove a fronte di una minore spesa di 130 milioni rispetto al 2011, sono stati risparmiati 159 milioni rispetto al 2012: 62 dalle spese per il personale dipendente; sette milioni dal personale esterno (da 23 a 16 milioni); 56 milioni in meno grazie ad una maggiore attenzione agli acquisti di beni e servizi (nello specifico gli affitti sono scesi da 41,4 a 2,3 milioni. È sceso anche il contributo in favore dei Gruppi parlamentari (da 35,4 a 31,7 milioni). Non solo: il blocco delle identità parlamentari e dei rimborsi per le spese di soggiorno produce una riduzione di spesa pari a 50 milioni per ciascuno dei tre anni (2016- 2017-2018).

«Io ho rinunciato all’alloggio di servizio che è diventato un posto di polizia – racconta il vicepresidente Giachetti – i fondi di rappresentanza e per il personale. Ricordo anche che gli adeguamenti dei nostri stipendi sono bloccati dal 2005. Mi chiedo se i Cinque stelle si sono informati…». Toccherà a Giachetti, lunedì, gestire l’aula.

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