Syd Barrett, 10 anni fa moriva il diamante pazzo del rock psichedelico

Musica
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Ricorre oggi l’ anniversario della scomparsa di Syd Barret, fondatore dei Pink Floyd. Cerchiamo di raccontarvelo attraverso alcuni brani fondamentali

“Il rock è morto, viva il rock”: questo, in sintesi, il mantra che accompagna molte riflessioni critiche degli ultimi anni. Da un parte chi rimane impigliato nostalgicamente agli anni “d’oro”, dall’altra chi vorrebbe fare tabula rasa del passato accogliendo con entusiasmo anche le false novità. In mezzo c’è chi continua a fare musica nel solco di quella tradizione, sperimentando la commistione con linguaggi musicali più freschi; nessuno però può prescindere dal fatto che il grosso della partita si gioca in un preciso periodo storico.
Dalla metà alla fine degli anni sessanta Syd Barrett codifica, nello spazio di soli tre album e una manciata di singoli, gli elementi e la struttura che tutt’ora informano il suono delle migliori band in circolazione; si pensi ai Flaming Lips, agli Animal Collective, ai Tame Impala: a quanto tali formazioni abbiano inscritti nel loro dna codici che derivano direttamente dal lavoro Barrettiano.
A volerla mettere in parole, quella sfaccettata attitudine definita psichedelia è un concetto che si riferisce a un certo modo di avere a che fare con la reiterazione, la ciclicità, la dilatazione e la dissonanza del suono, declinato prevalentemente sotto forma di canzone (ballata o brano pop che sia), oppure di suite strumentale o, spesso, in un’unica forma che alterna entrambi gli approcci.

Come per ogni istanza innovativa, prima di raggiungere una forma collettivamente riconoscibile sarebbe passato un po’ di tempo; in questo, che è uno dei rarissimi filmati di Syd Barrett parlante, Hans Keller, critico musicale nonché conduttore della trasmissione che ospita i Pink Floyd, riduce banalmente tutta la questione agli alti volumi tenuti dalla band nei live. Barrett, in maniera straordinariamente pacata, prova a spiegare che il volume non c’entra niente e che l’ampiezza dei luoghi dove suonano i Pink Floyd impone la necessità di farsi sentire da tutti calcando un po’ la mano.

La storia di Syd Barrett è molto conosciuta; tramandata, raccontata, romanzata, tanto da essersi alla fine appiattita su un cliché inscritto nella teca dei luoghi comuni del rock: all’interno di questa mitologia Syd, il matto, continua a girovagare senza meta insieme ad Elvis, che prende il sole alle Hawaii, i Beatles e i Rolling Stones, che fanno la guerra per scoprire chi è migliore e il club dei 27, cioè Jim Morrison, Janis Joplin e Jimi Hendrix, che probabilmente giocano a briscola.
In parole povere, il nostro, per abuso di psicofarmaci e sostanze psicotrope, perde via via il lume della ragione. In molti fanno un collegamento (a dire il vero poco interessante) tra la sua genialità e le droghe: sicuramente l’uomo che esce dalle composizioni barrettiane è una figura complessa e stratificata, molte delle sue canzoni parlano di viaggi allucinogeni, ma non è questo il punto. Quello che ci interessa in questa sede è ripercorrere brevemente la cortissima carriera del musicista, fornendovi degli esempi sonori della sua grandezza a 10 anni dalla sua morte.

Primo singolo dei Pink Floyd, Arnold Layne, scritta da Barrett, pubblicata nel 1967 e mai uscita su un album ufficiale, parla di un travestito, pare realmente esistito, con l’abitudine di rubare indumenti nei negozi di biancheria a Cambridge. Nel materiale promozionale che accompagna il disco la EMI inserisce un comunicato stampa con su scritto “i Pink Floyd ignorano cosa la gente intenda con pop psichedelico e non vogliono produrre effetti allucinatori sul loro pubblico”.

Nello stesso anno See Emily Play, lato A del secondo 45 giri dei Pink Floyd, consolida il successo della band, che si sarebbe esibita di lì a poco varie volte nella trasmissione Top Of The Pops. Barrett si destreggia con un accendino sulle corde per sviluppare una parte di slide guitar, cori e tastiere acide drappeggiano il tessuto sonoro: pochi mesi dopo John Lennon ultimerà la sua I am the Warlus, non a caso debitrice dell’approccio lisergico floydiano. A completare il quadro, la lirica della canzone: si racconta la visione che Syd ha avuto un giorno di Emily, una ragazza sotto LSD che vaga solitaria per un bosco.

Immaginare che a fine anni sessanta la gente ballasse questo brano, Interstellar Overdrive, con i Pink Floyd sotto le luci filtrate da diapositive che colavano inchiostro, e amplificatori disseminati ai quattro lati della sala dell’UFO (uno del live club principali della swinging london), rende l’idea dell’impatto di questo sound. Quasi dieci minuti che raccontano un viaggio interstellare in cui le coordinate spazio temporali vengo continuamente stravolte: uno dei brani simbolo di “The Piper at the Gates of Dawn“, primo e unico album dei Pink Floyd con al timone Syd.

Se Interstellar Overdrive è il paradigma della suite psichedelica, questa Bike, che chiude il disco, rappresenta invece il modello della psych pop song: canzone totalmente destrutturata, dal forte impianto melodico, quasi al limite della filastrocca, che nei successivi quarant’anni verrà riproposta in un’infinità di varianti differenti. Chiedere ai nostri Jennifer Gentle.

Barrett viene allontanato a malincuore dalla band, e anche questa è una storia arcinota: rimarrà nella coscienza e nella mente degli altri membri del gruppo, periodicamente sconvolti dalle sue sporadiche riapparizioni in studio. Ma prima di nascondersi definitivamente in una voragine oscura, il nostro riesce a dare alle stampe due dischi: The Madcap laughs e l’omonimo Barrett; dischi registrati e prodotti tra mille difficoltà, dovute alle condizioni dell’ex Pink Floyd sempre più spesso poco presente a sé stesso.
David Gilmour e Roger Waters, come produttori e in veste di veri e propri arrangiatori, fanno spesso i salti mortali per stare dietro all’incedere incostante di Barrett, che arranca in composizioni singhiozzanti. Nonostante ciò, dietro la scorza apparentemente delirante di questi brani c’è un nucleo prezioso; quell’essenza i cui frutti persino una psiche fragile, spentasi già nel mattino della propria esistenza, è riuscita a veicolare: e che aleggia, sotto forma di rimando sonoro o semplice approccio mentale, in molte produzioni della odierna popular music.

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