Susana guida la sfida, Sanchez si dimette. Psoe lacerato e i militanti gridano: «Golpisti»

Spagna
epa05278558 Spanish Socialist party leader Pedro Sanchez speaks during a press conference after his meeting with Spain's King Felipe VI during the third and last round of negotiations to form a new government, in Madrid, Spain, 26 April 2016. If no agreement is reached before 02 May 2016, new genereral elections will be held the upcoming 26 June.  EPA/Mariscal

E’ Susana Díaz ad uscire vincitrice dal comitato federale, ma adesso il partito è spaccato

«Per me è stato un orgoglio e annuncio le mie dimissioni» Così Pedro Sánchez ha ufficializzato la sua sconfitta dopo aver perso per 132 voti a 107 una votazione sulla sua proposta di congresso. Il segretario aveva convocato il Comitato federale per votare per le primarie il 23 ottobre e un congresso straordinario a novembre, per arrivare all’assise da segretario uscente e non dimissionato.

Gli avversari interni, con Susana Díaz in testa, dopo essersi dimessi in massa dall’Esecutivo del partito, volevano le sue dimissioni e il varo di un comitato di gestione del partito fino a un congresso da tenersi, dopo la formazione del governo. Susana Díaz ha vinto in una giornata campale, con assembramenti e qualche tafferuglio davanti alla sede del Psoe, dove si teneva una riunione protrattasi per dieci drammatiche ore.

Fonti a lei vicine ieri sera dicevano che nella notte sarebbe stato nominato il Comitato di gestione. Ma questa guerra lampo nel Psoe lascia in mano un partito lacerato come non mai. I dirigenti federali che hanno sfiduciato il segretario vengono apostrofi con grida di «golpisti», e la tensione ha mobilitato le forze di polizia.

I prossimi giorni saranno durissimi per il Psoe e per la politica spagnola, con il governo ancora in forse e un aiuto socialista a Rajoy ora forse più vicino, una scelta contrastata da Sanchez, appoggiato dalla grande maggioranza della base e degli elettori. Díaz ha imposto il suo piano ma si trova in mano un partito nel caos. Ci sarà da lottare, ma del resto Susana è sempre stata una lottatrice. «Io sono della casta degli idraulici. Sono figlia e nipote di idraulici e oggi ho l’onore essere presidente della Giunta. È stato possibile grazie al sistema, alle borse di studio, all’educazione pubblica. Si chiama mobilità sociale». Così diceva nel giugno di due anni fa riferendosi al mestiere del padre, a confutare la «concezione di sistema» di Podemos, che più di altri in Spagna ha fatto propria la retorica della «Casta».

La donna che ha battuto Sánchez è una sivigliana purosangue e un prodotto altrettanto doc del socialismo andaluso, in particolare di José Antonio Griñán, ex presidente autonomico dal 2009 al 2013, presidente del Psoe dal 2012 al 2014 e senatore dal 2013.

Di famiglia popolare, del padre sappiamo, la madre casalinga, cattolica, devota della Virgen del Rocío di cui segue da sempre le processioni, come pure presenzia alle feste sivigliane col tradizionale abito da flamenco. Sposata dal 2002 con José María Moriche, di un quartiere popolare contiguo al suo, costalero (i portatori nelle processioni delle grandi immagini sacre) del Cristo de las Tres Caídas. «Mio marito è uno spiantato», disse quando venne incalzata da una consigliera andalusa del Pp in merito a un’inchiesta su corsi di formazione rimborsati e mai tenuti nella quale il consorte aveva percepito stipendi di bassa entità come collaboratore amministrativo.

Come a dire «veniamo dal basso, quei bassi stipendi per noi sono importanti, come per chi ci vota». Susana è così, popolare, forte, totalmente sivigliana. Nel bene e nel male, perché tanto legata alla Spagna profonda, da non intercettare le nuove istanze. Sul piano nazionale le è difficile raccogliere il consenso, innanzi tutto in casa socialista.

La sua «siviglianità» è anche un’idea di subordinazione del carattere plurinazionale dello Stato spagnolo alla componente andaluso-castigliana, che le rende difficile costruire interlocuzioni politiche in territori come Catalogna e Paese basco, motori economici e industriali del Paese. La grande forza della Diáz nel Psoe è anche lo specchio delle debolezze del partito, che retrocede nei grandi centri urbani e nel voto giovanile mentre resiste nel meridione dove forte è il sistema assistenziale.

Però è un animale politico, una donna forte, cresciuta nella macchina del partito. Due anni fa, all’abbandono di Rubalcaba lei, giovane, donna, preparata, era la candidata più forte ma temette il logoramento, e decise di investire in un segretario di transizione. Il giovane prescelto era Pedro Sánchez. L’operazione viene considerata un capolavoro politico fino a quando Sánchez decide che non vuole farsi da parte. E inizia un lungo confronto, culminato con la resa dei conti che ha travolto il Psoe.

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