Suonava il postino arrivava la moda

Dal giornale
postal market

Ha chiuso dopo 56 anni Postalmarket, l’intuizione di Anna Bonomi Lo stile alla portata dell’Italia del boom

Quando si legge del fallimento di Postalmarket, deciso dal tribunale di Udine, si pensa agli ultimi posti di lavoro persi, ai debiti, ad un altro frammento di storia economica da consegnare all’archivio, ma anche ad una brillante idea (d’importazione), ad una intuizione commerciale, al battesimo di una stagione per tante ragioni persino gaia e spensierata, ad un paese meno incarognito, più fiducioso e speranzoso.

Si pensa, rivolgendosi al presente, ad Amazon e ad Alibaba. Mi vengono in mente anche Pietro Nenni e Franca Valer. Pietro Nenni, perché Postalmarket vide la luce nel 1959, quando eravamo ancora alle prese con i governi democristiani, tra Fanfani e Segni con Moro che diventò segretario della Dc,ma già si lavorava, cioè si creava il clima, perché s’arrivasse al primo governo di centro sinistra, Dc-Psi, e Nenni potesse entrare nella “stanza dei bottoni” (quattro anni dopo). Di mezzo (luglio 1960) ci fu Tambroni, al governo con i voti di Almirante, segretario del Msi.

Ci furono le giornate di Genova e i morti di Reggio Emilia. Ma la protesta popolare contro i neofascisti che intendevano tenere il loro congresso proprio nella città medaglia d’oro della Resistenza (in fondo la guerra era finita da appena quindici anni) e la tragica manifestazione sindacale, che la polizia represse a raffiche di mitra (avendo ricevuto licenza da Tambroni medesimo), uccidendo cinque operai comunisti, ferendone decine, dimostrarono che qualcosa doveva cambiare e in una certa misura annunciarono il cambiamento. S’inaugurava lì un ventennio di riforme e di lotte, di rivendicazioni civili in spirito libertario e di progetti (allora le parole più usate in politica erano “programmazione” e “pianificazione”), ovviamente tra i soliti alti e bassi di ogni vicenda umana, un ventennio che si chiuse infatti nel sangue, stragi, terrorismo, bombe, l’assassinio di Aldo Moro, e nel nome di Craxi. Franca Valeri – torno a quella meravigliosa attrice che proprio ieri ha compito 95 anni – perché nell’anno di Postalmarket giunse nelle sale cinematografiche (quelle invase dal fumo: non era ancora in vigore il divieto) un film di Dino Risi, in cui lei la faceva da protagonista Milano avrebbe edificato il quartiere di Milano-San Felice (da cui trasse ispirazione il Berlusconi per le sue imprese). Mentre pensava a Postalmarket, Anna Bonomi avviò una grande opera di diversificazione del gruppo, accaparrandosi aziende come Brioschi, Miralanza, Rimmel, Durbans, Saffa, e partecipazioni finanziarie dentro banche e assicurazioni , come Milano Assicurazioni, Italia, La Fondiaria, e persino dentro il colosso della chimica italiana, cioè dentro Montedison, “croce e delizia”, soprattutto “croce”, perché lì cominciarono i guai e l’infelicità degli ultimi anni, che coincisero con la perdita di quattrini e di potere, con un processo legato al crac del Banco Ambrosiano di Guido Calvi, processo concluso con il patteggiamento, con il coinvolgimento nello scandalo della P2,più tragedie personali. Anna Bonomi Bolchini morirà nel 2003, a novantadue anni, non le verrà mai contestato il titolo di “signora della finanza”.

Un’eredità passata ai tedeschi. D’altra parte donne come lei nel campo non se ne sono più viste e non se ne vedono all’orizzonte. Lasciò una bella eredità. Non lasciò Postalmarket, finito dieci anni prima in mani straniere, quelle di un colosso tedesco, Otto Versand, numero uno mondiale dello shopping per posta.Postalmarket, come la Seicento, quando il timoniere della Fiat era Valletta, come il Pirellone e come l’autostrada del Sole, ha il suo bel valore simbolico: nel modo più diretto, specifico, illustrato, documenta il salto dall’Italia rurale, del vestito buono per la domenica, delle mani callose, dei rammendi e delle giacche rivoltate, all’Italia non ancora spendacciona, non ancora sopra le righe, dell’Italia però dell’operaio che in fabbrica fatica, lotta, protesta, tira la cinghia, ma alla fine del mese, con la paga assicurata, può cominciare a spendere.

Italo Calvino firmò per l’Unità d’allora alcuni reportage. In uno di questi, da bravo cronista sindacale, scrisse dello sciopero all’Amiantifera di Balangero, dello sciopero di contadini e pastori che s’erano fatti ruspisti e minainsieme con Alberto Sordi. Una commedia noir (Sordi fa il “cretinetti” alle spalle della moglie ricca, pesca a piene mani nel suo portafoglio per avviare improbabili imprese industriali e alla fine per salvarsi architetta l’omicidio della moglie: gli andrà male naturalmente, perché nella tromba dell’ascensore ci finirà lui). Franca Valeri fa la sciuretta campionessa d’incassi per via finanziaria e, tra ville e pellicce, naviga alla grande nel bel mondo d’allora, che era assai più modesto, operoso, responsabile, ovviamente, del bel mondo d’oggi dominato dalla cricca degli arricchiti grazie a tangenti e roba simile. Tra gli amici della Valeri compare anche un grassone, che sa tanto del Borghi, cioè il “gran lombardo” che creò l’Ignis di Varese, inventandosi (insieme con lo Zanussi, pentolaio di Pordenone) l’industria del bianco in Italia, cioè dell’elettrodomestico dal frigorifero in su. Franca Valeri in questa Italia dinamica, propulsiva, fantasiosa, di autentici “capitani coraggiosi”, assomiglia tanto, almeno nella mia nostalgica fantasia, ad Anna Bonomi Bolchini, la gran donna milanese, figlia di Carlo Bonomi, un immobiliarista dell’epoca (Anna nacque nel 1910) e di una portinaia (anche in questo sodalizio si intuisce un ritratto di città, che profuma tanto di guardiole, di scale lavate e rilavate, di minestroni di verdura).

L’invenzione della sciura. Anna Bonomi (Bolchini s’aggiunse al secondo matrimonio, annullato dalla Sacra Rota il primo con l’architetto Angelo Campanini) si inventò dunque nel 1959 Postalmarket, dopo aver fondato, morto il padre, una bella impresa di costruzioni, che andò a gonfie vele negli anni della ricostruzione postbellica, che avrebbe lavorato all’estero (dalla Francia al Sudamerica) e che avrebbe soprattutto innalzato a Milano il grattacielo Pirelli di Pier Luigi Nervi e di Gio Ponti, sede dell’industria omonima prima di ridursi a palazzo delle burocrazie regionali lombarde, e poco fuori tori, che rivendicavano salari più alti, compiangendo al tempo stesso la rovina della loro montagna, per lo scavo e per l’abbandono.

In un altro, Calvino raccontò quando aggirandosi tra le risaie piemontesi, tra Vercelli e Novara, vide all’ingresso di una cascina una moto (poteva essere una Guzzi, altro primato italiano) e scorse una luce biancastra attraverso i vetri di una finestra: nella campagna ci si poteva aggirare non più solo a piedi o in bicicletta e la sera non ci si radunava più in cortile a comunicare ai vicini gli incontri della giornata, ma ci si chiudeva in casa a guardare la televisione e Carosello (prima puntata nel 1957). Pare che Anna Bonomi Bolchini avesse immaginato il suo Postalmarket proprio guardando Carosello: avrebbe voluto portare le merci celebrate negli sketch girati da Olmi, da Elio Petri, da Maselli o da Pontecorvo (“narrazioni” spesso indimenticabili) agli italiani di tutte le valli, di tutte le isole, di tutte le pianure. Naturalmente aveva un modello davanti a sé: si va alle “vendite per corrispondenza” così popolari negli Stati Uniti, quando tra le isolate fattorie del Nevada o del Kentucky in famiglia si sfogliava il “libro dei desideri” (il primo catalogo comparve alla fine dell’Ottocento ad opera di Aaron Montgomery Ward), rallegrando gli occhi e il cuore alla vista di sete e di cotonine ma anche di aratri e di falciatrici. Sogni a portata di mano, senza dover raggiungere l’emporio di una lontana località, sommando alle spese dirette quelle per il viaggio, le fatiche, i pericoli, gli indiani, i banditi.

Da quasi un secolo nei progrediti States si metteva in pratica quanto spiegava una canzoncina rimasta nelle orecchie di una generazione, inno-tormentone del consumismo vincente: “Con Postalmarket, sai, uso la testa ed ogni pacco che mi arriva è una festa…”. Psicologia magari poco sottile, ma precisa: il catalogo da sfogliare, la ricerca dell’abito e della maglietta, immaginandoseli indosso, rimirandosi davanti allo specchio, immedesimandosi nell’attrice che indossava il “capetto”, e poi compilare la richiesta, spedire, attendere il campanello che squilla, il fattorino che consegna il pacco, finalmente aprirlo, finalmente toccare con mano, girare e rigirare. Con una garanzia: “soddisfatti e rimborsati”. Cioè, aperto il pacco, era sempre possibile restituire l’articolo, quanto pagato verrà restituito (detratte le spese di spedi zione al ritorno, a carico del cliente insoddisfatto).

Naturalmente a rinsaldare il legame tra i grandi magazzini della Postalmarket e la famigliola sarà il “catalogo”, il palcoscenico di pantaloni e di biancheria intima, di sottane e di cappotti, di calze e di reggiseni, benedetti da testimonial di raro fascino: risalendo negli anni, da Sylva Koscina e da Antonella Lualdi, dalle gemelle Kessler a Marisa Del Frate, a Gabriella Farinon (“signorina buonasera” della Rai, a premiare le virtù delle casalinghe nazionali) a Gloria Guida (eroina invece del porno casareccio), alle insuperabili Monica Bellucci, Linda Evangelista, Claudia Schiffer, Cindy Crawford, Carla Bruni. Un anno comparvero come testimonial anche Giorgio Gaber e Ombretta Colli. L’ultimo catalogo fu per Afef (affascinante signora Tronchetti Provera). Tanta fortuna dell’invenzione di Anna Bonomi la si deve anche a loro: l’identificarsi è uno sport comune, è il segreto della pubblicità. Il successo di Postalmarket durò a lungo, un ventennio, e poi, dopo una parentesi di crisi, nel 1983, un altro decennio, un successo mai contrastato dalla concorrenza nazionale e non ancora bersagliato dall’aggressività dell’e-commerce.

Postalmarket era il leader: 45mila spedizioni giornaliere, più di mille dipendenti, un fatturato che toccò il tetto di seicento miliardi di lire. Postalmarket era una corazzata commerciale, certo fondata sui buoni prezzi, sulla pubblicità, anche sulla qualità dei prodotti (a collaborare vennero chiamati “sarti” prestigiosi come Krizia, Coveri, Laura Biagiotti) e sull’entusiasmo dei consumatori, ma anche su una organizzazione del lavoro, che riproduceva lo schema taylorista, con l’estrema parcellizzazione delle funzioni.

La caduta fu dapprima, negli anni novanta, uno scivolare lento. Gli interventi di salvataggio, l’impegno dei lavoratori, la rallentarono, ma il destino ultimo era segnato, per il semplice fatto che la “signora della finanza” non c’era più e non c’era in Italia chi avesse il suo intuito e il suo coraggio, la sua lungimiranza (si potrebbe aprire un capitolo sulla mediocrità dell’imprenditoria italiana) e sapesse inventarsi Amazon o Alibaba. Il futuro per ora è con loro, con Amazon e con Alibaba. Abbasso la nostalgia. Non nego però il piacere che provo sfogliando in libreria un romanzo, leggendone la prima pagina, carezzando la carta, o tastando l’orlo di un pantalone.

Vedi anche

Altri articoli