Sufjan Stevens in 5 brani

Musica
sufjan1440x8102

Tutto esaurito per l’unica data italiana del cantautore statunitense Sufjan Stevens: si esibirà stasera al Teatro Luna di Milano.

Pochi artisti possono godere di un credito pressoché unanime di critica e pubblico come Sufjan Stevens, cantautore sempre a qualche passo di distanza dal mainstream, che ha ereditato lo scettro dei grandi nomi della canzone americana imparentata con il folk. Negli ultimi 15 anni, dai tempi del suo esordio “A sun came” fino all’ultimo, intimo e toccante “Carrie and Lowell” sono stati scomodati paragoni altisonanti per descrivere la sua musica: da Beck agli Eels fino ad Elliot Smith per quanto riguarda i contemporanei, passando per Nick Drake e Simon and Garfunkel nel richiamare radici del secolo scorso. All’interno di una discografia poliforme tracciamo un breve percorso, senza alcuna pretesa di esaustivitá, attraverso alcuni dei suoi brani migliori.

Gli arpeggi di chitarra acustica, una vocalità dimessa e un approccio low fi (testimoniato dal costante ronzio di sottofondo) caratterizzano “A sun came”, la title track del primo album di Sufjan Stevens, datato 1999. Alcuni degli ingredienti di quello che sarà in futuro il sound del cantautore sono qui presenti in nuce.

Questa suggestiva performance live di “For the Windows in Paradise, For the Fatherless in Ypsilanti”, con Sufjan seduto sullo steccato di una fattoria texana mentre strimpella il banjo, fotografa bene la dimensione spoglia e minimale alla base del suo folk. “Michigan”, l’album da cui è estratta questa canzone, voleva essere il primo di una serie di dischi ed ep dedicati ad ognuno dei 50 stati americani. Per ora Stevens è riuscito a dare seguito a questo progetto solo con un altro lavoro, “Illinois”

“Chicago”, uno dei suoi brani più conosciuti, proietta il delicato equilibrio folk dell’autore in una dimensione orchestrale, verso lidi corali che potrebbero richiamare alla mente degli Arcade Fire pacificati o il collettivo dei Polyphonic Spree. La canzone è tratta dall’album “Illinois”, riconosciuto, per varietà e complessità, come uno dei capolavori di Stevens.

Per la sua portata pop sperimentale “Impossible Soul” potrebbe essere la “Tomorrow Never Knows” di Sufjan Stevens. Brano che stira e dilata la forma canzone fino a 25 minuti, inserito in un disco “The Age of Adz” dove la cifra stilista del cantautore subisce una suggestiva torsione, ibridandosi con l’elettronica, le drum machine, i synth analogici e addirittura un vocoder.

“Should Have Known Better” tratta dall’album “Carrie and Lowell”, uscito quest’anno, ci consegna Sufjan Stevens in una delle sue versioni più scarne, essenziali e dirette. Un uomo di fronte agli snodi fondamentali dell’esistenza umana, l’amore e la morte, che racconta a cuore aperto di sua madre, venuta a mancare anni prima, lasciandoci entrare nel mondo dei ricordi e delle emozioni più recondite che lo legavano ad essa.

Vedi anche

Altri articoli