Sudafrica al bivio, la contrapposizione razziale non regge più. Parla de Klerk

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La battuta d’arresto registrata dall’ANC alle ultime elezioni fa scattare il campanello d’allarme: il governo non può commettere gli stessi errori del passato

Il 3 agosto scorso hanno avuto luogo in Sudafrica le elezioni amministrative. L’African National Congress (ANC), il partito di Nelson Mandela, ha subito la prima netta sconfitta elettorale dopo 22 anni.

La Democratic Alliance (DA), partito di riferimento della minoranza bianca e principale forza di opposizione, ha vinto in quasi tutti i centri più importanti, da Pretoria a Johannesburg, ottenendo la maggioranza relativa in numerose roccaforti storiche dell’ANC.

Particolarmente significativa è la vittoria a Port Elisabeth, città simbolo della lotta contro l’apartheid e capoluogo di un’area amministrativa intitolata al primo presidente nero della “nazione arcobaleno”: la municipalità metropolitana di Nelson Mandela Bay.

A livello nazionale la maggioranza dell’ANC, che ha ottenuto il 55,68% dei voti, è comunque ben salda. La Democratic Alliance resta il secondo partito del paese con il 24,57%.

Scendere sotto il 60% per la prima volta dopo un dominio assoluto durato 22 anni potrebbe apparire come un fisiologico momento di stanchezza; soprattutto considerando che il partito di governo mantiene ancora più del doppio dei voti del principale avversario.

Ma il dato politico è un altro. Per comprenderlo si deve partire da una considerazione che va oltre la recente tornata elettorale.

Stiamo parlando di una società in cui la presenza numerica dei Bianchi è circa un quinto di quella dei Neri.

Un quarto di secolo fa era ancora in vigore l’apartheid e le proporzioni fra le due comunità erano all’incirca le stesse. Con il suffragio universale introdotto dal governo riformista di F.W. de Klerk, le prime elezioni libere e democratiche del Sudafrica, svoltesi il 27 aprile del 1994, divennero un plebiscito per l’ANC e per il suo leader storico, Nelson Mandela. Con il 62,7% dei voti, l’ANC, da movimento per i diritti civili divenne definitivamente il partito del riscatto dei Neri.

Oggi, a proporzioni invariate fra Bianchi e Neri riguardo alla presenza nel paese, e con in vigore il suffragio universale, si registra nelle urne una forte flessione dell’ANC e un’avanzata diffusa e altrettanto importante della Democratic Alliance.

Più che di stanchezza sembra che si tratti dell’inizio di un esodo dell’elettorato dell’ANC verso altri lidi.

Lo spostamento di voti verso la Democratic Alliance ci dice che l’ANC non è più avvertito come un “partito chiesa”, né dal punto sociale né da quello razziale.

Questo è il segno di una più matura partecipazione politica dell’elettorato, e quindi un ottimo auspicio per la democrazia in Sudafrica.

A questo risultato ha sicuramente contribuito la coraggiosa scelta di rottura compiuta dalla Democratic Alliance nella primavera dell’anno scorso, quando ha scelto il nero Mmusi Maimane, 35 anni, come nuovo leader del partito. Sempre di più il progressismo della DA rende ancora più stridente il conservatorismo dell’ANC. Emblematiche le parole dello stesso Maimane: “Nessun partito può avere la pretesa di governare il Sudafrica per sempre, per diritto divino”.

L’epopea della lotta per la libertà si è conclusa nel 1994 con l’ascesa al potere dell’ANC. Da quel momento ebbe inizio quella del riscatto e dell’affermazione sociale. Ma questo ventennio di potere incontrastato mostra oggi i segni di tante, troppe scelte sbagliate.

Numerosi osservatori internazionali, attraverso studi scientifici e approfonditi reportages, affermano che lo slancio dei primi anni del dopo-apartheid è degenerato in un inconcludente populismo. La celebrazione della figura di Mandela e della lotta per la libertà sono state ridotte a vuoti esercizi di retorica, attraverso i quali mascherare da un lato le tante aspettative disattese, sul piano sociale e su quello economico, e dall’altro l’endemica corruzione.

Tutto ciò ha prodotto un diffuso malcontento e nuove divisioni. Nelle zone più depresse la tensione sociale è tornata quasi ai livelli degli anni ottanta.

L’esito delle elezioni del 3 agosto è pertanto da considerare una presa di coscienza. Con questo voto, i Neri e tutti quelli che hanno combattuto l’apartheid, hanno iniziato finalmente a uscire dai rigidi steccati ideologici tanto funzionali allo status quo.

Ad avvalorare questa tesi è la natura stessa della Democratic Alliance, che sulla carta ne fa una scelta elettorale non facile per una persona di colore, anche nel 2016.

Nata nel 2000, la DA è erede del Democratic Party. Quest’ultimo ha raccolto intorno a sé gran parte delle formazioni politiche che sono state all’opposizione del governo dell’ANC, a esclusione delle ali estreme, di destra e di sinistra.

Pertanto, così come l’ANC divenne il partito dei Neri, la Democratic Alliance è diventata il partito di riferimento dei Bianchi.

Una tale unitarietà della collocazione politica dei Bianchi non sussisteva neanche durante l’apartheid. Accanto al National Party “bianco e segregazionista”, vi erano formazioni politiche come il Progressive Federal Party che, per quanto minoritarie, erano formate e votate da sudafricani bianchi strenuamente contrari al sistema dell’apartheid.

Tale polarizzazione del quadro politico costituisce una nuova forma di separazione razziale, una separazione “di fatto”.

Questa è una delle maggiori resposabilità dell’ANC. Anziché aggredire i problemi concretamente, nell’ultima decade il partito di governo ha preferito procrastinare oltremodo la dimensione epica e romantica della lotta per la libertà. In questo modo è stata favorita una nuova strisciante contrapposizione fra Bianchi e Neri; utile per il consenso del partito al potere, visto che i Neri sono cinque volte i Bianchi, ma devastante per il paese.

Ma questa volta il giudizio dell’urna ha bocciato l’ANC.

Per il Sudafrica si prospetta un futuro di governi di coalizione a livello locale. Le parti saranno costrette a nuovi compromessi.

Ma proprio per questo motivo la fine del dominio dell’ANC costituisce il primo passo verso un democrazia matura.

Ho posto alcune domande all’ex-Presidente del Sudafrica e Premio Nobel per la Pace, Frederick Willem de Klerk.

Sto scrivendo un libro sulla fine dell’apartheid, che sarà edito da GOWARE (Firenze). Le risposte dell’ex-Presidente saranno parte integrante del testo. Ma anche se la mia attenzione si è concentrata sul ruolo che egli ha avuto in questo cruciale passaggio storico dello scorso secolo, non ho potuto evitare di fare qualche domanda sulle recenti elezioni e più in generale sul post-apartheid.


MP:

Nelle ultime elezioni amministrative l’ANC ha subito una sonora sconfitta, per la prima volta dopo 22 anni. La Democratic Alliance ha vinto nelle città più importanti, molte dei quali roccaforti del partito del Presidente Zuma, come Pretoria e Port Elizabeth. È l’inizio di una nuova era?

FWdeKlerk:

Non vi è dubbio che la battuta d’arresto che l’ANC ha sofferto nelle recenti elezioni amministrative costituisca un punto di svolta nello scenario politico in Sud Africa. Anche se è troppo presto per prevedere esattamente le conseguenze, è chiaro che questo risultato indica l’inizio di un riallineamento politico in Sudafrica, sempre meno dipendente dall’appartenenza a una determinata etnia e sempre più orientato verso programmi politici non basati su tematiche razziali.

MP:

Signor Presidente, qual è, ad oggi, il suo giudizio su questi ventidue anni di governo dell’ANC?

FWdeKlerk:

L’ANC ha ottenuto notevoli successi, in modo particolare nell’aver fornito milioni di sudafricani di un alloggio e dei servizi di base. Tuttavia, non è riuscito a garantire un’istruzione decente alla stragrande maggioranza dei nostri figli. Uno dei risultati è stato un alto tasso di disoccupazione soprattutto fra i giovani. Elevato tasso di disoccupazione e crescita economica lenta, soprattutto dal 2008, hanno provocato gravi disuguaglianze in Sudafrica. Negli ultimi mesi, i fallimenti del Governo nel garantire un vita miglior per la maggior parte della popolazione hanno influito negativamente nei rapporti fra entnie diverse.

MP:

Molti osservatori internazionali ritengono che vi sia stata una sovraesposizione mediatica della figura di Nelson Mandela. Alcuni illustri accademici, come Heribert Adams e Kogila Moodley, hanno parlato apertamente di una sorta di culto della personalità dello storico leader dell’ANC. Lei che cosa ne pensa?

FWdeKlerk:

Ho un enorme rispetto per il ruolo svolto da Nelson Mandela, soprattutto dopo che è diventato Presidente. Tuttavia, sarebbe stato lui per primo ad ammettere di non essere un santo; ed era imbarazzato, credo, per l’adulazione eccessiva che riceveva.

MP:

Ma oltre a quello di Mandela, essi ritengono che anche il suo ruolo, Signor Presidente, sia stato sovrastimato. Secondo il loro punto di vista, da un’analisi più razionale dei fatti, si dovrebbe dedurre che la comunità internazionale abbia in realtà costruito una sorta di narrazione rassicurante, per compiacere l’opinione pubblica mondiale.

FWdeKlerk:

Per quanto riguarda il mio ruolo, sono molto felice di quello che i miei collaboratori ed io siamo stati in grado di realizzare, nonostante la crisi e le pressioni che abbiamo incontrato. Abbiamo mantenuto la nostra unità durante l’intero processo, e siamo stati capaci di negoziare una Costituzione molto efficace, che tutela i diritti ragionevoli di tutti i Sudafricani. Non vorrei cambiare nessuna delle principali decisioni che ho preso durante questo periodo.

MP:

Nella società sudafricana quale elemento ha resistito di più al logorio dei contrasti politici del post-apartheid? L’unità, oppure vecchie e nuove divisioni?

FWdeKlerk:

La nuova Costituzione del Sud Africa ha servito il paese nel corso degli ultimi 22 anni, ma oggi viene sempre di più sottoposta a forzature. In primo luogo perché l’ANC attribuisce più importanza al suo manifesto ideologico, la National Democratic Revolution, di quanto non faccia verso la Costituzione. Inoltre, la Commissione per la verità e la riconciliazione (TRC, Truth and Reconciliation Commission n.d.r. ) non è riuscita a raggiungere un visione condivisa sul passato; e il Sud Africa si trova ancora troppo spesso diviso su questioni razziali.

MP:

Grazie Presidente per la sua disponibilità.


La “nazione arcobaleno” è di nuovo di fronte a un bivio. Sta al Presidente Zuma prendere atto dell’urgenza di aiutare il paese a uscire definitivamente dallo schema della contrapposizione sociale e razziale, rinvigorita dalla crisi economica e aggravata dall’insostenibile corruzione nella cosa pubblica.

Il Sudafrica ha già sperimentato sulla propria pelle quanto sia alto il prezzo della fuga ad oltranza dalla realtà da parte della classe dirigente.

Il governo non deve ripetere l’errore commesso da P.W. Botha e da quella parte del National Party, che alla fine degli anni ottanta fu contraria alle riforme. Costoro si rinchiusero in un miope conservatorismo, illusi di farsi forza con le proprie debolezze.

Il Professor Romano Prodi, durante un’intervista telefonica da me raccolta per il libro che sto scrivendo, mi ha riportato un aneddoto sull’ex-Presidente Pieter Willem Botha, predecessore di F.W. de Klerk alla presidenza del Sudafrica. Trattasi di un curioso siparietto che esemplifica perfettamente a quale pericolosa dissociazione dalla realtà, possa portare l’essere incapaci di ammettere alcuna forma di continuità oltre se stessi.

Il Professore ebbe modo di esternare a Botha, allora Presidente in carica, alcune sue opinioni sulla situazione sudafricana. Gli parlò chiaramente della necessità per il Sudafrica di dare inizio a una fase di apertura e di cambiamento radicale. Prodi, con un tono quasi divertito, mi ha riferito che Botha rispose testualmente: “Caro Professore, io accetto da lei tutti i consigli, tranne quelli che mi farebbero perdere la carica di Presidente”. Poco tempo dopo Botha si dimise e fu nominato Presidente F.W. de Klerk. Si parlò ufficialmente di motivi di salute. Il Grande Coccodrillo, così era soprannominato Botha, si era improvvisamente, e forse “tempestivamente”, aggravato.

F.W. de Klerk, appena insediato, dette il via alle trattative che portarono all’abolizione dell’apartheid e alla trasformazione del Sudafrica in una democrazia. La sua opera riformista gli valse un Premio Nobel per la Pace e soprattutto un posto da grande protagonista della storia del XX secolo.

La storia, prima o dopo, dissolve qualunque ostinazione.

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