Su il sipario, ecco a voi la belle époque di Misia Sert

Teatro
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Una intensa prova di Lucrezia Lante della Rovere nel ruolo dell’intellettuale francese

Un quadro. Quello che vediamo entrando in teatro è un grande quadro che ricorda gli impressionisti russi. Una figura femminile piccola piccola, quasi una bambina seduta sulla poltrona dei grandi.

Lucrezia Lante della Rovere minuscola non lo è affatto eppure la scena firmata da Gianluca Amodio la vuole così. Piccola e confusa su una poltrona gigantesca, proprio fuori misura, dove fuori misura sembra essere lei.

E’ un segno forte che immediatamente cattura l’attenzione, capace di anticipare con una dichiarata sproporzione un mondo intero. Un mondo dove niente è come sembra, o almeno non solo. Su quella poltrona, simbolo e sineddoche del salotto di elezione del miglior Novecento, succede di tutto.

Mentre aspetta che anche noi ci accomodiamo, Lucrezia trema, balbetta, sussurra parole e nomi che ci arrivano con intermittenza, in un flusso nevrotico che non si lascia afferrare. Parigi, Stravinsky, Debussy, Tolouse, Cocò.

“Ben venuti nel mio salotto”. A loro e a noi, da parte di Misia Sert.

Comincia così il racconto di una vita. Quella di Marie Sophie Olga Zenaïde Godebska, meglio nota come Misia Sert, dal cognome del terzo marito, il pittore spagnolo José-Maria Sert.

La regina del salotto parigino frequentato da signori che si chiamavano Picasso, Ravel, Cocteau, Nijinsky, Diaghilev. La donna inquieta e passionale che rivelò al mondo Cocò Chanel, la ‘madrina’ dei Balletti Russi “dopo due secoli di punte e tutù”, la musa di Renoir e di Lautrec che “vedeva Tolouse Lautrec dove tutti vedevano un nano”, colei che ispirò a Proust Madame Verdurin e che suonava il pianoforte sulle ginocchia di Liszt.

A restituirne la vita così sopra le righe, con bella sincerità e indiscutibile perizia, è l’attrice diretta benissimo da Francesco Zecca, che riesce a creare una partitura ‘complessa’ da un testo sostanzialmente esile, in cui il dramma non è nella costruzione ma in qualche momento isolato, in cui il racconto si fa più intimo e immaginifico.

Più che un monologo, Io sono Misia L’ape regina dei geni, scritto da Vittorio Cielo a partire dalla biografia autografa, è una frastagliata ricostruzione di vita che senz’altro ha il merito di farci conoscere una grande personalità del Novecento, inanellando aneddoti, incontri, ricordi, ma senza innervare le parole in un tempo presente.

Ci riesce bene l’attrice, capace di far risuonare le corde anche grevi di questo personaggio con la voce, dai toni ora sguaiati e sbrigativi ora sussurrati e sensuali.

Una voce che segue i tempi e il ritmo di una partitura precisa, fatta di pause, silenzi, momenti di svolta, appuntamenti con la musica (coordinata da Diego Buongiorno) e con i tanti interlocutori che si affacciano di volta in volta, che sia lo champagne e il calice su un tavolino oppure Renoir di fronte al quale si rifiutava di posare a seno nudo. O la madre, morta subito dopo averla partorita, sulla neve e in mezzo ai lupi, o Picasso e Cocteau, il primo che non sapeva stare a tavola, il secondo che faceva la corte ai giovani attori.

Sono momenti, parti di un flusso che ogni tanto si ferma, e la accompagna mentre esce e rientra nel quadro d’inizio, dove l’immensa poltrona diventa il suo personale salotto, il baricentro di un mondo e il suo punto di vista. Il corpo padroneggiato con licenziosa competenza è fasciato da un costume verde anni Venti (Alessandro Lai), e la capigliatura, più di tutto, ricorda le ballerine del Moulin Rouge. Importantissime anche le luci plastiche di Pasquali Mari.

Fino al 13 al Piccolo Eliseo di Roma.

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