Stato-Regioni: concorrenza addio, col Sì le competenze saranno più chiare

Referendum
Aula del Senato durante la discussione sulle riforme Costituzionali, Roma, 17 settembre 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La modifica del Titolo V in senso più centralista è un caposaldo della riforma costituzionale. Abolita la pertinenza concorrente, energia e infrastrutture tornano al Parlamento

Un elemento fondamentale della riforma costituzionale è la ridefinizione dei rapporti legislativi tra Parlamento e Regioni attraverso la modifica del Titolo V della Costituzione. In parole povere, si tratta di definire in maniera chiara e nella prospettiva dell’interesse nazionale i rispettivi ambiti di competenza.

È un tema che finisce sotto i riflettori molto meno dell’addio al Senato classico e dell’abolizione di Cnel e Province, dato che all’apparenza non importa un sostanziale taglio di costi. In realtà –nell’obiettivo della riforma che al momento è soltanto presunto – la modifica dovrebbe consentire di abbattere notevolmente il contenzioso tra Stato e Regioni di fronte alla Corte Costituzionale. Una litigiosità crescente che nel 2012 ha raggiunto la quota del 47,5% del contenzioso totale della Consulta: 1300 leggi impugnate, una ogni tre giorni per oltre un decennio.

Come noto, il Titolo V è già stato modificato nel 2001 dalla riforma del centrosinistra (che ha suscitato negli anni pubblici pentimenti) nel senso di attribuire maggiori poteri alle Regioni, cosa che ha tentato poi di fare anche la devolution targata Lega-Forza Italia bocciata proprio dagli elettori nel 2006. Adesso la Legge Boschi va in direzione opposta e non nasconde la propria impostazione centralista. Restituendo allo Stato competenze esclusive su temi cruciali come energia, ambiente, infrastrutture e alta velocità, turismo e cultura, sanità, scuola, ricerca scientifica e tecnologica. Dall’altro lato, con il Senato rappresentativo dei territori, le Regioni e i Comuni potranno far sentire la loro voce durante l’iter delle leggi.

L’articolo 117 viene modificato con l’abolizione della competenza concorrente tra Stato e Regioni; il recupero di buona parte degli ambiti prima spettanti alle Regioni e considerati «strategici» per il Paese; l’inserimento di una clausola di salvaguardia a «tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero a tutela dell’interesse nazionale». Norma che in sostanza attribuisce al Parlamento un diritto di veto e di intervento anche al di fuori dei propri ambiti di competenza. Viene invece mantenuta la «clausola residuale» per cui spettano alle Regioni tutte le materie non espressamente attribuite allo Stato.

Pro e contro
I sostenitori della riforma apprezzano la prospettiva di una legislazione coerente e omogenea, anziché frastagliata a seconda delle singole scelte regionali; di una maggiore efficienza e rapidità di intervento; di un depotenziamento delle Regioni che sono state, negli ultimi anni, all’origine di scandali riguardanti spese incontrollate. I detrattori obiettano che al potere dei consigli regionali si sostituirà quello, altrettanto opaco, dei funzionari ministeriali e della burocrazia. Punto debole del testo, agli occhi di molti studiosi, è che le cinque Regioni ad autonomia speciale mantengono, invece, intatti i loro attuali poteri e privilegi. E che non sia stato affrontato il tema di una riorganizzazione del numero delle Regioni.

Addio potestà concorrente
Finisce la zona grigia in cui Parlamento e Regioni possono entrambi legiferare, ad alto rischio di contrasti. In alcuni casi – cultura, turismo, politiche sociali, tutela della salute, istruzione professionale – lo Stato potrà dettare «disposizioni generali e comuni» che gli enti territoriali potranno poi integrare. Gli interessi economici e politici in gioco sono di assoluta rilevanza dati i settori che lo Stato ha deciso di avocare a sé con competenza esclusiva: produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia (vale a dire trivelle e gasdotti); governo del territorio; tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, ambiente ed ecosistema; disposizioni generali su cultura e turismo; ordinamento scolastico, istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione di interesse nazionale (vale a dire l’alta velocità ferroviaria così come le autostrade) e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti; commercio estero.

La clausola di salvaguardia
Altrimenti detta «clausola di supremazia» o «clausola di unità nazionale». Offre allo Stato la possibilità, come extrema ratio, di adottare leggi su materie che non gli appartengono. È un ulteriore, forte strumento volto a evitare spinte centrifughe, purché si accompagni in parallelo all’azione di rappresentanza degli interessi territoriali da parte dei futuri senatori.

Vedi anche

Altri articoli