Startup innovative, croce e delizia della ripresa italiana

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L’ecosistema delle startup è un piccolo universo che è cresciuto nonostante la crisi. Ma l’Italia deve offrire più opportunità se non vuole disperdere questo patrimonio

Che i segnali di ripresa per l’economia italiana siano incoraggianti lo confermano non solo le previsioni del Governo, ma anche le più recenti stime delle organizzazioni internazionali, di Bankitalia, di Confindustria e i dati ufficiali ISTAT. La disoccupazione scende, i consumi timidamente ripartono, export e distretti sono ritornati in alcuni settori ai livelli pre-crisi. Persino gli ultimi dati sui muti alle famiglie e l’edilizia sono incoraggianti. Sia bene chiaro: la strada è ancora in salita e le situazioni di difficoltà ancora moltissime, ma ogni lungo percorso deve cominciare con i giusti passi.

La ripresa dell’economia italiana è una buona notizia anche per l’ecosistema startup del nostro Paese. Un mondo complesso e dinamico fatto di nuove imprese ad alta tecnologia, di incubatori, di acceleratori, di investitori, di business plan competition. Un piccolo universo che in questi anni è cresciuto nonostante la crisi. Lo testimonia il progressivo aumento delle iscrizioni nella sezione speciale del Registro Imprese delle Camere di Commercio. L’ultima rilevazione estiva di Infocamere riporta un elenco di 4.248 imprese, con un aumento rispetto al primo trimestre 2015 del 14%. Il capitale sociale di queste imprese, attive in moltissimi casi sulla frontiera della tecnologia, dell’innovazione e della conoscenza è pari a complessivamente 212 milioni. Un terzo di queste imprese opera nel settore dell’informatica e delle telecomunicazioni, il 16% fornisce servizi di ricerca e sviluppo, mentre il 20% di queste imprese opera nel comparto manifatturiero.

Le startup innovative sono una piccolissima percentuale (appena lo 0,28%) del numero totale di imprese attivo in Italia. Ma fanno molto parlare di se’ catalizzando in molti casi l’attenzione dei media locali e nazionali. Non passa infatti giorno senza la notizia della creazione di una nuova soluzione tecnologica, di premio ad un team di giovani imprenditori innovativi, di una nuova app, di un fablab o di uno spazio di incubazione o accelerazione. E’ un mondo in ebollizione, che vuole raccontarsi, attirare l’attenzione, tuffarsi nel mare magnum della competizione a livello nazionale ed internazionale. Un ambito in cui tecnologia, intuito imprenditoriale e finanza giocano un ruolo fondamentale. L’ecosistema startup rappresenta una promettente gemma di futuro per l’economia italiana ed europea.

Delizia dunque. Ma anche croce. Non dimentichiamo infatti che la mortalità di queste imprese è molto alta e che solo poche riescono a superare la cosiddetta “valle della morte” che si attraversa nei primi anni di vita imprenditoriale. Un percorso caratterizzato da sacrifici, errori, in alcuni casi troppa improvvisazione dovuta ad un affiancamento non adeguato o ad eccessiva imperizia ed ambizione. Un fenomeno fisiologico, che crea tuttavia turbolenze, delusioni ed in alcuni casi anche perdite di natura economica. Pochissime ancora le exit registrate in Italia, come testimoniano i dati di AIFI (Associazione Italiana per la Finanza Innovativa) o la storia di alcuni blasonati acceleratori, anche privati, che stentano in molti casi a capitalizzare adeguatamente gli investimenti fatti nelle giovani imprese. Il contesto non è dunque cosi favorevole.

Se andiamo oltre i toni trionfalistici delle business plan competition, oltre al convegnistica di maniera ed i comunicati stampa che promettono successi futuri, la vita dello startupper italiano è durissima. Un’idea geniale, le competenze tecnologiche, il sogno imprenditoriale non sono sufficienti per creare un business robusto e sostenibile. A questo aggiungiamo una tradizionale ostilità culturale da parte della società italiana nei confronti di chi fa impresa ed una bassissima propensione all’imprenditorialità registrata nella popolazione italiana. La ricerca Global Entrepreneurship Monitor 2014 Italia, realizzata dal team del professor Moreno Muffatto dell’Università degli Studi di Padova ha recentemente misurato la percentuale della popolazione italiana che nel 2014 ha iniziato attività propedeutiche per l’apertura di una nuova impresa o che ha aperto nel corso dell’anno un’azienda o che ne possiede una con un’eta’ di almeno tre anni di vita. Una complessa analisi ed un raffronto internazionale che evidenzia come il nostro Paese sia al penultimo posto tra le economie innovation driven (ovvero quelle più avanzate ed industrializzate del globo).

Nonostante tutto gli startupper italiani continuano, quasi eroicamente, a nuotare contro le avversità e la corrente, per usare una felice espressione di uno dei padri dell’economia dell’innovazione Joseph Schumpeter. E l’identikit dello startupper italiano è stato recentemente svelato da un’indagine svolta dall’associazione Italia Startup. Lo startupper italiano ha un’età prevalente compresa fra i 30 e i 49 anni. Gli under 30 e gli over 50 numericamente tendono ad equivalersi (rispettivamente 15,2% e 14,4% del campione). Questa caratteristica mette in luce l’esistenza di un periodo nel quale l’imprenditore è stato per anni impegnato a livello professionale prima di creare un’impresa innovativa. Un valore aggiunto, quello della preparazione, che in Italia si rivela particolarmente importante e in netto contrasto con la percezione più diffusa che vede lo startupper come un giovane genio la cui intuizione è riuscita a cambiare un intero sistema in breve tempo. La massiva prevalenza di attività legate al B2B Business-to-Business (47,2%) e al B2B2C Business-to-Business-to-Consumer (34,8%) evidenzia un approccio al miglioramento del settore nel quale gli startupper hanno operato nel corso della loro vita professionale.

Il 33,5% dei nuovi imprenditori ha concluso un lungo percorso di studi con una laurea di secondo livello. Il 32,9% ha conseguito un master ed è presente anche una nicchia di dottori di ricerca (5,2% dei founder). Dal punto di vista numerico i nuovi imprenditori hightech non sono molti, è vero, ma costituiscono un gruppo di testa di fondamentale importanza per la competitività del sistema Paese. Energie che è importante sostenere ed incoraggiare. Diverse ricerche accademiche internazionali hanno evidenziato come le giovani imprese ad alta tecnologia siano più soggette di altre ad intraprendere percorsi di trasferimento all’estero. Alla caccia di quelle opportunità che un paese come l’Italia in alcuni casi non offre. Sono dunque un patrimonio da coltivare, da studiare e da indicare come modelli di speranza anche per le giovani generazioni. Un impegno per le Università, per il legislatore, per il mondo della formazione. Ed anche per i media.

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