Stallone: “Ho provato a cambiare ma Rocky è una delle poche cose che mi sono venute bene”

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Nelle sale italiane dal 14 gennaio “Creed – Nato per combattere”, il nuovo episodio della saga di Rocky Balboa. Per l’attore italoamericano, quasi 70enne, è tempo di bilanci

Ci sono degli attori che rimangono pietrificati dentro uno o due personaggi per l’intero arco della loro carriera. Stallone è probabilmente uno di questi; totalmente cannibalizzato dai suoi Rambo e, soprattutto, Rocky Balboa, l’attore deve moltissimo al personaggio del pugile outsider che riesce a risalire la china di una vita difficoltosa: ennesima incarnazione di una delle tante varianti del cosiddetto sogno americano. Da Los Angeles, Sly traccia un bilancio dal retrogusto leggermente amaro, all’indomani dell’uscita del suo ultimo film Creed, che ha spopolato negli USA a ridosso del fine settimana del Ringraziamento.

“Avrei desiderato una carriera più varia”, confessa l’attore. “Invidio, per esempio, Tom Hanks, che è riuscito sempre a rinnovarsi, ma io ogni volta che provavo a fare qualcosa di diverso venivo accusato di voler solo cambiare faccia al mio personaggio”. E quel personaggio è protagonista anche di Creed, in uscita in Italia a metà gennaio; Rocky ormai ha appeso i guantoni al chiodo e si ritrova ad allenare il figlio di Apollo Creed, il suo storico rivale: ma la vera battaglia il pugile italoamericano deve combatterla contro un cancro che gli viene diagnosticato e che sposta il fuoco della storia fuori dal ring. Per questo ruolo Stallone potrebbe essere addirittura candidato agli Oscar nella categoria non protagonista: “Sarebbe incredibile, non voglio crederci – continua l’attore – ma devo ammettere che nella mia vita di fallimenti Rocky è stata una delle poche cose che mi sono riuscite davvero bene”.

Emblematico del rapporto controverso fra gli USA e l’eroe cinematografico, che debuttò sul grande schermo nel 1976, è il “caso” della statua di Rocky a Philadelphia, città che nella realtà filmica ha dato i natali al pugile. Una statua alta tre metri era stata costruita accanto al Museo dell’Arte, in cima alla gradinata usata da Rocky per i suoi faticosi allenamenti, ma in seguito spostata perché considerata simbolo di un’arte minore rispetto a quella più alta, celebrata nel museo; allo stesso tempo però l’American Film Institute ha decretato quello del pugile uno dei ruoli cinematografici più riusciti di tutti i tempi, al sesto posto di una speciale classifica dei personaggi storici della settima arte. Patrimonio culturale o eroe di serie B che sia, la famosa incarnazione di Stallone rappresenta, in tutto e per tutto, una delle grandi contraddizioni della cultura americana, combattuta tra l’accettazione incondizionata dei propri eroi nazionalpopolari e l’anelito ad una forma artistica più sofisticata ed elitaria.

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