Staino-Cuperlo, cosa c’è nelle 250 lettere arrivate a noi

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staino cuperlo

Una discussione che ricorda quella dell’89, una comunità che riprende la parola.

Ho letto tutte le 250 lettere che sono sinora arrivate alla redazione di Unità.tv sullo scambio fra Sergio Staino e Gianni Cuperlo. Moltissime sono arrivate alla redazione dell’Unità “cartacea” sulle cui colonne è partita la discussione; e invitiamo tutti a continuare a intervenire (mandate a: community.unitatv@gmail.com).

Le ho lette tutte, e alcune più volte. E innanzi tutto mi piacerebbe avere gli strumenti intellettuali per un’analisi del linguaggio dell’insieme delle lettere: perché vi è come una sorprendente stratificazione dei linguaggi della sinistra, da quello classico dei militanti di più antica data alle 140 battute che ormai costituiscono la misura del pensiero dei più giovani. Però è evidente che a scrivere sono soprattutto persone – compagne e compagni – che hanno attraversato decenni di partecipazione a sinistra, ovviamente nel Pci ma non esclusivamente, che “usano” l’Unità (e il web che anche attraverso il nostro sito la veicola) come un tempo “usavano” la sezione per dire la propria.

Se vogliamo, siamo di fronte a qualcosa di analogo a quello che accadeva nei momenti topici della sinistra. Su scala più ridotta, certamente, questa esplosione del dibattito ricorda un po’ quello del 1989-90, la svolta di Occhetto, la fine del Pci, la nascita della “Cosa” (e proprio così Nanni Moretti immortalò quel dibattito velato da psicodramma in un suo celebre documentario).

Giustamente, su questo sito abbiamo già scritto che “è come se un tappo fosse saltato”. E che una comunità di donne e uomini ha (ri)preso la parola. Il merito enorme di Sergio Staino, al di là delle posizione di merito, sta qui: nell’aver saputo toccare un nervo che ha messo in moto tutto un organismo.

Con questo, diciamo però una cosa abbastanza grave. E cioè che se questa comunità ha (ri)preso la parola evidentemente era stata zitta troppo a lungo. Perché i mutamenti sono troppo più veloci del pur semplicissimo atto di prendere carta e penna (pardon, la tastiera di un pc o un tablet); o perché non si sa più a chi scrivere; o perché è inutile, tanto decidono sempre gli altri; o più banalmente perché si ha altro per la testa, i problemi, il lavoro, la famiglia: ma insomma, il risultato è che la nostra vita non ci induce (più) a parlare, a discutere.

E questo alla lunga è drammatico. Perché nessun riformismo può vivere senza popolo. Senza che il popolo discuta. La politica, l’innovazione, non vincono nel silenzio.

Però stavolta è scattato qualcosa di nuovo. Ma cosa? Qui entriamo nel merito. Nella politica.

Ci sono arrivate più lettere pro-Staino che contro. È ancora presto per misurare bene il consenso alla risposta di Gianni Cuperlo, seppure già sono chiari gli apprezzamenti per lo stile della persona anche da parte di chi non condivide le sue posizioni. Scrive Daniela Montali:Lo ringrazio anche per la chiarezza e l’eleganza del linguaggio: una perla di questi tempi”.

La ruvidezza di Staino è piaciuta a molti ma non a tutti. Non a Maria Giovanna Sandri: “Smettetela  con il ritornello “avete rotto i coglioni, non rappresentate nessuno” (cit. Staino). Perché se in molte e molti portano ancora con fierezza, nonostante tutto, la tessera del Partito Democratico è anche grazie a Gianni Cuperlo e a chi come lui resistono all’interno di questa comunità”.

Come non manca chi, letta la missiva di Gianni, auspica una ricomposizione della frattura: riflesso che viene da lontano, direbbero sia Staino che Cuperlo, un’antica predisposizione a quadrare il cerchio nel nome della mitica unità del partito, anzi, del Partito.

Qui devo dire che mi ha colpito il senso di continuità di una storia che credevo fosse meno presente nell’animo di questa comunità. In altre parole, dalle lettere è ben vivo il percorso Pci-Pds-Ds-Pd, di gran lunga soverchiante il sentimento dei “nativi” del Pd: “sono iscritto dal 1973…”, “sono tesserata dal 1978…”, “ho aderito al partito quando c’era Berlinguer…”. È questo l’incipit di moltissime lettere. Da cui partono poi due “richieste” politiche diverse.

La prima, più forte, sostanzialmente dice: ne ho viste tante, di vittorie e soprattutto di sconfitte, ora bene o male siamo al governo, cerchiamo di fare cose positive per il Paese, mettiamoci un po’ di spirito costruttivo e diamoci da fare. Scrive Registramy: “Come Staino anch’io non condivido tutte le scelte di Renzi, tuttavia appare inaccettabile che nel partito vi sia un gruppo che si oppone a tutto inseguendo sogni impossibili col risultato, prima o poi, di consegnare l’Italia ai Salvini ed ai Grillo, così come in passato è stata consegnata a Berlusconi”.

E soprattutto – ci si lamenta – non possiamo passare la vita a dividerci. I dirigenti hanno sempre litigato (veramente traumatica, a quanto pare, l’esperienza della generazione di D’Alema e Veltroni) e ci siamo sorbiti la Dc, Craxi e Berlusconi. La lettura della storia politica italiana è dunque soprattutto “soggettivistica”: siamo stati “noi” con le nostre divisioni a far vincere la destra. Questo è il punto di maggiore consenso alle tesi di Staino. Di cui si condivide tutto il fastidio, per usare un eufemismo, nei confronti della sinistra del Pd: vista come un ostacolo, o un rancoroso residuo del passato.

Dentro questo ragionamento c’è un giudizio positivo su Renzi, anche se si intuisce che in molti casi è un faticoso punto di arrivo. È molto probabile che “i renziani” (della prima ora, leopoldini, chiamateli come volete) non stiano partecipando più di tanto a questo dibattito che giudicheranno una roba fra ex comunisti (e abbiamo visto che in parte è così). Non ho letto elogi sperticati al governo e al presidente del consiglio. È come se la comunità, questa comunità, aspettasse.

Ci sono ovviamente quelli contro Renzi. Talmente contro Renzi che finiscono per essere anche contro Cuperlo. Certo, se Renzi è il volto contemporaneo della reazione in agguato, chi lo critica ma non lo condanna ne è complice. Se Renzi, si sarebbe detto un secolo fa, è l’ala sinistra del fascismo, Cuperlo è l’ala sinistra della sinistra del fascismo. Modi di pensare che è facile liquidare, tranne quando sono espressi – da alcune lettere questo traspare – da persone, in questo caso giovani, che soffrono realmente: per la mancanza di lavoro, di prospettive, di idealità.
E poi ci sono tanti che stanno in mezzo. D’accordo, Renzi è il leader, non si discute, ha tante idee, energia, spirito rinnovatore. Ma sta facendo cose di sinistra? È la domanda, che ha una sua  particolare crucialità (ancora torna in mente Nanni Moretti a D’Alema, dì cose di sinistra!), è la domanda che divide, e divide la risposta: sì, è di sinistra, no, non è di sinistra. Soprattutto – questo mi pare il senso – non è abbastanza di sinistra. Scrive Tamara Ferretti: “Se è indubbio il dinamismo del Governo nella messa in campo di molteplici interventi legislativi, decisamente meno confortanti ne sono gli esiti in termini di rapporto investimenti/risultati, e sopratutto costi sociali, che questi stanno producendo!”.
 
Ho cercato una fra le 250 lettere che potesse essere in qualche modo esemplificativa. Azzardo questa di Giggetto Cattolico (mi è piaciuto il nickname), molto sintetica ma fin troppo chiara (gli stampatelli sono suoi, ndr): “Da una vita aspetto che si facciano delle riforme serie e questa MINORANZA DEM pensa solo a bloccarle e a far saltare il governo RENZI. Renzi non è il mio ideale di premier ma lo preferisco MILLE volte ai vecchi del PD, a TUTTI i vecchi compreso Cuperlo. Le scissioni sono il suicidio della sinistra da cinquant’anni, Civati, Gotor, Mineo mi fanno pena. Non hanno capito niente: noi elettori ci aspettiamo che facciano squadra con Renzi incalzandolo sui contenuti, premendo per correggere quello che non condividono, ma riconoscendo che c’è una squadra e un Capo”.
Ecco, questo è un po’ il quadro del dibattito sullo scambio Staino-Cuperlo. Per favore, continuate a parlare, a parlarvi. Non è mai abbastanza.
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