Psoe nel caos. Resa dei conti contro Sanchez, ma lui resiste

Spagna
epa05556566 Spanish Socialist Workers' Party (PSOE) leader Pedro Sanchez attends the party's Executive Committee meeting to evaluate the results in the regional elections in Galicia and the Basque Country, in Madrid, Spain, 26 September 2016. The socialist party got low results in both regions achieving the third place in Galicia and the fourth in the Basque country after new left parties En Marea and Podemos obtained better results in Galicia and the Basque Country, respectively.  EPA/LUCA PIERGIOVANNI

Qualcuno ha parlato di scisma, altri di golpe. Questa crisi in casa socialista sembra più grave delle tante che l’hanno preceduta. Ecco cosa è successo

Nel Psoe, con le dimissioni mercoledì scorso di 17 membri su 30 dell’Esecutivo federale, è scoppiata una guerra globale. Un conflitto che travolge il confronto politico e rischia di finire nelle aule dei tribunali, gettando pesanti ombre sul futuro unitario dei socialisti spagnoli.

Facciamo un passo indietro. Domenica 25 si è votato in Galizia e nel Paese Basco, con la Catalogna le autonomie storiche della Spagna. Erano in gioco anche il governo nazionale e le leadership di Psoe e Pp. Il voto ha premiato Mariano Rajoy e punito ancora Pedro Sánchez. Il Pp si è consolidato in Galizia, grazie a Alberto Núñez Feijóo che conferma la maggioranza assoluta e la guida dell’autonomia; i socialisti vengono superati in Galizia da La Marea (la formazione alleata di Podemos) e nel Paese Basco da Podemos.

Sul piano nazionale il risultato è spendibile da Rajoy per il conferimento dell’incarico da parte del Parlamento, per il quale è però necessario l’appoggio almeno indiretto del Psoe, sotto forma di astensione di alcuni deputati. Ma Sánchez è contrario a qualsiasi aiuto a Rajoy, per provare dopo la sua bocciatura ancora una volta a formare un «governo di progresso», un esecutivo che, tra voti favorevoli e astensioni, metta insieme in qualche modo Podemos e Ciudadanos , cercando anche appoggi dai partiti nazionalisti, per chiudere con il governo degli scandali del Pp e impostare un processo di riforme istituzionali.

Una parte pesante dei cosiddetti «baroni», i leader regionali con l’andalusa Susana Díaz in testa, e importanti esponenti della vecchia guardia, da Felipe González a Alfredo Pérez Rubalcaba, negano ogni possibilità di governo socialista, esprimendo un veto agli appoggi dei partiti nazionalisti (che il Pp invece non disdegna mai anche se è sempre pronto a rinfacciarli al Psoe) e ritengono vada evitato un altro voto e facilitato un governo Rajoy, per restare a presidiare l’opposizione in una legislatura probabilmente breve.

Che una parte del Psoe scarti a priori la possibilità di un suo governo, quando le condizioni politiche materiali ne tengono in piedi la possibilità, si comprende solo col fatto che la lotta per la leadership interna sia in questo momento considerata prioritaria rispetto a ogni altra valutazione politica. Eppure una tale escalation non era attesa. Subito dopo il voto è partita una salva di dichiarazioni ostili che chiedevano di «trarre un bilancio» dai risultati a Sánchez, che aveva lasciato al segretario organizzativo Cesar Luena il compito di leggere una dichiarazione senza sottoporsi alle domande della stampa.

Lunedì, dopo la commissione permanente dell’Esecutivo federale, è partita la controffensiva del segretario che ha annunciato che proporrà all’Esecutivo di sabato prossimo la convocazione delle primarie per il 23 ottobre. La risposta è arrivata da Juan Cornejo, uomo fidato di Susana Díaz: «Non è il momento di celebrare congressi ma di assumersi responsabilità politiche». Dopo un giorno di dichiarazioni incrociate, è arrivato il mercoledì nero del Psoe.

È sceso in campo Felipe González con un durissimo attacco. «Mi sento ingannato e defraudato da Sánchez che mi ha detto che il Psoe si sarebbe astenuto al secondo voto (per l’investitura di Mariano Rajoy a capo del governo)», ha detto in un’intervista radiofonica. Il segretario ha risposto per iscritto che non è solito rendere pubbliche le sue conversazioni private ma che aveva detto che il Psoe «avrebbe votato no, come deciso dal Comitato federale ». L’intervista di Felipe è stato il segnale. Dopo una ridda di dichiarazioni ostili, alle cinque della sera, arriva la bomba delle dimissioni di 17 membri dell’Esecutivo. Il segretario fa sapere che non ha alcuna intenzione di dimettersi, annuncia le primarie, lo scontro non può più ricomporsi e la contesa politica scivola in quella dei numeri e dei regolamenti.

L’esecutivo ha 38 membri, lo statuto prevede che venga sciolto se si dimette la metà più uno, quindi venti. Ma dei 38 posti, tre sono vacanti e i dimissionari ritengono vadano conteggiati ai fini dello scioglimento e chiedono che il Comitato federale nomini un comitato di gestione per traghettare il partito al congresso. «Sono il primo segretario eletto dalla militanza e sarà la militanza a mandarmi via», è la risposta di Sánchez. Mentre ai dimissionari viene impedito di entrare nei loro uffici, Luena fa sapere che in caso di scioglimento lo statuto prevede un congresso straordinario e quella sarà la strada: Sánchez si ripresenterà da segretario uscente.

Questa crisi in casa socialista sembra più grave delle tante che l’hanno preceduta. Il rischio che si finisca nei tribunali, la rottura di ogni ponte di dialogo interno suscitano allarme. Mentre le truppe si schierano, si levano voci preoccupate. Qualcuno ha parlato di scisma, altri di golpe, nella generale ricomposizione del quadro politico spagnolo comincia a serpeggiare la parola scissione.

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