Consulta, Napoli, partito: i nodi che si aggrovigliano al Nazareno

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Roberto Speranza entra nella sede del Partito Democratico per la riunione della direzione, Roma, 21 settembre 2015.  ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

Corte costituzionale e Napoli: due campanelli d’allarme del disagio interno al Pd. Mentre l’esecutivo tiene ferma la barra

È difficile decifrare cosa si stia muovendo nel Partito democratico. Da quando Matteo Renzi è stato eletto segretario, mai come adesso si è verificato in maniera così evidente un intreccio tra il riconoscimento unanime della bontà della sua azione di governo e, contemporaneamente, un altrettanto diffuso malcontento per quanto riguarda la gestione del partito.

Le mosse dell’esecutivo sul piano interno e internazionale dopo gli attentati di Parigi hanno riunificato le diverse aree dem, trovando un ampio consenso anche nella minoranza interna. Ne sono prova la riunione della Direzione nazionale che si è svolta lunedì scorso, ma anche le parole (seppur molto caute) affidate alla stampa da uno come Massimo D’Alema, che certo non può essere considerato un sostenitore del premier. Anche il percorso della riforma costituzionale, alla Camera, e della legge di stabilità, al Senato, sembrano confermare l’intenzione di evitare in questa fase levate di scudi che possano mettere in difficoltà palazzo Chigi.

Il discorso cambia se lo sguardo si sposta al Nazareno. Perché qui, invece, l’azione poco incisiva di Renzi nella gestione del partito sta allargando l’area del disagio, che arriva ora a toccare anche la cerchia dei suoi fedelissimi. L’ultimo esempio è arrivato ieri, da una delle realtà storicamente più problematiche per il Pd: Napoli. Un comunicato che annunciava la partecipazione alle primarie cittadine anche del Ncd ha fatto scattare le proteste di tutto il partito locale e nazionale, con la minoranza particolarmente agguerrita nel denunciare la nascita di un presunto primo nucleo di Partito della Nazione.

Una reazione istintiva molto simile a quella che, due giorni fa, ha affondato a Montecitorio l’accordo raggiunto con centristi e Forza Italia sulla terna dei candidati proposti per la Corte costituzionale. Il mancato coinvolgimento del M5S nell’intesa può anche essere stato uno dei motivi che ha spinto la mano dei franchi tiratori democratici a non segnare sulla scheda i nomi concordati di Augusto Barbera, Francesco Paolo Sisto e Giovanni Pitruzzella. Ma più che un cecchinaggio organizzato, a saldarsi sono stati probabilmente malcontenti di piccoli gruppi, o addirittura individuali, che serpeggiano un po’ dentro tutti i partiti e che rendono sempre più difficili da gestire i gruppi parlamentari.

Confermata in prima battuta la terna dei nomi proposti anche per il prossimo scrutinio – la cui data è ancora da fissare – le forze politiche si stanno concedendo una pausa di riflessione per studiare le prossime mosse. Anche perché, è opinione diffusa tra i dem, se in linea di principio l’allargamento dell’intesa al M5S è auspicabile ed è stato ricercato sin dall’inizio, è anche vero che non si può lasciare a Grillo la facoltà di mettere in discussione un nome di riconosciuta autorevolezza, come quello di Barbera.

Tutte questioni che si inseriscono in un quadro interno complicato dagli inviti pressanti rivolti trasversalmente dai dem a Renzi per rinsaldare il partito. La prima mossa potrebbe essere un rimpasto della segreteria, per rafforzare la squadra con nuovi innesti e responsabilizzare maggiormente il vertice del Nazareno, in vista dell’appuntamento con le prossime amministrative. Ma proprio la difficoltà nel trovare candidature che siano insieme competitive e diano il segno di un rinnovamento dimostra come la rottamazione renziana in periferia sia ancora ben lontana dal compiersi. E i primi a rendersene conto sono i sostenitori di più lunga data del segretario, che adesso – sulla scia di Matteo Richetti – stanno venendo progressivamente allo scoperto per richiedere un impegno più deciso in quella direzione.

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