Sos Terra, allarme a Hollywood

Dal giornale
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Il cinema ha saputo immaginare scenari apocalittici causati dai cambiamenti climatici: dall’avvincente “Alba del giorno dopo” a “Waterworld” di Costner e “Ice Age” di Spielberg

Nell’Alba del giorno dopo, kolossal d’impressionante efficacia firmato da Roland Emmerich, scienziati in postazioni scozzesi, statunitensi e in altri luoghi della Terra registrano un fenomeno che li allarma: boe dislocate in punti strategici rilevano come la temperatura dell’Atlantico stia mutando a una velocità pazzesca. La Corrente del Golfo non è più la stessa, non mitiga più le temperature del Nord Europa. Sono scienziati e comprendono in fretta le conseguenze di quanto sta già avvenendo. Non saranno ascoltati. Una glaciazione mortale coprirà l’emisfero settentrionale, New York sarà travolta da ondate alte centinaia di metri. Era il 2012. Nel 2006 l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore mostrava, in Una scomoda verità di Davis Guggenheim, com’è cambiata la temperatura e il livello di anidride carbonica nell’atmosfera puntando il dito sulla politica e sui mass media. Era un documentario che pulllulava di mostrava diagrammi, mappe, esperti, eppure vinse due Oscar e fu un successo globale aiudando senza dubbio a sensibilizzare molti inquilini dell’unica casa che abbiamo.

Un altro documentario ha visto impegnata in prima persona una star hollywoodiana: Leonardo DiCaprio che ha ideato e prodotto, e portato a Cannes nel 2007, L’undicesima ora. Tutto questo serve a ricordare come il cinema non sia rimasto muto di fronte alle urgenze climatiche di cui si discute in questi giorni a Parigi. Anzi, Hollywood ha cavalcato il tema. Certo, la devastazione planetaria si presta a immagini spettacolari connaturate al grande schermo, consente di raccontare storie che riportano le persone a motivi cruciali come la salvezza della specie, la generosità, l’egoismo, l’idiozia di chi governa il pianeta, convoglia paure profonde e motivate. E alcuni divi sono sensibili e consapevoli. Un titolo chiave infatti Waterworld, di e con Kevin Costner, che aveva già mostrato una coscienza ambientalista in Balla coi lupi. In Waterworld, inquadra, nel 2468, una Terra quasi interamente sommersa dalle acque e un’umanità decimata, isolata e spaventata. L’aqua è ovunque a causa, guarda un po’, del riscaldamento globale e dei ghiacci che si sono sciolti. Il film uscì nel 1995. Era invece memore dell’uragano Katrina, citando esplicitamente l’innalzamento delle temperature scatenando appunto uragani, l’inconsueto Re della Terra selvaggia, film statunitense del 2012. In qualche modo sulla scia dell’Alba del giorno dopo, anche in 2012: Ice Age la costa orientale del Nord America viene devastata stavolta da un ghiacciaio – gigante che ha preso il mare dopo l’eruzione in serie di vulcani islandesi scatenando effetti incontrollabili e punta su New York.

È invece l’azione umana con tanto di effetto serra la responsabile del disastro in A.I. Intelligenza artificiale del 2001, altro kolossal ad alto tasso di immagini allarmanti (New York stavolta è già sommersa), con protagonisti consapevoli, conflitti psicologici e robot. L’epoca della narrazione non dista troppo: il 2125. La regia era una garanzia: Steven Spielberg. Che lavorò su un progetto incompiuto di un altro maestro: Stanley Kubrick.

Volendo, un’altra pellicola storica ha prospettato una Terra stravolta dal clima: Blade Runner del 1982, liberamente tratto dal romanzo del 1968 Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick, in cui Harrison Ford va a caccia di replicanti in una megalopoli sconfinata dove piove senza spazio per raggi di sole. A fronte di tutto ciò, i promotori del “Green Drop Award” alla 72esima mostra del cinema a Venezia avevano eletto a primo film storico sui mutamenti climatici … e la terra prese fuoco dell’inglese Val Guest del 1961. La causa scatenante, in quell’epoca di paura atomica, erano però gli esperimenti nucleari statunitensi e sovietici, non l’industrializzazione. Per restare in Europa, vale la pena di citare i documentari The Age of Stupid di Franny Armstrong (Gran Bretagna, 2009), e Ice and the Sky, passato a Cannes, sullo scienziato Claude Lorius che se ne andò al Polo Sud nel 1957 per studiare cosa accadeva ai ghiacci antartici. A rischio di compiere un peccato di dimenticanza, ma potremmo sbagliare, non ci pare che i principali registi italiani abbiano affrontato di petto il tema del riscaldamento globale. Spicca, almeno nella produzione recente, Il mio amico Nanuk di Roger Spottiswoode e Brando Quilici (figlio del documentarista Folco), su un orsetto bianco restutuito tra mille peripezie a mamma orsa nel Circolo polare canadese: gli iceberg si sciolgono e benché la causa sia il disgelo primaverile è inevitabile pensare allo scioglimento dei ghiacci di cui non abbiamo ancora sufficiente consapevolezza.

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