Sopravvivere a Katsika tra diffidenze etniche nel campo profughi

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Dagli influenti siriani agli afgani, i più isolati: nel campo greco i vari gruppi vivono in diversi nuclei omogenei che quasi sempre ricalcano le tensioni portate qui dai Paesi d’origine

Nel campo profughi di Katsika, in Grecia, vivono persone che hanno qualche possibilità di ottenere lo status di profugo. Sono perciò individui che arrivano da Paesi coinvolti in una guerra: principalmente la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan. Lo Stato di nascita è molto importante per la procedura legale necessaria a diventare ufficialmente un rifugiato, ma dice poco sulla vera vita nel campo: qui conta molto più l’etnia, che definisce nella gran parte dei casi il vero senso di appartenenza percepito dalle persone. I siriani possono essere anche palestinesi, curdi o cristiani, gli iracheni possono essere anche curdi o yazidi, gli afgani possono essere hazara, pashtun o tagichi.

Sono partizioni di diverso genere: storiche, politiche o religiose; ma sono queste che determinano la collocazione nel campo – i vari gruppi vivono in diversi nuclei omogenei di tende – e i rapporti fra le varie comunità, che quasi sempre ricalcano diffidenze portate qui dai Paesi d’origine. È inevitabile che anche la vita sociale del campo ne sia influenzata, dato che le interazioni fra alcune comunità sono spesso limitate al minimo, se non su iniziativa diretta dei volontari. Anche in quest’ultimo caso può capitare che uno yazidi si rifiuti di svolgere un’attività assieme a un palestinese o viceversa. I siriani sono i più influenti, per molte ragioni: prima di tutto per una mera questione numerica, dato che sono più della metà degli utenti del campo; secondo, perché parlano l’arabo, che è l’inglese del Medio Oriente, ed è la lingua che più interpreti conoscono; infine, perché sono mediamente più istruiti – ci sono diversi laureati: archeologi, biologi, fisici – e più ricchi, alcune persone avevano ville di tre piani, ora completamente distrutte, e raccontano del contrasto fra la loro vita in Siria e il loro presente in una tenda issata su delle pietre.

Hanno comunque le tende più fornite, grazie ai loro mezzi, oltre che quelle più vicine ai punti di distribuzione delle Ong, cosa che rappresenta un significativo vantaggio logistico. Sono anche quelli che hanno più possibilità di ottenere lo status di profugo legalmente: altri, pochi, riescono a mettere da parte i soldi per comprare una via illegale per la Germania o la Scandinavia (un passaporto falso costa fra i due e i tremila dollari). I palestinesi siriani sono per la maggior parte giovani nati e cresciuti in Siria, ma nipoti dei profughi palestinesi dei conflitti arabo-israeliani del ’48 e del ’67: in Palestina non ci sono mai stati, né Israele permetterebbe loro di entrare. Hanno però la religione della propria terra, diversi hanno dei tatuaggi o delle collane con la bandiera palestinese e si dicono originari delle città o dei villaggi dei loro nonni. L’anomalo status che i profughi palestinesi hanno per le Nazioni Unite ha permesso alla Siria di non assimilarli, così si ritrovano doppiamente profughi: in fuga dal Paese nel quale già vivevano come rifugiati.

Nel campo sono un gruppo ben distinto, che ha discreti rapporti con gli altri siriani e pessimi con tutti gli altri. I curdi sono l’etnia più fluida: c’è chi sente la propria appartenenza al popolo curdo, indipendentemente dal luogo d’origine, chi invece fa riferimento alla propria nazionalità; c’è chi parla solo il curdo, chi invece ha l’arabo come propria lingua madre e di uno dei dialetti curdi conosce solo qualche parola; poi ci sono i tanti, la maggior parte, che sono da qualche parte nel mezzo. Proprio per questa fluidità è molto difficile fare considerazioni generali sulle loro condizioni: in generale, i curdi siriani sono più ricchi e istruiti di quelli iracheni, e hanno famiglie meno numerose.

Dato che sono siriani, poi, hanno anche maggiori possibilità di ottenere lo status di profug o. Anche gli yazidi sono curdi, ma sono un gruppo ben distinto e chiuso. Parlano un dialetto del curdo, molti soltanto quello. A Katsika sono in 250, quasi tutti originari delle aree attorno a Sinjar – o Shingal, come la chiamano loro – dalla quale sono scappati dopo l’attacco dell’Isis che minacciava di sterminarli tutti, come ha fatto con cinquemila dei loro correligionari. Isolati sulla montagna di Sinjar, dove avevano trovato rifugio dal l’assedio, hanno dovuto fronteggiare la fame, la sete e il freddo. Dopo che l’eser – cito iracheno e poi la coalizione internazionale ha cominciato a lanciare generi di conforto, le milizie curde hanno aperto un fronte che ha permesso loro di fuggire.

Quando si passa fra le loro tende c’è sempre qualcuno, spesso un anziano, che vuole raccontare la propria storia, per poi chiosare, con un certo stoicismo: «siamo un popolo che ha subito 69 genocidî», come a dire “sopravvivremo anche a questo”. Infine ci sono gli afgani, i più geograficamente isolati, sia come luogo d’ori – gine, sia nel campo. Non hanno una storia di relazioni con le altre comunità, e vivono fra le proprie poche tende. Parlano il farsi, il persiano, oltre che il dialetto di riferimento della propria etnia, che può essere hazara o tagica. Anche il loro aspetto è spesso molto diverso da quello dagli altri gruppi, essendo molto più orientaleggiante, specie nel caso degli hazara.

Assieme agli yazidi sono i più poveri, ma non si rendono troppo conto delle differenze che ci sono fra le altre comunità: può capitare infatti che, in una conversazione sull’inade guatezza dei pasti forniti dall’esercito greco, una donna afgana si stupisca nel venire a sapere che neanche la donna yazidi abbia i soldi per andare al supermercato e comprare del cibo. In generale vedono tutti gli altri come arabi, e si lamentano spesso di ricevere un trattamento sfavorevole rispetto agli altri nella risposta alle varie necessità del campo da parte delle Ong, cosa che, francamente, non è vera. È, però, anche questa un sintomo dell’isolamento nel quale vivono e di una forma di sindrome d’accerchiamento.

Le altre comunità, come i cristiani siriani o i pashtun afgani, contano non più di un paio di nuclei familiari, troppi pochi per essere rappresentativi di un atteggiamento complessivo nei confronti del campo, ma in generale si integrano bene come sottocomunità della comunità a loro più vicina. Il campo è relativamente nuovo, essendo in funzione soltanto da un paio di mesi, e in passato ci sono stati problemi fra i diversi gruppi che ci vivono, tensioni dovute alla ricerca di una sorta di supremazia politica e ad alcuni furti.

Qualche volta è dovuta intervenire la polizia greca. Più recentemente le Ong hanno spinto per fare sì che ogni comunità si autodisciplinasse attraverso l’istituzione di un consiglio che include membri espressi dalle varie comunità, dove ciascuna può presentare le proprie rimostranze e rispondere a quelle degli altri. L’idea sembra stare funzionando, e con la prudenza che ci vuole sempre in questi casi, la vita quotidiana del campo sembra molto più distesa, per quanto possa esserlo in un luogo dove, come detto recentemente da un profugo siriano, “tutti hanno visto morire qualcuno coi propri occhi”.

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