“Sono al sicuro i miei risparmi?” Viaggio nel mondo bancario

Finanza
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Piccolo vademecum in tre puntate per capire cosa è successo ai quattro istituti commissariati. Prima puntata: come funziona una banca e quando finisce nei guai

Riuscire a comunicare in modo semplice le vicende economiche ai non-addetti ai lavori, si sa, è impresa assai ardua. Diviene poi quasi impossibile quando tali vicende riguardano il mondo bancario-finanziario, e assolutamente impensabile quando – in aggiunta – esse diventano strumento di lotta politica e di speculazioni di basso livello. Senza nessuna pretesa di esaustività, un piccolo vademecum per coloro che – legittimamente – non sono troppo a loro agio nel mondo della finanza. Ma che nonostante ciò, non vogliono rinunciare a capire cosa diavolo stia succedendo. I cultori della materia perdoneranno le molte e brutali semplificazioni, che sono però necessarie se si vuole far capire chiaramente il nocciolo della questione. Dividiamo il problema in tre parti: 1) Come funziona una banca e quando finisce nei guai; 2) Cosa si è fatto e cosa altro si poteva fare; 3) Cosa abbiamo imparato da questa vicenda.

Come funziona una banca

Un negozio di frutta compra mele (=costi) e li rivende alla clientela (=ricavi), finanziando con la differenza la remunerazione dei fattori produttivi impiegati, il pagamento delle imposte e – in situazioni di mercato non perfettamente concorrenziali – il suo extra-profitto. Queste informazioni si leggono nel conto economico del bilancio, che rappresenta i flussi economici che ci dicono quanto un’impresa è in grado di generare reddito. Ma la salute economica del negozio non si misura soltanto dai flussi (=quanto si ricava e quanto si spende in un certo intervallo temporale), bensì anche dagli stock: l’ammontare di attività e passività che il negozio può vantare in un certo momento. Queste informazioni sono rappresentate dallo stato patrimoniale del bilancio. Sul lato delle attività c’è, ad esempio, l’immobile entro il quale si svolge l’attività di impresa (se di proprietà dell’azienda), i macchinari necessari per farla funzionare (registratori di cassa, cassette della frutta, bilancia, ecc) e i crediti commerciali che il negozio vanta nei confronti di alcuni clienti. Sul lato delle passività, ci sono i mezzi con cui si è fatto fronte all’acquisto delle attività: possono essere soldi messi dai proprietari del negozio (=capitale), oppure messi da altri e che attendono la restituzione (=debiti, sotto forma di prestiti o di emissioni obbligazionarie). Vi sono due collegamenti tra conto economico (che misura i flussi) e stato patrimoniale (che misura gli stock). Il primo va da conto economico a stato patrimoniale. Il secondo fa il percorso opposto.

a) Ogni anno, l’utile di impresa, invece di essere distribuito pro-quota ai proprietari del negozio, può essere re-investito in azienda, andando quindi ad aumentare il capitale (più propriamente, il patrimonio, che infatti è dato dalla somma di capitale, riserve e utili non distribuiti). Permettendo così – parallelamente – l’aumento delle attività, ad esempio l’acquisto di nuove bilance o di un immobile più grande senza dover ricorrere a finanziamenti esterni.

b) E’ possibile che alla fine dell’anno qualche attività del negozio (inserita nello stato patrimoniale) si svaluti. Ad esempio, il valore di un credito vantato nei confronti dei clienti deve essere dimezzato perché il debitore sarà in grado di rimborsarne solo la metà. In tal caso, la svalutazione deve essere registrata tra i costi del conto economico. Quello sopra descritto è il funzionamento contabile di una qualsiasi impresa che compri e venda beni e servizi. In cosa il funzionamento di una banca differisce dallo schema sopra descritto? Assolutamente in nulla. Il conto economico registra i profitti che la banca realizza comprando e vendendo soldi (=margine di interesse) o – più in generale – attività finanziarie (=margine di intermediazione). Lo stato patrimoniale di una banca registra – proprio come nel caso del negozio di frutta – lo stock di attività e di passività misurabili non nell’arco di un periodo temporale, ma in ogni dato momento. In questo caso però la cosa è persino più semplice: le “attività” sono i crediti non ancora rimborsati concessi dalla banca fino a quel momento, e le “passività” i suoi debiti e il suo patrimonio (che, come detto, è dato dal capitale dei soci, rimpinguato eventualmente da utili passati e riserve). Le attività sono i prestiti concessi a famiglie e imprese, e i titoli acquistati da un emittente pubblico o privato. L’esempio più comune sono i titoli di Stato, che fanno spesso bella mostra negli attivi patrimoniali delle banche commerciali. Le passività sono i debiti e il capitale. I debiti sono i soldi degli altri: vale a dire, i depositi di imprese e famiglie (che sono ovviamente restituibili quando il cliente li richiede), e le obbligazioni emesse dalla banca: questi ultimi – su cui torniamo tra un attimo – sono veri e propri prestiti che la banca chiede a famiglie e imprese, rimborsati alla fine del periodo e su cui periodicamente la banca corrisponde degli interessi (=cedole). Il capitale invece è rappresentato dai soldi versati dai soci (originari o acquisiti ad esempio attraverso la quotazione in borsa o aumenti di capitale). Aumentato dagli utili non distribuiti e le riserve, costituisce poi il patrimonio netto della banca. Le obbligazioni sono di due tipi. Quelle ordinarie (o senior) sono debiti veri e propri, e come tali sono computati. Quelle subordinate (o junior) hanno invece la caratteristiche di essere considerate capitale proprio della banca. Possono quindi essere emesse in alternativa ad un aumento di capitale (o ad una quotazione in Borsa) quando la banca ha necessità di aumentare il proprio patrimonio. Che cosa possiamo concludere dopo questa semplificata esposizione? Che la situazione economico-patrimoniale di un’impresa (sia essa una banca o un negozio di frutta) è tanto più favorevole quanto a) Nel conto economico i suoi ricavi sono superiori ai suoi costi (cioè quando l’utile è alto) b) Nello stato patrimoniale i suoi crediti sono superiori ai suoi debiti (cioè quando il patrimonio netto è alto). Ecco cosa si intende quando si dice che un’attività economica è “ben patrimonializzata”.

In sofferenza

Se la banca comincia a elargire prestiti a chi difficilmente è in grado di restituirli, col tempo i crediti cominciano ad andare “in sofferenza” (o se preferite fare gli anglosassoni, diventano Non-Performing Loans, NPL). Quando questo accade, essi devono essere svalutati, con pesanti ripercussioni sia sulla redditività (perché le svalutazioni delle attività si ripercuotono sul conto economico) sia sulla situazione patrimoniale (perché la svalutazione delle attività piano piano si “mangia” il patrimonio, che costituisce il “cuscinetto” tra debiti e crediti, visto che lo stato patrimoniale deve essere in pareggio). Se la banca continua a essere gestita in questo modo – cioè se si continua a prestare i soldi allegramente – col passare del tempo sia la redditività (data dalla dimensione dell’utile netto) sia la situazione patrimoniale (data dalla dimensione del patrimonio o del capitale) si deteriorano. Il capitale continua ad essere “mangiato”, e la banca – appesantita da questi crediti in sofferenza – non riesce più a erogare credito alle famiglie e imprese che invece lo meriterebbero. Per prevenire tutto ciò, occorre aumentare il capitale, per rimpinguare il “cuscinetto” tra crediti e debiti e sostenere quindi la concessione di nuovi prestiti, rilanciando così l’attività della banca. Questo aumento del “cuscinetto” può essere fatto in due modi: a) Con un classico aumento di capitale, che si realizza emettendo nuove azioni. Tuttavia quest’opzione presenta un rischio per gli attuali proprietari: quello di perdere il controllo della banca. Se infatti ogni attuale proprietario non sottoscrive proporzionalmente una quota dell’aumento di capitale (sborsando soldi freschi), rischia di trovarsi con la stessa fetta di torta di prima, solo che la torta ora è più grande. Quindi la sua quota di proprietà scende. E magari perde la maggioranza nell’assemblea dei soci, che decide gli organi amministrativi. Che gestiscono la banca. b) Emettendo obbligazioni subordinate. Come abbiamo visto prima, sono normali obbligazioni che, tuttavia, sono computate tra il capitale della banca, ai fini della valutazione della sua solidità patrimoniale. In altre parole, la loro emissione raggiunge l’obiettivo (=rafforzare il capitale) senza pagarne il costo (=conferire diritti di proprietà a chi le acquista, e quindi correre il rischio di perdere la quota di maggioranza). Non è raro che l’ aumento di capitale non risolva la situazione, ma si limiti a rimandare il problema. Questo accade se esso è stato troppo timido, e quindi non sufficiente ad “annacquare” i troppi crediti in sofferenza. Oppure se le nuove possibilità di erogazione del credito (permesse dal “rimpinguamento del cuscinetto”) continuano ad essere usate male, magari perché concesse non agli imprenditori con le idee migliori, ma a quelli con le amicizie migliori (e spesso le idee imprenditoriali peggiori). Se questo accade, prima o poi il capitale si consuma nuovamente, fino ad arrivare pericolosamente vicino all’azzeramento. A questo punto interviene l’autorità di vigilanza (Bankitalia) che, agendo a tutela del risparmio, azzera i vertici e dispone il commissariamento della banca. Ecco, questo è quello che è successo con le famose quattro banche. Tutte di dimensioni regionali, i cui depositi complessivi ammontano circa all’1 per cento del totale dei depositi nelle banche italiane. Tutte e quattro hanno avuto i problemi sopra schematicamente riportati, e tutte sono state commissariate dalla Banca d’Italia, con relativo azzeramento dei vertici. Per prima CARIFE nel maggio 2013, poi Banca Marche nell’agosto 2013, poi CariChieti nel settembre 2014, e infine Banca Etruria nel febbraio 2015. Ora che abbiamo gli strumenti giusti, non ci rimane che capire che cosa sia successo nell’ultimo mese.

 

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