“Sono al sicuro i miei risparmi?” Viaggio nel mondo bancario – Terza parte

Finanza
Uno sportello della banca Etruria a Pontedera (Pisa), 19 dicembre 2015. ANSA/FRANCO SILVI

Terza lezione sui crack bancari: le resistenze dei soci a investire in azienda o a fondersi con altri gruppi

Prima abbiamo cercato di capire come funziona una banca e per quali motivi può finire nei guai. Poi abbiamo provato a raccontare cosa sia accaduto, quali opzioni erano possibili, e cosa il governo ha scelto di fare. Ora, infine, è il momento di tirare le somme di quanto accaduto, e capire quali indicazioni sia possibile trarne.

Tre scelte sbagliate
Il motivo per cui le quattro banche sono finite nei guai risiede fondamentalmente in tre scelte sbagliate fatte dagli amministratori delle banche stesse. E reiterate nel corso degli anni.

La prima
In primo luogo, l’abitudine di concedere prestiti a chi non era in grado di creare valore sufficiente per restituirli; quando questo accade con costanza, come abbiamo visto, il patrimonio della banca viene lentamente eroso fino ad annullarsi. Trattasi dello stesso virus che per decenni il Paese ha vissuto sul lato pubblico: allocare i soldi degli altri (dei contribuenti in caso di un ente pubblico, dei risparmiatori in caso di un istituto di credito) non laddove viene massimizzata l’efficienza o l’equità, ma dove viene massimizzato il consenso politico o relazionale. Questo problema si risolve solo con una nuova generazione di classe dirigente diffusa, anche a livello locale.

La seconda
In secondo luogo, il management si è ben guardato dal destinare gli utili di conto economico – nel periodo in cui le cose andavano bene – al rafforzamento patrimoniale della banca (necessario per contrastare gli effetti del punto precedente o per prepararsi a tempi peggiori); piuttosto, si è sempre preferito distribuirli lautamente ai soci, tra i quali in alcuni casi spiccavano le Fondazioni bancarie. Le quali erano ben felici di riversare a vari titolo tali flussi di denaro nel sistema-città, a volte per assicurarsi la tacita benevolenza della politica locale (quando essa non era direttamente impegnata nelle Fondazioni stesse). Il ruolo storico delle Fondazioni bancarie– iniziato a metà anni Novanta per rendere più morbida la transizione delle banche verso dinamiche propriamente di mercato – è nei fatti quasi esaurito ora. Forse sarebbe stato meglio farlo esaurire prima.

La terza
In terzo luogo, ogni qualvolta si presentava la necessità di un rafforzamento patrimoniale tramite aumento di capitale (o tramite fusione con gruppi bancari più grandi e più solidi), la proprietà opponeva resistenza, per timore di perdere il controllo della banca. In altre parole, lo stesso virus che colpisce tante aziende familiari, che rifiutano la quotazione in Borsa (che darebbe una spinta per competere sullo scenario globale) per timore che la famiglia perda il controllo dell’azienda. Un virus che assesta duri colpi alla competitività internazionale del Paese all’interno di un contesto profondamente mutato rispetto ai decenni scorsi. Quando gli aumenti di capitali delle banche sono diventati inevitabili (magari perché imposti dalla Banca d’Italia), il management ha preferito farlo nel modo che minimizzasse l’ingresso di nuovi soci più efficienti che potessero mutare gli assetti societari: o collocando azioni presso soggetti debitori della banca, o emettendo obbligazioni subordinate. Le quali , come abbiamo visto nella prima puntata, sono lo strumento ideale per chi vuole rafforzare alcuni requisiti di capitale senza però correre il rischio di cedere il controllo dell’azienda. Ecco da dove nascono i (possibili) abusi verso i risparmiatori su cui si concentra l’attenzione mediatica in questi giorni. Quelli – per intenderci – di cui si incolpa tutto il mondo (Renzi, il Pd, il Governo, la Consob, Banca d’Italia, ecc) tranne coloro che ne sono stati veramente responsabili.

Due interventi possibili
Personalmente non so se questo lato del problema si risolva vietando tout court la vendita di obbligazioni subordinate ai piccoli risparmiatori. Può darsi. Preferisco pensare che si possano concepire due tipi di interventi. Uno sul lato dell’offerta (chi vende strumenti finanziari) e uno sul lato della domanda (chi li compra).

Dal lato dell’offerta
L’intervento sul lato dell’offerta può essere la modifica della Mifid (la direttiva comunitaria che regola la vendita di strumenti finanziari) obbligando la banca ad accompagnare al «prospettone-di cento-pagine-scritte-inpiccolo-che-non-legge-mai-nessunoe-se-lo-leggono-non-lo-capiscono» un foglio A4 con sopra riportate solo due informazioni: grado di rischio e quanto dell’investimento iniziale può andare perso, e sotto quali circostanze. Non avremo la garanzia che il risparmiatore lo legga (e lo capisca), ma almeno ne aumentiamo considerevolmente la probabilità.

Dal lato della domanda
L’intervento sul lato della domanda può essere considerato ingenuo, e forse lo è. Ma mi chiedo perché nel nostro sistema scolastico si insegni (per fortuna) ormai quasi tutto, ma non come si calcola la rata di un mutuo. O la correlazione tra rischio e rendimento. O come investire i propri risparmi. O come assicurarsi contro i rischi di vecchiaia, malattia o infortunio. L’insegnamento obbligatorio dell’educazione finanziaria (in un Paese con i più bassi livelli al mondo occidentale) può essere una strada per provare a instaurare perlomeno nelle giovani generazioni quella consapevolezza dell’acquirente senza la quale anche il più efficiente sistema di vigilanza del mondo sarebbe inutile. Nei fiumi di parole spesi in questi giorni si tende spesso a invocare la «vigilanza» come il semplice rimedio a questo male. Ma per vigilare cosa accade tutti i giorni tra un dipendente bancario e un cliente in tutte le filiali d’Italia non serve la vigilanza. Serve il Grande Fratello di George Orwell. Ciò non toglie nulla, ovviamente, alla necessità di dare una rinfrescata a certi meccanismi di sorveglianza, specialmente in una fase in cui vi è un suo accentramento in capo alla Bce. Vi sono probabilmente due ultime indicazioni che potremmo trarre.

Le regole europee
La prima attiene al dibattito europeo. Le nuove regole sono piombate nel dibattito pubblico italiano come se fossero state improvvisamente buttate lì il giorno prima da uno che passava per caso. In realtà – come abbiamo visto nella puntata precedente – sono state discusse per diversi anni dalla Commissione europea, dal Consiglio, dal dibattito comunitario e dal Parlamento europeo. Forse è il caso che prestiamo maggiore attenzione a quello che si discute in Europa, e a chi dovrebbe avere l’onere e l’onore di introdurre questi temi nello spazio pubblico italiano. Così come sarebbe apprezzabile in tutti noi una maggiore coerenza logica. Da diverso tempo, e soprattutto nella vicenda greca, urliamo a squarciagola che in Europa ci vuole più condivisione dei rischi, maggiore solidarietà, un più avanzato grado di integrazione fiscale, gli Eurobond. Però non sembriamo renderci conto che tutto questo è impossibile se prima non fissiamo regole comuni volte a impedire che «più Europa» significhi semplicemente che qualche Stato (magari proprio noi) debba strutturalmente pagare per le irresponsabilità di altri. Le regole sull’unione bancaria vanno lette anche sotto questo punto di vista.

Chi risarcire?
La seconda attiene ad un riflesso condizionato che noi tutti sembriamo avere, in certe circostanze. In questi giorni la rivendicazione più frequente da parte dei risparmiatori che hanno perso i loro soldi (e il cui dramma va rispettato senza se e senza ma) non è stata nei confronti degli amministratori delle banche coinvolte. È stata verso il livello istituzionale (il governo o gli enti locali) e il livello politico (il partito che ne esprime la maggioranza). E anche molti commentatori – in teoria più emotivamente distaccati – hanno autorevolmente teorizzato che a risarcire interamente azionisti e obbligazionisti delle perdite subite, indipendentemente dalla presenza di un raggiro, dovesse essere il potere pubblico. Non so se questa tendenza a chiamare in soccorso «papà-contribuente» ogni volta che le cose vanno male sia la risultante di una collettività troppo abituata a dipendere dal potere pubblico in tutte le sue forme; oppure se sia semplicemente la difficoltà storica a internalizzare l’esternalità (cioè a capire che il soldi pubblici non sono soldi di nessuno, bensì soldi di tutti). Tuttavia, se davvero vogliamo voltare pagina, sarebbe il caso di riflettere perché così tanto spesso in questo paese i danni provocati dai privati ricadano sulle spalle pubbliche. Ahimè non per caso, ma per esplicita richiesta della collettività stessa. Stavolta si prova a cambiare verso: come noto, sia l’operazione complessiva sulle quattro banche (per 3,6 miliardi di euro) che l’intervento nei confronti degli obbligazionisti «truffati» (100 milioni di euro) avviene senza che venga speso neanche un centesimo di risorse dei contribuenti italiani.

Politica e economia
Nel novembre 1997 l’ex-ministro del Tesoro Piero Barucci tenne una lezione inaugurale alla Facoltà di Economia di Ferrara, che proprio quel giorno iniziava la propria attività. Uno studentello smarrito, affascinato dalla politica e dall’economia, trovò il coraggio di alzare la mano e chiedergli «qual è la differenza più importante che nella sua carriera lei ha riscontrato tra politica e economia?». Barucci ci pensò un attimo, poi rispose: «In economia si ragiona. In politica invece c’è solo da lottare». Vicende come quella delle quattro banche, e il modo in cui sono state affrontate nel dibattito pubblico e politico, tendono a far credere che sia impossibile lottare ragionando, mentre si fa e si discute politica economica. Ma ciononostante vogliamo ancora crederci, fino alla fine.

 

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