“Sono al sicuro i miei risparmi?” Viaggio nel mondo bancario – Seconda parte

Finanza
Un momento della protesta contro il decreto salva-banche mentre è in corso Leopolda 6, Firenze 13 dicembre 2015. 
ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Lasciar fallire un istituto bancario significa la perdita dei posti di lavoro e dei soldi di correntisti ed investitori

Quando in una banca si supera il “punto di non ritorno” – cioè il “tumore” dei crediti in sofferenza è cresciuto tanto da condannare a morte l’organismo (cioè l’attivo patrimoniale) e nessun soggetto privato è più disposto a rischiare il proprio capitale nella banca – sono solo due le opzioni possibili:

A) A metterci il capitale è lo Stato, tramite i soldi dei contribuenti. Se l’iniezione di capitale è grande (o, equivalentemente, se il capitale residuo era già molto scarso), lo Stato diviene azionista di maggioranza della banca, che viene quindi nazionalizzata. Questa è la fattispecie che si è verificata tra il 2009 e il 2011 in molti Paesi occidentali (tra cui USA, Spagna, Francia, Germania, Olanda, Irlanda ,Gran Bretagna). Ma non in Italia. Il nostro paese, infatti, nella fase in cui – a causa della particolare gravità della crisi finanziaria – vennero concessi o tollerati migliaia di miliardi di aiuti pubblici alle banche – sosteneva che il nostro sistema bancario era solido e non aveva bisogno di aiuti. Come molti ricordano, l’unico intervento fu la sottoscrizione da parte dello Stato di circa 4 miliardi di obbligazioni subordinate del Monte dei Paschi di Siena a fine 2012, integralmente rimborsate (con un interesse del 9%) tra il 2014 e il 2015.

B) La banca fallisce, cessa l’attività e vengono persi tutti i posti di lavoro. Questa opzione si è verificata nel famigerato crack di Lehman Brothers, nel settembre 2008. Si pone il problema di rimborsare il passivo dello stato patrimoniale, vale a dire chi ci aveva messo i soldi: i soci (che avevano messo il capitale, comprando le azioni), coloro che avevano prestato i soldi alla banca (obbligazionisti ordinari e subordinati) e coloro che vi avevano depositato i propri risparmi (i correntisti). Questi rimborsi avvengono vendendo le attività rimaste. Se non ve ne sono più di liquidabili, tutte le passività della banca vengono perse. Se invece qualcosa è recuperabile, si pone il problema di chi rimborsare tra i creditori della banca: se gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati, quelli primari o i correntisti.
La prima opzione scarica l’onere sui contribuenti. La seconda su tutti quelli che avevano messo i soldi nella banca, a vario titolo. Entrambe hanno un beneficio e un costo. Per quanto riguarda il salvataggio a spese della collettività, il beneficio è la prosecuzione dell’attività della banca. Il costo – oltre a quello ovvio di finanza pubblica – è quello che gli economisti chiamano “azzardo morale”: nessuna banca in futuro adotterà principi di sana e prudente gestione, visto che se le cose vanno male c’è “papà- contribuente” che paga. La seconda opzione ha il beneficio di evitare questo rischio, perché il costo viene scaricato su chi si è preso la responsabilità di credere (e continuare a farlo nonostante la cattiva gestione) nella banca; ma ha il costo del forte impatto sociale sulle componenti più deboli: lavoratori e correntisti.

Per i paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea, il salvataggio a spese di papà- contribuente aveva anche un ulteriore costo: se papà (lo Stato membro) non ce la fa, devono venire in concorso i suoi fratelli (gli altri Paesi membri dell’area-euro), che fanno parte della stessa famiglia. Quindi occorre che la famiglia si dia delle regole comuni, per evitare che qualche fratello o nipote se ne approfitti. La famiglia Ue si è data queste regole comuni, attraverso una discussione durata più di due anni – e culminata con un voto del Parlamento europeo – senza tuttavia che il dibattito pubblico e politico italiano se ne occupasse un granché. Si tratta di quello che ora viene chiamato “bail-in”, e che entrerà in vigore il 1 gennaio 2016. Si tratta di un tentativo di stabilire una via di mezzo tra le due opzioni sopra richiamate, tentando anche nel contempo di rafforzare la solidarietà tra i membri della famiglia Ue. In pratica, quando una banca è prossima al fallimento, si stabilisce l’ordine di chi dovrà metterci i soldi:

a) Prima di tutto coloro che hanno investito e creduto nella banca: coloro che hanno apportato capitale (azionisti e obbligazionisti subordinati), coloro che hanno prestato soldi (obbligazionisti ordinari) e coloro che vi hanno depositato più di 100mila euro. Tutti questi strumenti finanziari sono i primi a sparire, qualora vi sia necessità. Vengono invece lasciati intatti i depositi sotto i 100mila euro e i debiti nei confronti dei dipendenti della banca, come ad esempio il Tfr.

b) Se questo intervento non fosse sufficiente, subentra un Fondo Unico di Risoluzione a livello europeo, finanziato con prelievi sulle banche di tutto il continente (questo secondo punto entra a regime più gradualmente; fino ad allora, il prelievo è solo sulle banche nazionali). Il primo punto serve a far ricadere in primo luogo la responsabilità su chi ha dato fiducia alla banca (tutelando i soggetti più deboli) nonostante il management la stesse portando al fallimento; così facendo, si spera di responsabilizzare maggiormente i portatori di interessi. Il secondo punto serve a cominciare a introdurre un po’ di solidarietà a livello europeo. Se volete continuare a fare gli anglosassoni, chiamatelo risk-sharing, un meccanismo senza il quale l’integrazione economica europea non ha futuro: l’idea che in una area economica molto integrata e con una politica monetaria comune, occorra un meccanismo di redistribuzione del rischio economico tra Paesi, sia esso tramite il sistema bancario o tramite il sistema fiscale. Queste regole lasciano comunque aperta la possibilità, in via eccezionale, di un intervento con risorse statali, ma solo a condizione che sia già stato espletato il primo punto, vale a dire che siano già stati chiamati a rispondere (per almeno l’8% delle passività) coloro che avevano riposto la propria fiducia (e le proprie risorse) nel capitale della banca. La motivazione è sempre la stessa: prima di tutti i contribuenti, devono rispondere coloro che hanno assunto il rischio di impresa (e che hanno votato il management che ha portato al dissesto) e che hanno prestato soldi alla banca. Questo sistema entrerà in vigore il 1 gennaio 2016, e sarà la regola di risoluzione delle crisi bancarie che d’ora in poi si verificheranno. Ma quale sistema di regole si è allora applicato nel novembre 2015 nei confronti delle “quattro banche” italiane? L’Ue ha ritenuto di non dover attendere il 2016 per sperimentare perlomeno i principi portanti del nuovo sistema. Questo perché nel 2013 le ricapitalizzazioni dei sistemi bancari europei avevano accresciuto il debito pubblico di circa 438 miliardi (come abbiamo visto, non in Italia, per scelta dei governi dell’epoca). Così a fine 2013 ha adottato un orientamento sull’applicazione della disciplina degli aiuti di Stato in caso di crisi bancaria, immediatamente applicabile in attesa del debutto del nuovo meccanismo. Si tratta di un assaggio del nuovo sistema: in caso di crisi bancaria, a rispondere è solo chi ha apportato il capitale: quindi azionisti e obbligazionisti subordinati. Vale a dire coloro che credevano così tanto nella banca da partecipare – direttamente o tramite le obbligazioni subordinate – al rischio di impresa. Ed è questa la regola a cui il Governo si è dovuto adeguare in occasione dell’intervento sulle quattro banche. Con un decreto legge del 22 novembre (ora confluito nella Stabilità) il governo ha adottato questa soluzione: a) Per ciascuna delle quattro banche, ha separato la parte “cattiva” (i crediti in sofferenza) da quella “buona” (gli altri crediti dell’attivo patrimoniale), rimuovendo quindi “il tumore” alla radice. b) I primi – che totalizzavano 8,5 miliardi – sono stati inseriti nell’attivo di una “bad bank” (contenitore privo di licenza bancaria), e iscritti a stato patrimoniale per un valore di 1,5 miliardi. In pratica, si considera che per ogni 100 euro di questi crediti in sofferenza, se ne incasseranno presumibilmente solo 17,64.

C) I secondi (i crediti buoni) sono stati inseriti in quattro banche-ponte gestite direttamente da un amministratore unico nominato da Bankitalia. Ora che sono state liberate dal fardello dei crediti inesigibili, sono pronte a riprendere la concessione di prestiti all’economia e – soprattutto – ad essere vendute sul mercato a nuovi proprietari che, sperabilmente, le gestiranno in modo sano e prudente. Come abbiamo visto nella prima puntata tuttavia, per ogni 100 euro di attivo patrimoniale, servono 100 euro di passività (debiti e capitale). E chi ha messo i soldi sia nelle (quattro) banche buone che in quella (unica) cattiva? Il Fondo Unico di Risoluzione (descritto sopra), alimentato dai contributi delle altre banche. A regime di tutte le banche Ue, per ora solo italiane, in attesa di una maggiore solidarietà tra i membri della “famiglia”. In tutto, ha sborsato 3,6 miliardi. Soldi che rientreranno sia dalla vendita delle banche “buone”, sia dal realizzo – semmai avverrà – dei crediti in sofferenza confluiti nella bad bank. E che fine hanno fatto le passività delle vecchie banche (obbligazioni ordinarie, depositi e conti correnti) che sono state salvate dall’intervento del governo? Sono rimaste nell’attivo patrimoniale delle banche buone. Questa è la ragione per cui a perdere i soldi sono stati solo migliaia di azionisti e gli obbligazionisti subordinati, e non centinaia di migliaia di obbligazionisti e correntisti. La stessa ragione per cui migliaia di dipendenti delle 4 banche non trascorreranno un Natale da disoccupati.

Quali alternative erano possibili? Innanzitutto le due esposte all’inizio di questo articolo. Lasciar fallire la banca, facendo perdere i risparmi non solo ad azionisti e obbligazionisti junior, ma anche a obbligazionisti senior, tutti i correntisti e produrre qualche decina di migliaia di disoccupati in più. Oppure nazionalizzare le quattro banche, ricorrendo ad un massiccio aumento di capitale finanziato con le tasse dei cittadini. Quest’ultima opzione avrebbe però comportato una sanzione certa da parte dell’Ue per violazione delle regole; una sanzione che sarebbe stata, ancora una volta, pagata con le tasse da tutti i contribuenti. Inoltre, il governo sarebbe incorso nell’ira funesta di tutti coloro che dall’inizio della crisi hanno sempre visto come fumo negli occhi l’intervento pubblico a favore delle banche. In particolare il M5S e la Lega, che da anni si battono contro il salvataggio delle banche e la partecipazione del pubblico ad aumenti di capitale. Anche se qualcosa suggerisce che negli ultimi venti giorni abbiano cambiato radicalmente idea. Vi era poi una terza opzione, esplorata in profondità nei confronti di almeno una delle quattro banche (la Cassa di Risparmio di Ferrara). Vale a dire un aumento di capitale finanziato dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, un fondo alimentato con i contributi di tutte le altre banche italiane e che nasce con l’obiettivo di tutelare i depositi (sempre fino a 100mila euro) di un istituto in caso di fallimento. In altre parole, un sistema di mutua assicurazione tra le banche per far sì che se una di loro fallisce totalmente, alcuni depositi siano comunque rimborsati. Una possibile soluzione sarebbe stata, quindi, deviare il fondo dalla sua missione originaria e “costringerlo” ad acquistare le quattro banche, partecipando ad un aumento di capitale riservato. Tale soluzione non è stata considerata dall’Ue compatibile con la disciplina del 2013 sopra descritta (e che anticipa il regime permanente del 2016), configurandosi quindi come aiuto di Stato. Si può ovviamente essere d’accordo o meno con tale posizione.

Tuttavia, se avete avuto la pazienza di seguire questo viaggio fino a qui, potete valutare tre considerazioni:

a) Il Fondo nasce ed esiste per far tutelare i correntisti sotto i 100mila euro anche nella peggiore delle ipotesi possibili. Non per fare shopping di banche precedentemente portate al dissesto.

b) Delle due l’una. O si rispettano le regole, o no. E le regole del 2013 (che anticipano parzialmente quelle del 2016) dicono che quando una banca va in difficoltà, il meccanismo di soluzione della crisi è un altro: quello descritto prima. Chi ha adottato un sistema diverso, basato sull’intervento pubblico, lo ha fatto prima del 2013. Ancora una volta, i governi italiani di allora ritennero (a torto o a ragione) di non averne bisogno.

c) Questo intervento sarebbe stato, alla fin fine, un “semplice” aumento di capitale. Non avrebbe risolto in via strutturale il vero problema che ha portato quelle banche al dissesto, vale a dire la presenza anomala di crediti in sofferenza, frutto di sbagliate gestioni passate. Un intervento del Fondo su tutte e quattro le banche – e che nel contempo apportasse un capitale tale da assorbire tutte quelle perdite – avrebbe comportato uno sforzo molto consistente, col rischio di venire meno alla funzione per cui era nato, cioè la tutela dei depositi dei più deboli. Non a caso, tale intervento era arrivato vicino alla concretizzazione solo per una delle banche in questione, Carife. In ogni caso, con un emendamento presentato nei giorni scorsi, il governo ha comunque fatto ricorso al Fondo Interbancario. Da esso infatti verranno prelevati 100 milioni per rimborsare gli obbligazionisti subordinati ai quali siano stati venduti questi strumenti senza la necessaria informazione. Questa la cronaca di quanto avvenuto in quest’ultimo mese. E di cos’altro era possibile fare. Non ci rimane che capire cosa abbiamo imparato da questa vicenda, e quali indicazioni di politica economica possiamo trarne per evitare che capiti ancora.

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