Solo l’Europa può aiutare Cameron a salvare se stessa

Brexit
epaselect epa05074064 British Prime Minister David Cameron leaves the EU Summit in Brussels, Belgium, 18 December 2015.  EU leaders met in Brussels for the year-end summit with highly controversial British demands for reforms expected to be discussed. Sanctions against Russia, Europe's migration crisis, the fight against terrorism and the crisis in Syria were also expected to round out the agenda of the two-days summit on 17 and 18 December.  EPA/LAURENT DUBRULE

Il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea si avvicina. Il primo ministro cerca sponde per “vendere” agli elettori un’Europa diversa

Brexit, il momento della verità si avvicina a passi sempre più spediti. Il referendum che potrebbe segnare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si svolgerà sicuramente prima del giugno 2017, molto probabilmente tra giugno e dicembre di quest’anno. Inutile dire che sarà un passaggio cruciale per il futuro non solo della Gran Bretagna ma anche della stessa idea di Europa unita. Un Sì alla permanenza in Europa da parte del popolo britannico, storicamente scettico riguardo alla perdita di sovranità in favore di un’unione più forte, avrebbe ricadute positive sul processo di integrazione. Al contrario, un No potrebbe avere l’effetto di un detonatore con reazioni a catena che finirebbero per coinvolgere anche altri Paesi.

Lo sa bene David Cameron, il premier conservatore che ha deciso di indire la consultazione (scelta che ha contribuito al trionfo dei Tories alle ultime elezioni) e lasciare ai britannici l’ultima parola sul proprio futuro come cittadini europei. Il primo ministro ha deciso di giocarsi tutte le sue carte e sta cercando appoggi internazionali per provare a riformare l’Unione, a cambiare le cose che non vanno e “vendere” gli eventuali risultati agli elettori prima del voto. Due mesi fa ha presentato al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk le 4 proposte di riforma che riguardano temi cardine dell’Unione, come governance, competitività, sovranità e immigrazione.

La trattativa con Bruxelles è aperta. L’atteggiamento di Cameron è chiaro: se otterrà le cose che chiede sosterrà la permanenza in Europa, altrimenti potrebbe sostenere l’uscita del Regno Unito. Una strategia che lo sta spingendo a cercare sponde in tutto il continente, per ora, soprattutto in campo conservatore. In Baviera ha incontrato, insieme ad Angela Merkel, i vertici della Csu, il partito cristiano sociale bavarese, gemello della Cdu federale. Che il primo obiettivo delle trattative di Cameron sia la Germania lo si capisce anche dal fatto che il premier ha scritto di suo pugno un editoriale sulla Bild, il quotidiano tedesco più popolare, chiedendo il sostegno al suo processo di riforma: “Aiutateci a cambiare l’Europa”.

E, inaspettatamente, ha trovato subito una sponda importante, la più importante: quella di Angela Merkel. Alle prese con le allarmanti conseguenze dei fatti di Capodanno verificatisi a Colonia e in altre città della Germania, la Cancelliera ha dato un sostanziale via libera alla proposta di Cameron sulla limitazioni delle prestazioni sociali nei confronti degli immigrati, anche comunitari, da parte di uno stato sovrano. In pratica, secondo il primo ministro, chi un cittadino che arriva in un Paese straniero, sia egli europeo e extracomunitario, non potrà beneficiare del welfare nazionale per i primi quattro anni di permanenza in tale Paese. “E’ giusto – afferma la Merkel – riflettere se qualcuno senza lavoro in Germania abbia diritto ai contributi sociali”.

Parole apprezzate da Cameron, che seguono quelle pronunciate a novembre dalla stessa Cancelliera, quando si era detta “fiduciosa sulla possibilità di trovare un accordo con Londra in conformità con le norme europee”. Parole che, al tempo stesso, lasciano aperte le speranze di successo del premier in vista dei decisivi incontri di febbraio. Incontri che nelle intenzioni di Cameron dovrebbero cominciare a dare i loro frutti e invertire la tendenza fotografata dai sondaggi in patria. Secondo le ultime rilevazioni, infatti, il 43% dei sudditi di Sua Maestà sarebbe favorevole all’uscita dall’Unione Europea, a fronte di un 36% che vorrebbe rimanere nel recinto comunitario e di un 21% di indecisi.

E’ chiaro che, con questi numeri e con tutto ciò che sta succedendo in Europa in queste settimane, Cameron sul referendum si gioca (politicamente) l’osso del collo. E in questa battaglia non potrà contare sull’unità del suo governo. Il premier ha infatti dovuto cedere alle crescenti pressioni e concedere libertà di voto ai suoi ministri, alcuni dei quali si sono già espressi a favore di Brexit e faranno campagna elettorale attiva in tal senso. Probabilmente Cameron non potrà contare neppure sull’unità del suo partito, dato che alcuni deputati conservatori hanno già chiesto le dimissioni del primo ministro in caso di sconfitta al referendum. Al di là dei Tories, il quadro politico è frastagliato: i laburisti di Corbyn si sono schierati per la permanenza in Europa, così come i Liberal Democratici (al momento abbastanza irrilevanti). I nazionalisti dell’Ukip sono strenuamente a favore dell’uscita.

Alla luce di tutto questo, potremmo concludere che solo un’Europa disposta a cambiare può aiutare Cameron a salvare l’Europa, oltre che se stesso.

 

Vedi anche

Altri articoli