Sminatori, addestratori, sentinelle: gli italiani sui fronti di guerra

Dal giornale
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A Baghdad ed Erbil i soldati preparano peshmerga e iracheni per la lotta all’Isis. A Herat per costruire la polizia civile. In Libia la lotta agli scafisti

Non è solo questione di numeri (pur significativi) di risorse finanziarie investite (comunque le più alte tra i Paesi occidentali impegnati in operazioni di peacekeeping) e di quelle umane (circa 6mila donne e uomini in divisa). Perché la cosa più importante ancora è entrare nel merito degli impegni svolti, del modus operandi stabilito avendo come bussola orientativa il rapporto con le popolazioni locali. È l’Italian style nelle missioni all’estero, sotto egida Onu, Nato. Ue. Kosovo, Libano, Afghanistan, Iraq, Mediterraneo centrale: sono le aree di crisi nelle quali sono impegnati i militari italiani – complessivamente sono 26 le missioni internazionali che vedono l’impegno dell’Italia – in un’opera di stabilizzazione e di ricostruzione oltre che di controllo del territorio. Nel momento in cui si discute, spesso senza cognizione di causa, sugli impegni nel mondo, è bene sviluppare una radiografia del cos’è l’Italia nell’agire fuori dai confini.

Obiettivo confini sicuri

In Libano l’Italia è presente a a sostegno delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 425 del 19 marzo 1978, n. 1701 dell’11 agosto 2006 e la n. 1832 del 27 agosto 2008. Il compito assegnato è quello di assistere il governo libanese ad esercitare la propria sovranità sul Libano ed a garantire la sicurezza dei propri confini, in particolare dei valichi di frontiera con lo Stato di Israele. A ciò si accompagna il sostegno delle le forze armate libanesi nelle operazioni di sicurezza e stabilizzazione dell’area «allo scopo di prevenire un ritorno delle ostilità e creare le condizioni all’interno delle quali possa essere ritrovata una pace duratura». Attualmente la Joint Task Force – Lebanon consta di 1100 uomini e donne. Su decisione delle Nazioni Unite, dal 28 gennaio 2012, l’Italia ha assunto il comando della missione Unifil.

Addestramento dei peshmerga

In Iraq, paese-chiave nel contrasto allo Stato islamico, l’Italia, rimarca un report aggiornato del Ministero della Difesa, contribuisce alla missione Prima Parthica con 530 militari appartenenti a tutte le Forze Armate, impiegati in fasi successive: prima fase (completata – dal 16 al 20 agosto 2014) di «supporto umanitario1: circa 45 unità tra Force Protection (FP) e aviorifornitori più gli equipaggi di volo nel trasporto e consegna di materiale umanitario; seconda fase (completata) per la fornitura di materiale di armamento alle Iraqi Security Forces (Isf) e milizie volontarie con circa 30 unità tra equipaggi di volo, Force Protection (Fp) e aviorifornitori; terza fase inserimento di personale nella costituenda Combined Joint Task Force da ottobre 2014: in Kuwait, ad Al-Udeid (Qatar), a Baghdad e ad Erbil (Iraq) per esigenze di comando e per addestrare i militari peshmerga e iracheni; quarta fase costituzione Task Force Air (TF-A) con circa 190 unità in Kuwait da ottobre 2014: per lo schieramento di 2 velivoli a pilotaggio remoto Predator, di 1 velivolo da rifornimento in volo (AAR) KC 767 e di 4 velivoli A-200 Tornado in versione IDS (per la ricognizione e sorveglianza). L’addestramento delle  Forze di Sicurezza curde (Peshmerga) ed irachene si svolge principalmente nelle sedi di Erbil (Kurdistan) e Baghdad (Iraq)). Ad Erbil l’attività viene svolta da personale dell’Esercito inquadrato nella Task Force Erbil, costituita a gennaio 2015 ed inquadrata nel Kurdistan Training Coordination Center (KTCC), attualmente a guida italiana ed a cui contribuiscono sette nazioni, con propri addestratori (Italia, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Finlandia, Norvegia, Ungheria). L’Italia impiega al momento 200 militari, di cui 120 istruttori. I corsi che vengono svolti a favore dei peshmerga sono: forma zione basica di fanteria; addestramento all’uso del sistema controcarro Folgore, addestramento all’uso dei mortai e dell’artiglieria, corso per tiratori scelti (snipering), primo soccorso, counter Ied. A Baghdad sono presenti uomini delle Forze speciali (appartenenti a tutte le Forze Armate), che addestrano i militari iracheni del Counter Terrorism Service (CTS). Dalla fine di giugno inoltre è attiva nella capitale irakena una Task Force Carabinieri con il compito di addestrare gli agenti della Iraqi Federal Police destinati ad operare nei territori liberati da Isis.

Costruire la polizia civile

L’Afghanistan è l’altro fronte di guerra caldissimo. L’Italia è nel Paese asiatico a sostegno della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1386 del 20 dicembre 2001. I compiti assegnati riguardano il sostegno al governo afghano nello svolgimento delle attività di sviluppo e consolidamento delle Istituzioni locali affinché «lo Stato dell’Afghanistan diventi stabile e sicuro e non sia più un rifugio sicuro per il terrorismo internazionale e forniamo assistenza umanitaria alla popolazione». L’Italia è presente in Afghanistan dal 2003. Il contingente italiano è inserito nella missione a comando della NATO Resolute Support (RS), che dal 1 gennaio 2015 ha sostituito la missione Isaf terminata il 31 dicembre 2014. Il personale impiegato, circa 750 unità, dispone di mezzi di manovra, di supporto, di aerei da trasporto e di alcuni elicotteri. Il Contingente nazionale è schierato nelle aree delle città di Kabul ed Herat. Nell’area di Kabul è presente con circa 50 uomini nello staff del Comando dell’operazione, denominato RS HQ, con personale dell’Esercito. Nell’area di Herat l’Italia detiene il Comando di un Contingente interforze presente presso il Train Advise Assist Command  – West (TAAC – W), che attualmente conta circa 700 militari. L’Italia partecipa anche alla missione di Polizia Eupl Afghanistan , sviluppata dall’Unione Europea nell’ambito della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). Lo scopo della missione dà conto del senso della nostra presenza complessiva: contribuire alla creazione di un dispositivo di polizia civile sostenibile ed efficace, nel quadro dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, e garantire un’adeguata interazione con l’apparato giudiziario. Più volte, anche nei drammatici giorni successivi alle stragi di Parigi, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto riferimento agli impegni presenti e futuri dell’Italia in un altro punto strategico: il Mediterraneo centrale.

Operazione anti-scafisti

La Libia in particolare. L’Italia è nelle acque del Mediterraneo Centrale, nelle acque internazionali prospicienti le coste libiche in base alle decisioni del Consiglio Europeo che, il 20 aprile 2015, ha ribadito il forte impegno per agire al fine di evitare tragedie umane derivanti dal traffico di essere umani attraverso il Mediterraneo. Il 22 giugno il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea ha definitivamente approvato i dettagli dell’operazione. Il che si traduce nel partecipare ad una operazione di gestione militare della crisi, che contribuisce a smantellare il modello di business delle reti del traffico e della tratta di esseri umani nel Mediterraneo centro meridionale, realizzata adottando misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dagli schiavisti o dai trafficanti in conformità del diritto internazionale applicabili incluse lo United Nations Convention of the law of the sea e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza del Consiglio delle Nazioni Unite. Quanto ai mezzi impiegati, l’Italia, puntualizza il Ministero della Difesa, attualmente partecipa all’operazione Eunavformed con la portaerei Cavour (Flag Ship) con alcuni aeromobili imbarcati che verrà supportata su base di contingenza da un dispositivo aeronavale, supporti sanitari imbarcati e a terra e risorse logistiche in alcune basi in Sicilia. All’operazione hanno aderito quattordici nazioni europee.Ma non c’è solo il Nord Africa e il tormentato Medio Oriente.

Stabilizzazione dell’area

Anche nei Balcani l’Italia mantiene i suoi impegni di stabilizzazione, in particolare nel Kosovo martoriato dalla guerra nell’’99, l’Italia è presente sulla base delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1244 del 12 giugno 1999, n. 1551 del 9 luglio 2005 e su richiesta del Presidenza della Repubblica Macedone. E i compiti svolti, nell’ambito delle missioni internazionali, sia della Nato sia della Ue, sono finalizzati al sostegno del processo di sicurezza e stabilizzazione dell’intera area Balcanica fornendo personale specializzato in vari settori in particolare in quello addestrativo, in quello di consulenza, in quello giuridico e in quello di polizia nonché inserito presso gli staff dei Comandi delle varie missioni. Nella regione Balcanica sono presenti circa 600 militari appartenenti a tutte le Forze Armate. Uomini, mezzi, finalità. Tutt’altro che una Itala «neutrale» in una Europa «in guerra».

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